Trump promette 5.000 dollari a chi voterà repubblicano

Trump sempre più stravagante: promette 5.000 dollari a chi voterà repubblicano. Ma il conto sarebbe di mille miliardi Trump sempre più stravagante: promette 5.000 dollari a tutti quelli che voteranno il Partito repubblicano alle elezioni di medio termine di novembre. Una promessa che, tradotta in soldoni, avrebbe un costo potenziale nell’ordine dei mille miliardi di dollari. Una cifra mostruosa, soprattutto per un Paese che ha accumulato un debito pubblico superiore all’intero prodotto interno lordo e che deve già destinare risorse enormi al pagamento degli interessi sul debito. La domanda, allora, è inevitabile: dove li troverebbe Trump quei soldi? Da quale capitolo del bilancio americano arriverebbe una somma di questa portata? E soprattutto, con quali conseguenze sui conti pubblici? Perché mille miliardi di dollari non sono una promessa elettorale qualunque. Sono una cifra che, se presa sul serio, richiederebbe una spiegazione seria sulla copertura finanziaria. Ma il punto forse è un altro. Al di là dell’ennesima uscita sopra le righe, del comportamento da clown e della capacità di trasformare ogni campagna elettorale in uno spettacolo permanente, Trump sembra essere perfettamente consapevole di trovarsi in difficoltà. E sa che il rischio di una sconfitta repubblicana alle elezioni di medio termine è concreto. È questo il dato politico che non dovrebbe essere nascosto dal rumore dell’annuncio. Trump ha costruito gran parte della propria forza sulla rappresentazione di sé come leader invincibile, capace di dominare l’agenda politica e di imporre agli avversari tempi, temi e linguaggio. Ma un presidente davvero sicuro del proprio consenso non avrebbe bisogno di spingersi continuamente verso promesse sempre più spettacolari per mobilitare il proprio elettorato. Cinquemila dollari a ogni elettore repubblicano sono una cifra fatta per colpire l’immaginazione. È il tipo di promessa che non richiede spiegazioni sofisticate: è immediata, concreta, comprensibile. Il problema arriva quando dalla propaganda si passa alla realtà. Perché qualcuno dovrebbe pagare quel conto. E in un’America già alle prese con un debito gigantesco, pensare di aggiungere un impegno nell’ordine del trilione di dollari senza conseguenze è semplicemente irrealistico. Trump, però, conosce bene la sua base e conosce altrettanto bene la logica della comunicazione politica contemporanea. Sa che una promessa enorme può produrre un effetto politico enorme, anche quando la sua realizzazione appare problematica. Sa che il dibattito pubblico può essere spostato dall’analisi dei risultati alla suggestione di ciò che potrebbe arrivare. E sa soprattutto che, in una campagna elettorale, la paura di perdere può essere una potente motivazione per rilanciare continuamente la posta. Per questo sarebbe un errore considerare l’episodio soltanto come l’ennesima eccentricità di un presidente abituato a sorprendere. La stravaganza è certamente parte del personaggio, ma dietro il personaggio c’è una strategia. Trump deve tenere compatta la propria base, evitare defezioni, trasformare le elezioni di medio termine in un referendum sulla sua leadership e impedire che il voto diventi invece un giudizio sul suo operato. Il rischio per lui è reale. Una sconfitta repubblicana ridurrebbe il suo margine di manovra a Washington e renderebbe molto più complicato portare avanti la propria agenda. Per questo la campagna elettorale assume un’importanza decisiva. E per questo ogni promessa, anche la più stravagante, va letta dentro questa partita. Il paradosso è evidente: più Trump ha bisogno di dimostrare di essere forte, più la sua comunicazione sembra diventare estrema. Più vuole apparire padrone della situazione, più ricorre a annunci destinati a stupire. E più insiste sulla grandezza delle sue promesse, più diventa inevitabile chiedersi quanto di tutto questo sia effettivamente realizzabile. I mille miliardi necessari a finanziare una promessa da 5.000 dollari a testa rappresentano dunque qualcosa di più di un enorme problema contabile. Sono il simbolo di una politica che tende a sostituire la sostenibilità con lo spettacolo e la programmazione con l’annuncio. Ma sono anche il segnale di un presidente che sente il terreno elettorale meno solido di quanto vorrebbe far credere. Trump continuerà probabilmente a rilanciare. È il suo metodo, la sua cifra politica, il modo con cui ha costruito il proprio rapporto con gli elettori. Ma questa volta la domanda non riguarda soltanto quanto sia disposto a promettere. Riguarda quanto gli americani saranno disposti a credergli. E soprattutto se, dietro il fragore delle sue dichiarazioni, non si stia affacciando una realtà molto più semplice: il presidente ha paura di perdere.
Andrea Viscardi

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