Gli sconti fiscali non sono il rimedio

La crisi energetica e l’aumento dei costi dei carburanti non possono essere affrontati con una sequenza di mini sconti fiscali settimanali, utili forse a contenere per qualche giorno l’impatto sui prezzi, ma del tutto insufficienti a governare una situazione che ha ormai caratteristiche strutturali. Quando il prezzo dell’energia torna a salire sotto la pressione delle guerre e delle tensioni internazionali, il problema non è soltanto quanto costa un litro di carburante oggi, ma quanto un Paese sia preparato a sostenere shock che possono protrarsi per mesi o ripetersi nel tempo. Gli scenari di guerra in Medio Oriente e in Europa hanno dimostrato quanto sia fragile il sistema energetico davanti alle crisi geopolitiche. Le tensioni sulle rotte commerciali, i rischi per le forniture, le oscillazioni dei mercati e l’incertezza legata alle materie prime si trasferiscono rapidamente sui costi dell’energia e, di conseguenza, sui trasporti, sulla produzione industriale, sull’agricoltura e sui bilanci delle famiglie. Il prezzo del carburante diventa così soltanto la manifestazione più visibile di un problema molto più ampio. Di fronte a questa situazione, intervenire sulla fiscalità può essere necessario in circostanze eccezionali, soprattutto per evitare che gli aumenti più bruschi ricadano immediatamente sui cittadini e sulle imprese. Ma una misura temporanea non può essere scambiata per una politica economica. Ridurre per qualche giorno o per qualche settimana il peso delle imposte può attenuare l’emergenza, ma non modifica le condizioni che hanno prodotto l’aumento dei prezzi e non mette il Paese al riparo da una nuova fiammata. Il rischio è quello di trasformare l’emergenza in una gestione permanente dell’emergenza. Ogni volta che il prezzo sale si interviene con uno sconto, quando scende si attende, quando torna a salire si cerca una nuova copertura finanziaria. È una politica necessariamente condizionata dagli eventi e priva di una prospettiva. Ma l’energia, per la sua importanza economica e strategica, non può essere governata soltanto seguendo le quotazioni del giorno. Serve una programmazione seria, capace di considerare anche gli scenari peggiori. Le guerre in corso hanno dimostrato che la sicurezza energetica è parte integrante della sicurezza nazionale. Un Paese deve sapere da dove arriva l’energia, quanto può contare su forniture alternative, quali riserve può mobilitare, quali infrastrutture possiede e quanto rapidamente può reagire quando una crisi internazionale modifica gli equilibri del mercato. La programmazione deve riguardare innanzitutto le fonti di approvvigionamento. Diversificare non significa sostituire una dipendenza con un’altra, ma costruire un sistema nel quale l’interruzione o la forte riduzione di una determinata fornitura non provochi una crisi immediata. Questo richiede infrastrutture, accordi internazionali, capacità di stoccaggio e una politica energetica coerente nel tempo. Lo stesso vale per le fonti nazionali. Aumentare la produzione di energia, sviluppare le rinnovabili, rafforzare le reti, migliorare l’efficienza e sostenere le tecnologie in grado di ridurre la dipendenza dalle importazioni sono scelte che richiedono anni. Proprio per questo devono essere decise quando la crisi non è ancora esplosa, non quando il prezzo del carburante è già diventato un problema politico quotidiano. C’è poi una conseguenza economica che non può essere ignorata. L’aumento dei carburanti non pesa soltanto sugli automobilisti. Aumentano i costi della logistica, del trasporto delle merci, della produzione e della distribuzione. Il rincaro dell’energia finisce per alimentare altri prezzi e ridurre il potere d’acquisto. Un intervento occasionale sul carburante può quindi offrire un sollievo immediato, ma non affronta la catena di effetti che parte dal costo dell’energia e attraversa l’intera economia. Per questo sarebbe necessario abbandonare la logica del provvedimento annunciato di settimana in settimana e costruire un piano pluriennale per la sicurezza energetica. Un piano che stabilisca obiettivi, risorse, infrastrutture prioritarie e strumenti da utilizzare in caso di nuove crisi internazionali. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di prepararsi a scenari che ormai non possono più essere considerati improbabili. Le guerre in Europa e in Medio Oriente hanno reso evidente che la stabilità energetica non è garantita. I mercati possono reagire rapidamente a un attacco, a una crisi diplomatica, a un blocco delle rotte o a una nuova escalation militare. La risposta di uno Stato non può quindi essere improvvisata ogni volta che il prezzo aumenta. Deve esistere una strategia già definita, con strumenti pronti a essere attivati. Gli sconti fiscali possono essere uno degli strumenti disponibili, ma non possono diventare la politica energetica di un Paese. Se vengono utilizzati senza una strategia più ampia, rischiano di diventare soltanto una misura tampone, costosa per i conti pubblici e incapace di risolvere le cause della crisi. La vera protezione per famiglie e imprese non consiste nel promettere ogni settimana qualche centesimo in meno alla pompa, ma nel costruire le condizioni perché il sistema sia meno vulnerabile alle crisi internazionali. La questione energetica deve dunque tornare a essere affrontata come una questione strategica. Le guerre hanno cambiato il mercato dell’energia e hanno mostrato il legame diretto tra geopolitica, sicurezza e costo della vita. Continuare a intervenire soltanto sull’effetto significa inseguire una crisi che può ripresentarsi a ogni nuova tensione internazionale. Programmare, diversificare e investire significa invece affrontare il problema alla radice. È una strada più difficile, più costosa e meno immediata, ma è l’unica che possa evitare che ogni nuova crisi energetica trovi il Paese impreparato.
Andrea Viscardi

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