Le storie dei giornalisti palestinesi dovrebbero essere raccontate ogni giorno.
“Genolie” (la menzogna sul genocidio) è il nome dell’iniziativa rilanciata da 40 organizzazioni pro-Israele. Tra queste vi sono anche organizzazioni che operano in Italia. “La menzogna sul genocidio di Gaza è una menzogna generata e orchestrata, promossa da reti antisioniste e antisemite in tutto il mondo”. Così scrivono sul loro sito strapieno di bugie che negano il genocidio a Gaza.
L’iniziativa, ovviamente, stamattina è stata rilanciata da una parte della stampa italiana. “La tesi del genocidio a Gaza, smontata punto per punto”, Libero. “Il report delle ONG: ecco perché a Gaza non è stato genocidio”, Il Tempo. Giornali, ovviamente, che fanno propaganda sionista e che appartengono entrambi al senatore Angelucci.
Tra le varie menzogne utili a negare il genocidio – pubblicate sul sito “Gaza Genolie” – vi è quella sui giornalisti. “La bufala della “guerra contro i giornalisti”. E ancora: “Tra le accuse mosse da GenoLIE contro Israele c’è quella secondo cui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero preso di mira intenzionalmente i giornalisti per sopprimere la copertura mediatica della guerra”.
Ora pensate quanto siano disgustosi quei giornalisti che, pur di leccare il deretano dei sionisti, debbono rilanciare iniziative in cui si negano le uccisioni dei propri stessi colleghi che, proprio a pochi chilometri dalle nostre coste, sulle sponde del nostro stesso mare, stanno perdendo la vita per raccontarci quello che continua ad accadere a Gaza.
A Gaza sono stati uccisi più di 260 giornalisti palestinesi. Sono più di quelli ammazzati durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. Oltre alle uccisioni, ricordo che lo Stato terrorista di Israele tiene in ostaggio decine di giornalisti. Proprio poche ore fa, in Cisgiordania, i terroristi israeliani hanno preso in ostaggio Muhammad Awad, un giornalista palestinese. Ricordo inoltre che, secondo la Palestinian Prisoner’s Society, oltre 250 giornalisti palestinesi sono stati “ arrestati” o “detenuti” dall’inizio del genocidio a Gaza.
Se volete leggere le storie dei giornalisti palestinesi, quelle vere, raccontate dagli stessi giornalisti palestinesi, vi invito a seguire questo nuovo progetto, “Living Record”. “Questo progetto ti chiede di ascoltare queste persone che ti parlano come se fossero tuoi amici, e questo è stato uno degli spunti principali del progetto stesso”, è stato detto a Middle East Eye da uno dei membri del progetto.
Condivido con voi il ricordo di Heba al-Abadla, una giornalista palestinese di 30 anni ammazzata a gennaio 2024, scritto da una sua collega giornalista, Mona Khader. Prendetevi un attimo e leggete queste parole con calma.
“Forse la cosa più difficile e dolorosa è parlare dei nostri colleghi che sono stati martirizzati in questa guerra genocida. Ci sono immagini che, ancora oggi, non riusciamo a toglierci dalla testa, perché il genocidio è ancora qui, non si è fermato. La fame è ancora in corso. Le uccisioni sono ancora in corso. Ho scelto di parlare della mia collega Heba al-Abadla per via del legame che ci univa.
Heba, quando era ancora all’università, ha iniziato a lavorare con noi a Filistiniyyat. Era una ragazza davvero brillante e forte, anche ai tempi dell’università. Aveva grandi ambizioni di diventare una giornalista affermata. […]
Si è impegnata molto a scuola e si è laureata con il massimo dei voti. Era una paladina dei diritti umani e delle libertà. Era una persona colta e intelligente. Heba si è sposata dopo la laurea, ma il matrimonio non le ha impedito di perseguire le sue ambizioni. Ha avuto una figlia. La vita di Heba è stata… non so cosa dire. Heba era semplicemente molto, molto ambiziosa. Aveva aspirazioni incredibilmente elevate. Si è unita a diversi gruppi e collettivi di giornalisti. Ha sempre amato il giornalismo d’inchiesta. Le piaceva moltissimo il giornalismo televisivo. Ha dedicato un’enorme quantità di lavoro alla sua formazione come giornalista.
Heba è stata vittima dell’occupazione israeliana. L’ultima cosa che ricordo di Heba è il suo appello su Facebook per essere salvata. Le forze di occupazione avevano assediato il suo quartiere, come è successo a tanti colleghi che sono stati martirizzati nelle loro case […].
Continuo a pensare all’angoscia che abbiamo provato con lei in quegli ultimi istanti, mentre implorava tutti di salvarla. Si è appellata alla Croce Rossa e ha continuato a chiamarli. Nessuno è riuscito a salvarla ed è stata martirizzata mentre teneva in braccio sua figlia.
Pubblicava sulla sua pagina tutto quello che stava succedendo. Ha scritto dei bombardamenti aerei sulla casa in cui si trovavano. Il luogo in cui si erano rifugiati. Tutti in casa erano civili [..]. Spero che diventino immortali. Spero che il loro ricordo continui a vivere, che si continui a parlare di loro. Che si continui a parlare dei loro disperati sforzi per denunciare i crimini dell’occupazione fino all’ultimo istante, come Ayat, Heba e Marwa Mussalam, e tante altre donne e uomini sul campo”.
Pensate adesso non soltanto ai giornali che chiaramente si sono schierati dalla parte del terrorismo di Stato israeliano, ma pensate anche a tutti quei giornali e a tutti quei politici che hanno smesso di raccontare Gaza, che hanno parlato del genocidio soltanto quando il tema era in “trend”, che stanno ignorando tutto quello che continua ad avvenire ogni giorno a Gaza e in Cisgiordnaia. Costoro sono complici dell’oscuramento dei palestinesi.
Le storie dei giornalisti palestinesi dovrebbero essere raccontate ogni giorno. Ogni giorno. Solo così i cittadini italiani potrebbero rendersi conto del sadismo di uno Stato che, ancora oggi, viene considerato “alleato” e contro cui il Governo italiano e l’Unione europea non hanno mosso un dito.
Alessandro Di Battista
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