Forza Italia ha un problema che non può più essere nascosto dietro rassicuranti liturgie. È un problema politico prima ancora che elettorale, di metodo prima ancora che di numeri. E riguarda la capacità del partito di sopravvivere alla stagione storica del berlusconismo senza trasformarsi in una sigla memorialistica, impermeabile alle energie nuove e incapace di ascoltare i territori. Il Riformista ha colto più di un segnale, più di un messaggio. Ed è in grado di anticipare oggi una notizia che ha richiesto, da parte nostra, le più attente verifiche: Forza Italia è sull’orlo di una scissione.
Partiamo con il dire che le fonti, provenienti da quattro regioni diverse e da un certo numero di parlamentari dei gruppi parlamentari azzurri di Camera e Senato, sono state vagliate per giorni. Analizzate, confrontate, scremate. E che tutte le informazioni sull’operazione sono state registrate, tra telefonate e messaggi. La scissione potrebbe prendere piede prima a Montecitorio, poi a Palazzo Madama. E riguardare un primo blocco di parlamentari che si iscriverebbero al gruppo Misto a cui poi si aggiungerà, entro dicembre, una seconda tranche. A primavera la gamba centrista della maggioranza arriverebbe quasi dimezzata. Un terremoto per tutto il sistema politico. Per Giorgia Meloni e il suo governo. Per la legislatura. E per la tenuta di un baricentro della politica, oggi affidato al ruolo di Forza Italia come architrave tra una sinistra riformista ridotta al lumicino e un’estrema destra mai tanto forte. Che cosa chiedono gli scissionisti?
Il punto non è mettere in discussione Antonio Tajani. Al contrario: la sua opera di traghettatore, dopo la morte di Silvio Berlusconi, viene riconosciuta anche da molti dei suoi critici interni. Ha tenuto insieme il partito, ne ha garantito la continuità e il saldo ancoraggio europeo. «Ma il tempo del contenimento è finito», suggerisce un senatore azzurro. Chi minaccia di andarsene, ripete piuttosto che oggi serve una fase diversa. E quella fase si chiama rinnovamento. Nel nome di Marina Berlusconi, che vede il partito muoversi a rilento a dispetto della sua natura dinamica e vivace. Rinnovarsi significa, nella pratica, convocare i congressi regionali. Tutti. Soprattutto quelli più difficili, quelli nei quali la leadership rischia di essere contestata. Un congresso non è una minaccia per il segretario: è lo strumento con cui un leader dimostra di avere fiducia nella propria comunità politica. Rinviare il confronto, congelare le divisioni, imporre dall’alto gli equilibri non pacifica il partito. Spesso rende soltanto più profonda la frattura.
Il rischio è tanto più serio perché, rispetto a qualche mese fa, gli scontenti percepiscono di avere alternative. Per questo Tajani dovrebbe scegliere il coraggio invece della prudenza difensiva. Aprire una stagione congressuale vera senza rinnegare la storia del partito. «Perché non basta evocare il cambiamento nei convegni: bisogna praticarlo nella selezione della classe dirigente», ci sussurra all’orecchio una deputata. Oggi c’è l’agenda Draghi. L’Europa dei volenterosi. La stagione dei diritti veri contro la retorica woke. La rappresentanza da dare a 12 milioni di elettori del Sì sulla riforma della giustizia. E la risposta moderata a chi dice che la sfida è tra Conte e Vannacci. La Campania sarà il banco di prova di questa scelta. Non perché sia l’unico problema di Forza Italia, ma perché vi si concentrano tutte le contraddizioni: richiesta di partecipazione, divisioni profonde, amministratori inquieti e parlamentari che chiedono di essere ascoltati. Un congresso aperto potrebbe tenere unito il partito-perno del sistema politico e diventare il primo segnale di una rinascita.
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.