La nuova legge elettorale che il Senato si appresta a esaminare alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva viene presentata come una risposta alla cronica instabilità della politica italiana: premio di maggioranza alla lista o alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza parlamentare capace di governare senza essere ostaggio dei piccoli partiti. Il principio, preso in astratto, è difficilmente contestabile. Un sistema elettorale può legittimamente cercare un equilibrio tra rappresentanza e governabilità e un premio condizionato al raggiungimento di una soglia minima non è, di per sé, una stranezza. Il problema è ciò che accade quando si guarda non alla formula scritta sulla carta, ma al modo in cui quella formula funziona nella realtà. Ed è proprio qui che emerge il possibile trucco della riforma. Il 42 per cento viene presentato come una soglia di garanzia, ma il punto decisivo è stabilire su quale universo di voti venga calcolata. La legge prevede uno sbarramento del 3 per cento: le liste che non lo superano, salvo le specifiche eccezioni previste dal testo, non partecipano alla distribuzione dei seggi. Questo significa che il sistema rischia di produrre un effetto paradossale: una coalizione potrebbe ottenere una percentuale consistente dei voti espressi dagli elettori, ma non arrivare formalmente al 42 per cento perché una parte dei voti finisce a liste escluse dal riparto. Il risultato è che la soglia del 42 per cento può diventare molto più difficile da raggiungere di quanto suggerisca la sua formulazione. È una questione tutt’altro che tecnica. In una legge elettorale, la matematica non è un dettaglio: è la sostanza della rappresentanza. Se il denominatore sul quale viene calcolata la soglia cambia, cambia anche il significato politico di quella soglia. Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe necessario un chiarimento pubblico e trasparente. La riforma approvata dalla Camera stabilisce che il premio scatti al raggiungimento del 42 per cento dei voti validi e che, in assenza di quel risultato, il premio non venga assegnato e i seggi vengano distribuiti secondo il criterio proporzionale. Il premio previsto è di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un tetto rispettivamente di 220 deputati e 113 senatori per la coalizione o lista vincente. La contraddizione politica è evidente. Da una parte si dice di voler costruire un sistema capace di garantire stabilità. Dall’altra si introduce una condizione che, per come è costruita, può rendere estremamente difficile l’accesso al premio. Se nessuna coalizione raggiunge il 42 per cento, il meccanismo di governabilità rimane sulla carta. E allora la domanda diventa inevitabile: perché introdurre un premio di maggioranza così importante se contemporaneamente si costruisce un sistema nel quale quel premio potrebbe non scattare quasi mai? La risposta non può essere affidata alla propaganda dei partiti. Deve essere cercata nei numeri e nelle conseguenze concrete della legge. Qui si apre il vero problema democratico. Una legge elettorale dovrebbe essere comprensibile all’elettore medio, non soltanto agli specialisti del diritto costituzionale o agli esperti di sistemi elettorali. Il cittadino deve poter sapere con ragionevole chiarezza che cosa produce il proprio voto. Se invece una coalizione può arrivare molto vicina alla soglia apparentemente decisiva ma rimanere esclusa dal premio per effetto della diversa base di calcolo determinata dai voti assegnati alle liste sotto il 3 per cento, il meccanismo diventa difficilmente leggibile. E quando una regola fondamentale della democrazia rappresentativa diventa incomprensibile, la fiducia nelle istituzioni ne paga il prezzo. La soglia di sbarramento ha naturalmente una sua logica. Serve a evitare la frammentazione eccessiva del Parlamento e a impedire che una miriade di microformazioni trasformi le Camere in un mercato permanente di voti e di veti. È un obiettivo condivisibile. Ma una cosa è impedire ai piccoli partiti di ottenere seggi; altra cosa è utilizzare i voti ottenuti da quei partiti in modo da modificare la soglia necessaria per attribuire il premio di maggioranza. Sono due problemi diversi e sarebbe necessario che il legislatore spiegasse con estrema chiarezza perché debbano essere collegati. Il rischio è quello di costruire una legge apparentemente semplice, ma in realtà capace di produrre risultati molto diversi da quelli annunciati. Il messaggio politico è: «Se una coalizione arriva al 42 per cento, avrà una maggioranza per governare». Ma il messaggio completo dovrebbe essere: «Se arriva al 42 per cento secondo le modalità di calcolo previste dalla legge». È una differenza enorme. Perché tra il consenso reale espresso dagli elettori e il consenso utilizzato per determinare l’accesso al premio si inserisce un filtro matematico che può alterare la percezione del risultato. È proprio su questo terreno che la nuova legge dovrebbe essere giudicata. Non sulla sua etichetta, non sulla promessa di stabilità, non sulla convenienza contingente dell’una o dell’altra maggioranza. Una legge elettorale seria deve essere neutrale rispetto ai governi che possono beneficiarne. Deve funzionare allo stesso modo quando vince la destra, quando vince la sinistra e quando nessuno dei due schieramenti riesce a prevalere nettamente. Se invece una regola viene costruita in modo da favorire strutturalmente chi dispone di una determinata configurazione politica, il problema non è soltanto parlamentare: diventa istituzionale. C’è poi un secondo elemento che merita attenzione. Il testo approvato dalla Camera ha eliminato il ballottaggio previsto nelle versioni precedenti. Se nessuna lista o coalizione raggiunge il 42 per cento, dunque, non c’è un secondo turno nel quale gli elettori possano scegliere direttamente tra i due schieramenti più forti: si torna al riparto proporzionale. Questo rende ancora più importante la soglia del 42 per cento. Perché il sistema finisce per oscillare tra due modelli molto diversi: da una parte il premio che dovrebbe assicurare una maggioranza parlamentare solida, dall’altra un proporzionale che, se il premio non scatta, può riproporre proprio quella frammentazione che la riforma dichiara di voler superare. Il punto, quindi, non è essere favorevoli o contrari al premio di maggioranza. Il punto è capire se il meccanismo sia coerente con l’obiettivo dichiarato. Se il premio serve a garantire la governabilità, dovrebbe essere costruito in modo da essere concretamente raggiungibile da una forza politica che abbia ottenuto un consenso largo e inequivocabile. Se invece viene fissata una soglia molto alta e contemporaneamente si modifica la base sulla quale quella soglia viene calcolata, il premio rischia di diventare più una promessa politica che uno strumento effettivo di governabilità. Non è un dettaglio secondario nemmeno il problema della rappresentanza. La Corte costituzionale ha più volte chiarito che un premio di maggioranza è ammissibile, ma non può produrre una distorsione eccessiva tra voti espressi e seggi assegnati. Il tema della proporzionalità è quindi inevitabilmente destinato a entrare nella discussione sulla riforma. Un contributo presentato al Senato durante l’esame del provvedimento ha richiamato proprio la necessità di valutare se la soglia del 42 per cento e l’entità del premio siano compatibili con i principi costituzionali che tutelano l’eguaglianza del voto. Il Parlamento ha dunque davanti una scelta che va oltre gli interessi immediati della maggioranza. Può approvare rapidamente una legge che promette stabilità e lasciare che siano gli elettori, i matematici elettorali e forse i giudici costituzionali a scoprirne successivamente gli effetti. Oppure può fermarsi, rendere trasparenti tutti i meccanismi di calcolo e spiegare agli italiani, numeri alla mano, quanti voti servano davvero per ottenere il premio. È questa la prova decisiva. Perché il problema di una legge elettorale non è soltanto chi vince. È anche il modo in cui si stabilisce che qualcuno ha vinto. E se il 42 per cento viene presentato come la soglia della governabilità, ma il sistema può rendere quella soglia molto più lontana di quanto sembri attraverso l’esclusione dei voti delle liste sotto il 3 per cento, allora il Parlamento ha il dovere di spiegare il meccanismo senza formule propagandistiche. Altrimenti il rischio è quello di consegnare agli elettori una legge che sembra garantire stabilità, ma che potrebbe produrre esattamente l’opposto: nessun premio, nessuna maggioranza automatica e un ritorno alla trattativa tra partiti. In questo senso il vero trucco non sarebbe nel premio di maggioranza. Sarebbe nel modo in cui si costruisce la soglia necessaria per ottenerlo.
Andrea Viscardi
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