Dopo le midterm americane, una nuova Yalta?

Il 3 novembre gli Stati Uniti non voteranno soltanto per rinnovare il Congresso. Le elezioni di medio termine saranno anche un passaggio attraverso il quale misurare la capacità dell’amministrazione Trump di governare la seconda metà del mandato e, soprattutto, di tradurre in una strategia coerente la trasformazione della politica estera americana. Tutti i 435 seggi della Camera e circa un terzo del Senato saranno sottoposti al voto. Il risultato stabilirà quanto spazio avrà la Casa Bianca per portare avanti la propria agenda, ma non determinerà automaticamente la direzione dell’ordine internazionale. È proprio qui che si apre la questione più interessante: se dopo le midterm Washington dovesse trovarsi davanti a un Congresso più conflittuale, più diviso o semplicemente meno disponibile a finanziare senza condizioni le iniziative presidenziali all’estero, la politica internazionale americana potrebbe essere spinta verso una fase di negoziati più selettivi e di priorità più nette. Non sarebbe una nuova Yalta nel senso storico del termine. Nel febbraio 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrarono in un mondo nel quale gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e, in misura ormai declinante, la Gran Bretagna rappresentavano i principali centri di potere capaci di decidere l’assetto dell’Europa del dopoguerra. Oggi il sistema è assai più frammentato. Ma la metafora di Yalta torna utile per descrivere un’eventuale tendenza: quella a considerare la competizione internazionale non più come una sequenza di crisi separate, bensì come una trattativa complessiva sui rapporti di forza. La differenza fondamentale è che oggi non esistono soltanto Washington, Mosca e Pechino. Esistono l’Unione europea, l’India, le potenze del Golfo, la Turchia, il Giappone, la Corea del Sud e una lunga serie di Stati che possono condizionare, in misura diversa, energia, commercio, tecnologia, sicurezza e accesso alle materie prime. La stessa Russia non occupa la posizione dell’Unione Sovietica del 1945, mentre la Cina è una potenza economica e tecnologica che non può essere ricondotta semplicemente alla categoria di una potenza regionale. Una eventuale nuova Yalta, dunque, non sarebbe la spartizione di un continente tra tre vincitori, ma il tentativo di stabilire quali potenze possano esercitare influenza su quali aree e su quali dossier. La politica americana degli ultimi mesi rende questa ipotesi meno astratta. Il confronto con la Cina rimane centrale, ma la competizione è accompagnata da negoziati commerciali e da momenti di distensione tattica. L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping di settembre ha prodotto, secondo Reuters, un’estensione di due mesi della tregua commerciale, mentre il presidente americano ha mostrato una maggiore cautela su alcuni fronti rispetto alla retorica più conflittuale del passato. È un elemento importante perché suggerisce che competizione e negoziato non sono più necessariamente alternative: possono procedere contemporaneamente. Anche il dossier russo mostra quanto sia difficile per Washington sostenere indefinitamente una strategia fondata sulla pressione senza arrivare a una definizione politica del conflitto. La guerra in Ucraina non è soltanto una questione europea: coinvolge direttamente il rapporto tra Stati Uniti, Russia, NATO, Unione europea e, indirettamente, Cina. Se Washington decidesse di ridurre il proprio coinvolgimento diretto in alcuni teatri per concentrare risorse e attenzione sulla competizione con Pechino, l’Europa sarebbe costretta a interrogarsi sulla propria capacità di sostenere autonomamente una parte crescente dell’architettura di sicurezza continentale. È qui che la parola Yalta diventa politicamente sensibile. Perché una politica delle sfere d’influenza avrebbe conseguenze diverse a seconda di chi la interpreta e da quale posizione. Per Washington potrebbe significare concentrare le risorse sui teatri ritenuti essenziali e chiedere agli alleati di assumersi una quota maggiore dei costi. Per Mosca potrebbe significare rivendicare una zona di sicurezza nell’Europa orientale. Per Pechino potrebbe tradursi nella richiesta di un riconoscimento più esplicito della propria centralità nell’Asia-Pacifico. Per gli europei, invece, il rischio sarebbe quello di trovarsi davanti a decisioni prese altrove su questioni che riguardano direttamente la sicurezza del continente. La variabile decisiva, tuttavia, sarà anche interna agli Stati Uniti. Le midterm stabiliranno la composizione del Congresso per gli ultimi due anni della presidenza Trump e potranno incidere sulla capacità della Casa Bianca di approvare leggi, finanziare programmi e sostenere iniziative internazionali. Analisi recenti descrivono una competizione ancora aperta e un quadro nel quale economia, costo della vita, energia e politica estera si intrecciano sempre più strettamente. Pew Research Center rilevava a luglio che il 43 per cento degli elettori registrati intervistati avrebbe sostenuto un candidato democratico alla Camera contro il 37 per cento per un repubblicano, ma sottolineava anche una sostanziale divisione tra gli americani sulla gestione dell’economia. Questo significa che sarebbe un errore leggere il voto di novembre soltanto come un referendum sulla politica estera. L’elettore americano voterà soprattutto su questioni domestiche, dal costo della vita all’economia, dall’immigrazione alla percezione dell’operato dell’amministrazione. Ma proprio il risultato interno potrà produrre conseguenze internazionali. Una Casa Bianca costretta a confrontarsi con un Congresso ostile potrebbe essere più selettiva nelle proprie ambizioni. Una maggioranza parlamentare favorevole, al contrario, potrebbe garantire maggiore libertà all’amministrazione nel proseguire la propria agenda. Nel frattempo il Medio Oriente aggiunge un ulteriore elemento alla complessità. La guerra con l’Iran, secondo le cronache più recenti, continua a pesare sulla politica americana e sui prezzi dell’energia, trasformando una crisi internazionale in una questione elettorale interna. Reuters ha evidenziato come la politica estera di Trump sia ormai strettamente intrecciata alle difficoltà economiche che gli elettori percepiscono nella vita quotidiana. In questo senso il confine tra geopolitica e politica interna americana è diventato sempre più sottile. La domanda che emergerà dopo il 3 novembre sarà quindi meno semplice di quella suggerita dalla metafora di una nuova Yalta. Non si tratterà soltanto di capire chi controllerà la Camera o il Senato, ma quale idea di ordine internazionale riuscirà a prevalere a Washington. Un ordine ancora fondato sull’idea di una leadership americana globale, un sistema nel quale gli Stati Uniti scelgono pochi interessi strategici prioritari, oppure una politica più apertamente transazionale, nella quale alleanze, commercio, sicurezza e accesso alle risorse diventano elementi di una continua negoziazione. In questo scenario l’Europa dovrà affrontare una questione che per anni è stata rinviata: quanto della propria sicurezza è disposta a garantire autonomamente. Se il rapporto con Washington diventasse più condizionato agli interessi immediati americani, non basterebbe invocare l’alleanza atlantica come una garanzia immutabile. Servirebbero capacità militari, industriali, energetiche e diplomatiche adeguate. Non perché gli Stati Uniti stiano necessariamente abbandonando l’Europa, ma perché la stessa definizione delle priorità americane sembra destinata a diventare più selettiva. Una nuova Yalta, dunque, non è un accordo che possa essere dato per acquisito e nemmeno una previsione sul futuro. È piuttosto una possibilità interpretativa: l’idea che il sistema internazionale possa entrare in una fase nella quale le grandi potenze cercheranno di delimitare più chiaramente i rispettivi interessi, negoziando dove possibile e confrontandosi dove necessario. Le midterm americane saranno uno dei primi test politici di questa trasformazione, non la sua causa. La vera incognita sarà capire se Washington continuerà a considerare l’ordine internazionale come un sistema che gli Stati Uniti devono guidare oppure come un insieme di rapporti di forza da rinegoziare caso per caso. Nel primo scenario l’America continuerà a cercare di mantenere una rete globale di alleanze e impegni. Nel secondo, potrebbe privilegiare la concentrazione delle risorse, la pressione sui partner e la trattativa diretta con le grandi potenze. Tra queste due impostazioni esiste una distanza enorme. E sarà probabilmente questa, più ancora della semplice composizione del prossimo Congresso, la questione strategica che emergerà dal voto di novembre.
Andrea Viscardi

Circa R

Riprova

Trump promette 5.000 dollari a chi voterà repubblicano

Trump sempre più stravagante: promette 5.000 dollari a chi voterà repubblicano. Ma il conto sarebbe …

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com