Spoleto – Palazzo Mauri, dove la memoria del teatro incontra l’arte del presente.

Un viaggio nella memoria del teatro attraverso i costumi di Tita Tegano, poi la sorpresa di una biblioteca seicentesca e di una mostra nata dentro la Casa di Reclusione di Spoleto. Due esposizioni diverse, unite da un filo che conduce alla storia del Teatro Sperimentale e alla sua ottantesima stagione.

Ero a Spoleto per una gita familiare. Questa volta, diversamente da quanto accade spesso nei miei viaggi, non pensavo di incontrare il mondo dell’opera. E invece è stato il mondo dell’opera a venirmi incontro.
Passeggiando nel centro storico, mi sono fermata ad ammirare la facciata di Palazzo Mauri, nel cuore della città. Proprio lì, l’occhio mi è caduto sul cavalletto con il cartellone della mostra dedicata ai costumi della collezione Renato Bruson – Tita Tegano, non potevo non affacciarmi, almeno per dare un’occhiata.

Credevo, peraltro, che avrei dovuto limitarmi a sbirciare dall’ingresso, avevo infatti con me la mia cagnolina e non sapevo se fosse consentito entrare. Invece è stata accolta con la stessa naturalezza con cui lo sono stata io e mi ha accompagnata in questa piacevole scoperta, che da una semplice curiosità si è trasformata in un piccolo viaggio dentro la storia del teatro musicale.

Al piano terra, tra abiti di scena, tessuti, ricami e dettagli costruiti per il palcoscenico, si attraversa una parte importante della storia dell’opera italiana e, insieme, della vicenda artistica e personale di due protagonisti.
Tita Tegano e Renato Bruson hanno condiviso una lunga vita e un sodalizio artistico e professionale durato oltre cinquant’anni. Lei, costumista e scenografa, lui, grande baritono verdiano, tra i più importanti interpreti della scena lirica internazionale.
I costumi della mostra sono quelli realizzati dalla Tegano per alcune delle principali produzioni nelle quali Bruson fu protagonista sul palcoscenico e, in alcuni casi, anche alla regia.


Bruson, nato a Granze, in provincia di Padova, deve infatti al Teatro Lirico Sperimentale una pagina decisiva della propria storia artistica. Nel 1961 vinse il concorso dello Sperimentale e debuttò proprio a Spoleto, al Teatro Nuovo, nel ruolo del Conte di Luna del Trovatore. Tornò poi negli anni immediatamente successivi e, nel corso dei decenni, mantenne con l’istituzione un rapporto sempre più stretto, tornando sul palcoscenico e partecipando anche all’attività formativa come docente.

È questo il filo che lega il grande baritono alla città: non un’origine comune, dunque, ma un incontro artistico che risale agli inizi della sua carriera e che nel tempo si è trasformato in un rapporto profondo con il Teatro Lirico Sperimentale. Proprio per questo, dopo la scomparsa della moglie Tita Tegano, nel 2022 Bruson decise di destinare all’Archivio storico dello Sperimentale una parte preziosa del patrimonio professionale costruito insieme a lei: oltre 250 costumi realizzati tra il 1986 e il 2009.


La mostra consente così di entrare nel mondo di Tita Tegano non soltanto attraverso gli abiti, ma attraverso il modo in cui concepiva il costume teatrale. Nei pannelli viene ricordata la sua attenzione per ogni fase della realizzazione, dalla preparazione del figurino alla scelta dei materiali, dalla confezione alla ricerca dell’effetto finale. Per lei il costume non era semplicemente qualcosa da indossare, ma una vera e propria opera d’arte in movimento, capace di contribuire alla costruzione del personaggio.

Tra i percorsi più significativi c’è quello del Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi, prodotto al Teatro San Carlo di Napoli nel 1986 e successivamente al Teatro dell’Opera di Roma nel 1988. È una delle produzioni che segnano l’inizio del percorso documentato dalla collezione e testimonia il sodalizio artistico tra Bruson e Tegano proprio nel periodo in cui la carriera del baritono era ormai pienamente affermata.

Particolarmente emblematico il Rigoletto realizzato per lo Sferisterio di Macerata nel 1993. Il pannello della mostra dedica ampio spazio alla genesi del costume indossato da Bruson, spiegando come il lavoro della Tegano non si limitasse alla realizzazione di un abito formalmente impeccabile, ma richiedesse una precisa collaborazione con il regista e con tutte le esigenze della scena.

Poi c’è Otello, produzione del Teatro Comunale di Teramo del 2009, con la regia dello stesso Bruson e scene e costumi firmati da Tita Tegano. Qui il costume diventa quasi una dichiarazione visiva del personaggio, Otello compare inizialmente con una tenuta militare di alto rango, ma volutamente lontana dalle divise tradizionali: una corazza atipica con la testa del Leone di San Marco sul petto, un mantello in broccato rosso e nero attraversato da fasce di paillettes scure e una scimitarra ricavata dal fodero, ricoperta di pietre dure. Un insieme nel quale la tradizione veneziana e l’immaginazione teatrale si incontrano per restituire immediatamente la singolarità e la dimensione drammatica del personaggio.


Anche Falstaff, andato in scena al Teatro Marrucino di Chieti nel 2007, racconta bene questa idea del costume come parte integrante della drammaturgia. Bruson ne firmò la regia e interpretò lo stesso Falstaff, mentre Tegano curò costumi e impianto scenico. La sua scelta fu quella di ricreare un’Inghilterra rurale e fiabesca, costruita attraverso colori pastello e atmosfere ovattate. I costumi, però, non sono soltanto ricostruzione d’ambiente: servono a dare ai personaggi una precisa fisionomia e a sottolinearne il carattere. Persino Falstaff, attraverso l’abito, acquista quella dimensione grottesca e insieme umana che è essenziale alla lettura dell’opera.


L’ultimo dei percorsi proposti dalla mostra conduce a La traviata, ancora una volta al Teatro Comunale di Teramo, nel 2007, con Bruson alla regia e i costumi di Tegano. Qui la costumista cambia completamente registro e guarda all’universo elegante e malinconico della Belle Époque, recuperando le atmosfere tardo-liberty dei celebri dipinti di Giovanni Boldini. La produzione prende spunto anche dalle suggestioni della Signora delle camelie, creando per Violetta e per gli altri personaggi un mondo visivo raffinato, sospeso tra eleganza mondana e fragilità.

Interessante è vedere come dietro quello che sul palcoscenico appare semplicemente come un abito, ci sia in realtà un lavoro complesso di interpretazione. Il costume deve raccontare un’epoca, suggerire un carattere, assecondare la regia, dialogare con le luci e con lo spazio scenico e deve soprattutto appartenere al personaggio.
È il lascito di Tita Tegano che questa esposizione restituisce con particolare efficacia, un patrimonio di oltre 250 pezzi che non è soltanto testimonianza della carriera di Renato Bruson, ma anche documento della sensibilità artistica di una costumista che ha accompagnato per decenni il teatro d’opera.

Ma la visita non finisce qui.
Salendo al primo piano di Palazzo Mauri, quasi come se fosse una seconda tappa inattesa dello stesso percorso, si entra nella Biblioteca comunale “Giosuè Carducci”. E qui il visitatore si trova davanti alle sale della biblioteca che conservano ancora le decorazioni e gli affreschi delle antiche sale di rappresentanza del palazzo. La biblioteca è in attività e quindi occorre mantenere il silenzio poiché le sale sono adibite a studio, consultazione e conservazione dei volumi che la biblioteca custodisce.


Palazzo Mauri fu costruito nella prima metà del Seicento dalla nobile famiglia Mauri, in una zona centrale della città, prospiciente l’antica Piazza del Mercato. Nel corso della sua storia ha conosciuto diverse destinazioni e oggi ospita la biblioteca cittadina. È un luogo nel quale la memoria del palazzo e quella dei libri sembrano convivere naturalmente, creando una cornice particolarmente suggestiva per chi vi entra.
Ed è proprio qui che si incontra una seconda esposizione, molto diversa dalla prima ma, a ben guardare, sorprendentemente vicina nel suo rapporto con il teatro e con la città: “L’abbraccio”, realizzata nell’ambito dell’80ª Stagione lirica sperimentale. Le opere esposte sono state realizzate da alcuni detenuti della Casa di Reclusione di Spoleto all’interno di un percorso artistico e formativo. Più di quaranta lavori, realizzati con tecniche e materiali differenti, raccontano un’esperienza nella quale l’arte diventa anche possibilità di espressione e di confronto.


E c’è qualcosa di particolarmente significativo nel fatto che proprio da questo progetto sia nata l’immagine utilizzata per l’ottantesima Stagione lirica sperimentale di Spoleto.
Il titolo della mostra, L’abbraccio, assume allora un significato che va oltre l’opera raffigurata. Da una parte, al piano terra, i costumi di Tita Tegano conservano la memoria di una grande stagione del teatro e di una storia personale che ha trovato in Spoleto uno dei suoi luoghi più importanti. Dall’altra, salendo le scale, un gruppo di persone private della libertà trova nell’arte uno spazio per creare, immaginare e restituire qualcosa alla propria comunità.
E tutto questo accade dentro un palazzo antico, dove gli affreschi continuano a convivere con i libri, con le mostre e con le storie di chi, in epoche molto diverse, ha attraversato quelle stanze.

Non due mostre semplicemente ospitate nello stesso edificio, ma due modi diversi di affidare all’arte la memoria e la possibilità di trasformarla.
A Spoleto, dove la storia dell’opera è cominciata anche per Renato Bruson, un abito di scena può così condurre a una storia d’amore e a un sodalizio artistico, una biblioteca può aprire la strada a un’altra esposizione e un’opera nata in un luogo di reclusione può diventare l’immagine simbolo di una stagione lirica che raggiunge il traguardo degli ottant’anni.
Un percorso inatteso, nel quale passato e presente finiscono per incontrarsi proprio sotto il segno di quell’abbraccio.


Loredana Margheriti

Circa Loredana Margheriti

Ha un formazione umanistica che affonda le radici nella ricerca documentale. La passione per la musica, in particolare per il canto lirico, accompagna da sempre il suo percorso, ha intrapreso infatti in giovane età lo studio del canto. "Scrivere di arte e spettacolo è per me un modo per restituire emozioni, condividere visioni e dare voce a ciò che l’esperienza estetica accende dentro di noi." Mossa da passione quindi, ed accompagnata da infinita curiosità, collabora con diverse testate digitali, occupandosi soprattutto di recensioni musicali e operistiche, ma racconta spesso anche di eventi culturali, teatrali e d’arte. Attualmente lavora nel restauro di beni culturali monumentali, un’attività che le permette di rimanere in costante dialogo con la bellezza, anche nella sua forma materica.

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