Poemi e balletti: esplosivo Daniele Timpano al Poetry Village

Venerdì 11 settembre, all’interno del Poetry Village organizzato su iniziativa di Saperenetwork srl Società Benefit insieme al Comitato per il Parco della Caffarella e all’associazione Humus, presso il Parco della Caffarella, ho finalmente visto Poemi Focomelici di Daniele Timpano. Nato come reading poi diventato uno spettacolo vero e proprio, a partire dall’omonima raccolta di poesie pubblicata da Cue Press nel 2025.

Sul piccolo palco allestito in mezzo al verde, Daniele si presenta in completo rosa, un paio di occhiali da sole con cui gioca e l’ironia e la sagacità alla quale ci ha abituati. Intervallate da brevi accenni musicali e divertenti passi di danza snocciola una selezione di poesie che ha raccolto durante tutta la vita. Sono parole che portano lontano, che aprono mondi interiori nei quali riusciamo a rispecchiarci, risuonano, a volte arrabbiate, altre malinconiche, sempre capaci di evocare un’immagine precisa. C’è un gusto, un godimento a giocare con i suoni di una lingua mai banale, con una forte componente ritmica e letteraria. Ho fatto alcune domande a Timpano, che ha risposto con generosità, con una gran voglia di raccontarsi e di parlare di questo spettacolo, molto voluto, intimo eppure pubblico, forse politico.

Angela – Una curiosità tutta personale: perché focomelici questi poemi?

Daniele – Focomelici è ripreso dalle mie prime raccolte autoprodotte dattiloscritte fotocopiate a metà anni ‘90 di testi vari frammentari che regalavo agli amici, che contenevano le versioni originali più primitive, di alcuni di questi testi.

Mi sono sempre identificato con questa immagine corporale di menomazione, di deformazione, un po’ tenera un po’ terribile, di qualcuno con le braccine corte, eternamente bambinizzato, che non riesce a entrare in contatto col mondo. A toccare davvero le cose. Una disabilità fisica che diventava la percezione di una disabilità emotiva. Queste prime raccolte anni 90 erano scritti focomelici, avevano anche delle introduzioni, scritte da Marco Maurizi, lo stesso che ora firma le musiche. Vuole fare tenerezza ma anche essere irritante. Sapere di ferite, di una menomazione -non una a caso poi ma una che deriva da una ingiustizia, anzi da un crimine, da una colpa imperdonabile delle case farmaceutiche che ha prodotto moltissimo dolore, e cosa è una casa farmaceutica se non il neoliberismo capitalista senza scrupoli in medicina? – . Nel libro e nello spettacolo baro un po’. Non scrivo da quando avevo 6 anni. I primi testi della raccolta sono dell’adolescenza, 1990, 1991, i miei 16-17 anni insomma. Per realizzare il libro ho riletto quasi tutto quello che ho scritto, anche le pagine del diario e i post it in un cassetto, fatto una selezione, alcune cose sono rimaste uguali, altre le ho migliorate, credo, altre ancora le ho scritte ex novo ma partendo da un originale, magari un appunto o un piccolo abbozzo di racconto, che in origine era in prosa, o di poche righe. Per esempio uno dei miei testi preferiti tra quelli presenti nello spettacolo, uno dei primi: sotto il getto della doccia. Leggendo la raccolta e vedendo lo spettacolo o ascoltando l’album, sempre costruiti secondo un ordine sostanzialmente progressivo e cronologico di scrittura dei testi, è possibile trovare il ricorrere precoce di alcune ossessioni: la morte, la famiglia come perdita, una esplosiva e feroce repressione sessuale in cui l”erotismo latente va a braccetto con un certo puritanesimo, un cattolicesimo di ritorno che rientra dalla finestra come una ossessione e anche come materia linguistica immaginaria, la formazione e evoluzione di uno stile. Si sente un po’ di avanguardia e neo avanguardia novecentesca, ma anche Palazzeschi o Gozzano, una prolissità alternata a concisione.

Angela – Scrivi da quando eri ragazzino, cos’è cambiato negli anni nel tuo rapporto con la scrittura?

Daniele – L’accostamento di immagini iperboliche e spaccone e intime, di disperazione e ironia. Nello spettacolo si legge maggiormente, anche rispetto alla raccolta, una progressione dal frammento a forme quasi narrative, una presa di spazio del tema della morte e della perdita, un maggior spazio di consapevolezza politica Che non è necessariamente qualcosa che corrisponde a una evoluzione della mia scrittura, in generale, che anzi penso negli anni le spinte centrifughe e le forme letterarie, segmentate, meno narrative abbiano preso più spazio. Questo stesso spettacolo è un lavoro come dicevamo ieri alla faccio il teatro che mi pare e se no andatevene affanculo. Però sicuramente il lavoro, nello spettacolo, passa da una astrattezza a una maggiore concretezza e dal frammentario al racconto e confessione diretta. Sempre con toni contraddittori e automistificanti e ironici ma sempre tragici.

Angela – Il tuo lavoro di attore come si relaziona con l’amore per la parola scritta che emerge fortemente dalle tue poesie?

Daniele – Parte tutto dalla scrittura, è attraverso la scrittura che sono arrivato sul palco a fare l’attore. L’ amore per il teatro e per la drammaturgia viene anche dalla passione musicale, per l’Opera, per artisti come Carmelo Bene, Leo de Berardinis, Gaber. Mi sono nutrito di queste suggestioni. 

E sicuramente questo nutrimento ha fatto crescere un artista capace di dare voce ad un disagio che attraversa i nostri tempi, senza togliere una profonda tenerezza per la fragilità dell’essere umano.

  Angela Giassi

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