Significa, al contrario, saper entrare in rapporto con le fonti senza diventarne dipendenti, riconoscere l’utilità delle informazioni senza confondere l’accesso con la credibilità e mantenere quella distanza critica che costituisce la prima garanzia dell’indipendenza giornalistica. È questo il punto che il caso Ranucci-Lavitola impone di affrontare, al di là delle contrapposizioni politiche e della consueta tentazione di trasformare ogni vicenda giudiziaria in un referendum pro o contro una parte. La vicenda è ancora oggetto di indagine e le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi competenti. Secondo quanto riferito dagli inquirenti, Valter Lavitola è stato indicato come possibile mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e nei suoi confronti è stata contestata anche l’ipotesi di strage. Si tratta, naturalmente, di accuse e non di sentenze definitive. Ma proprio perché il procedimento giudiziario deve seguire il proprio corso, il giornalismo deve essere valutato su un terreno diverso: quello della responsabilità professionale. Ed è qui che la questione diventa più delicata. Un giornalista può frequentare una persona controversa. Può incontrare un pregiudicato. Può perfino costruire con una fonte un rapporto personale, se quel rapporto serve a ottenere informazioni di interesse pubblico. La storia del giornalismo è piena di relazioni ambigue, interlocutori discutibili e fonti che hanno interessi propri. Il problema non è quindi la semplice frequentazione. Il problema nasce quando la distanza tra giornalista e fonte diventa così sottile da rendere difficile capire chi utilizzi chi, quali informazioni siano state verificate e quali invece siano state semplicemente accolte perché provenienti da una persona considerata affidabile. La libertà di stampa non offre una patente di immunità alle relazioni personali dei giornalisti. Protegge il diritto di informare, non l’eventuale imprudenza del singolo professionista. E soprattutto non autorizza a confondere il giornalismo investigativo con la disponibilità a frequentare qualsiasi ambiente in nome della notizia. Una fonte può essere preziosa e contemporaneamente essere manipolatoria. Può fornire informazioni vere per ottenere un risultato falso. Può consegnare un documento autentico per orientare l’attenzione verso un obiettivo preciso. Può cercare di accreditare un giornalista, condizionarlo, utilizzarlo o semplicemente sfruttarne la visibilità. È proprio per questo che il rapporto con le fonti richiede metodo, verifiche indipendenti e una distanza professionale proporzionata al rischio. Nel caso Ranucci-Lavitola, dunque, la domanda decisiva non dovrebbe essere se un giornalista abbia il diritto di conoscere o frequentare una persona discussa. Quel diritto, in linea di principio, esiste. La domanda dovrebbe essere un’altra: quella relazione ha condizionato il lavoro giornalistico? Ha prodotto omissioni, distorsioni, vantaggi indebiti o informazioni non sufficientemente verificate? Ha trasformato il giornalista in uno strumento inconsapevole della fonte? Su questo terreno, e soltanto su questo terreno, l’indagine sulla qualità dell’informazione può diventare seria. Non basta sostenere che Ranucci è vittima di un attentato per concludere che ogni sua scelta professionale debba essere considerata automaticamente corretta. Allo stesso modo, non basta la sua relazione con Lavitola per mettere in discussione l’intero lavoro di Report. Sarebbe un errore speculare. Il giornalismo non si giudica per simpatie, amicizie o antipatie, ma per ciò che pubblica, per ciò che verifica e per ciò che eventualmente omette. La sospensione delle repliche estive di Report da parte della Rai, nel pieno della vicenda, ha inoltre aggiunto un livello politico-mediatico a una questione che dovrebbe essere innanzitutto giudiziaria e professionale. Il rischio, in questi casi, è che il dibattito pubblico perda il proprio centro. Da una parte si può cadere nella difesa corporativa: ogni critica a un giornalista diventa un attacco alla libertà di stampa. Dall’altra si può cadere nel giustizialismo: la frequentazione di una persona indagata o condannata diventa automaticamente una prova di complicità. Entrambe le scorciatoie sono incompatibili con un’informazione adulta. La libertà di stampa merita di essere difesa proprio perché non coincide con l’impunità editoriale. Un giornalista deve poter parlare con chiunque, ma deve anche essere sottoposto a uno standard elevato di controllo quando parla con persone che hanno interessi, precedenti o capacità di influenza particolarmente rilevanti. Quanto più una fonte è potente, compromessa o interessata, tanto più rigorosa deve essere la verifica. È una regola elementare, ma decisiva. E vale per Ranucci come per qualsiasi altro giornalista, indipendentemente dalla parte politica che lo difende o lo attacca. La questione, allora, non è stabilire se Ranucci abbia perso il diritto di fare giornalismo perché ha frequentato Lavitola. Non lo ha perso. La questione è stabilire se, nel rapporto con Lavitola, abbia conservato fino in fondo quella autonomia che il pubblico ha il diritto di pretendere da chi conduce una trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico. È una differenza sostanziale. Difendere l’autonomia del giornalista non significa sottrarlo alle domande. Significa, al contrario, pretendere risposte più rigorose. E se emergeranno errori, omissioni o condizionamenti, dovranno essere riconosciuti e giudicati senza attenuanti. Se invece non emergeranno, sarà altrettanto necessario evitare che un rapporto personale venga trasformato, per convenienza politica, in una prova che non esiste. Il caso Ranucci-Lavitola dovrebbe quindi diventare un’occasione per discutere seriamente di etica delle fonti, non l’ennesimo episodio della guerra tra fazioni. Perché la libertà di stampa non si difende dicendo che un giornalista è al di sopra di ogni sospetto. Si difende dimostrando che, anche quando entra nei territori più opachi dell’informazione, sa mantenere la distanza necessaria per non diventare parte della storia che sta raccontando. E questa distanza, soprattutto quando la fonte è pericolosa, controversa o interessata, non è un limite alla libertà di stampa. È una delle sue condizioni essenziali.
Andrea Viscardi
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