«Il problema reale non assomiglia a Terminator. Non è un robot che si ribella, ma qualcosa di molto più sottile e per certi versi più insidioso. Il pericolo non è la ribellione della macchina, è la nostra resa: il momento in cui smettiamo di chiedere “perché” e ci limitiamo ad accettare il risultato perché l’algoritmo è “più efficiente”». Lo afferma padre Paolo Benanti, intervistato in esclusiva sul numero di Chi in edicola questa settimana. Francescano e teologo, tra i massimi esperti di intelligenza artificiale e consigliere del Vaticano, del governo italiano e dell’Onu sui temi dell’IA, Benanti invita a prendere sul serio gli allarmi che arrivano dagli stessi protagonisti del settore: «La corsa verso sistemi sempre più potenti procede più velocemente delle nostre capacità di comprenderne le conseguenze. Nessuna promessa di progresso giustifica il diritto di scommettere sul futuro dell’intera umanità senza il suo consenso».
Ma fermare l’innovazione non è la soluzione. «La prudenza non è il contrario dell’innovazione: è la condizione perché l’innovazione sia davvero al servizio dell’uomo. L’accelerazione per sé non è un valore: è un valore solo se sappiamo dove stiamo andando. Oggi non lo sappiamo con certezza». E i rischi di una tecnologia che corre senza limiti, osserva Benanti, li abbiamo già sperimentati: «Un mondo in cui la tecnologia avanza senza vincoli ha già prodotto i social media che conosciamo, con i loro effetti devastanti sulla salute mentale dei giovani e sulla qualità del discorso pubblico».
Ci sono poi decisioni che, secondo Benanti, non potranno mai essere delegate: «Una macchina può ottimizzare, ma non può assumersi una colpa, né provare pietà, né decidere di perdonare. Ovunque sia in gioco la dignità di una persona, l’ultima parola deve restare umana».
La differenza tra uomo e macchina resta radicale. «L’intelligenza umana è qualcosa di molto più ricco: è la capacità di dare senso, di cogliere il contesto, di commuoversi davanti alla bellezza, di soffrire per un’ingiustizia. È inseparabile dal corpo, dalle emozioni, dalla storia di ciascuno». E aggiunge: «La macchina può comporre una sinfonia, ma non sa perché la musica commuove. Può scrivere un testo, ma non ha nulla da dire».
Anche quando l’intelligenza artificiale contribuisce a risolvere problemi complessi, resta una differenza sostanziale: «La macchina può trovare pattern in quantità enormi di dati, può suggerire correlazioni che l’occhio umano non vedrebbe, può persino produrre risultati formalmente corretti. Ma non sa di stare scoprendo qualcosa. Non prova lo stupore della scoperta, non ne coglie il significato».
Il rischio più profondo, dunque, non è che le macchine diventino simili all’uomo: «Il pericolo non è che le macchine diventino troppo intelligenti, ma che noi finiamo per considerare intelligente solo ciò che le macchine sanno fare». La sfida dei prossimi anni sarà riuscire a governare ciò che abbiamo creato: «Nei prossimi dieci anni si decideranno cose che influenzeranno i prossimi cento. Sarà davvero una prova di maturità per la nostra civiltà: dimostrare che sappiamo governare ciò che sappiamo costruire».
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