Non è più soltanto la guerra russo-ucraina a rappresentare una crisi circoscritta ai confini dell’ex spazio sovietico.Il conflitto continua a intensificarsi,con una crescente combinazione di missili,droni e attacchi in profondità,mentre Mosca mantiene la pressione sul fronte e Kyiv amplia la propria capacità di colpire obiettivi militari ed energetici all’interno della Russia.L’ultimo sviluppo della guerra mostra una dinamica ormai difficile da contenere:la linea del fronte non coincide più con il perimetro geografico delle operazioni e il rischio di incidenti o di coinvolgimento indiretto dei Paesi della NATO aumenta. È soprattutto sul fianco orientale dell’Alleanza atlantica che si concentra una parte crescente dell’allarme.Le recenti violazioni dello spazio aereo di Polonia e Romania e gli episodi legati ai droni hanno spinto la NATO a rafforzare ulteriormente le proprie difese dal Baltico al Mar Nero.L’Alleanza considera ormai la Russia la principale minaccia diretta alla sicurezza dei suoi membri e denuncia una strategia che non si limita alla dimensione militare convenzionale,ma comprende sabotaggi,cyberattacchi,interferenze elettroniche,disinformazione e altre forme di pressione sotto la soglia della guerra aperta. Il punto più delicato è che Mosca sembra voler verificare quanto sia realmente solida la deterrenza occidentale.Le valutazioni dell’intelligence statunitense indicano la possibilità che Vladimir Putin possa autorizzare azioni provocatorie anche sul territorio della NATO,privilegiando inizialmente strumenti difficili da attribuire e capaci di creare divisioni politiche senza arrivare immediatamente a uno scontro militare diretto.Cyberattacchi,sabotaggi,operazioni clandestine e altre iniziative nella cosiddetta zona grigia potrebbero diventare,secondo queste valutazioni,uno degli strumenti attraverso i quali il Cremlino potrebbe mettere alla prova la coesione dell’Alleanza. In questo quadro assume un peso particolare la posizione del Regno Unito.Il nuovo premier britannico Andy Burnham ha confermato che Londra continuerà a sostenere pienamente l’Ucraina anche dopo le minacce provenienti da Mosca in relazione all’impiego di droni di produzione britannica negli attacchi in profondità contro obiettivi russi.La risposta del Cremlino è stata netta:il coinvolgimento britannico viene interpretato come un’escalation e Mosca ha evocato possibili conseguenze. Ma il problema per Londra non riguarda soltanto l’eventualità,per quanto oggi non imminente,di un attacco militare convenzionale.Le autorità britanniche devono fare i conti con la possibilità di una intensificazione della guerra ibrida russa:attacchi informatici,sabotaggi alle infrastrutture,azioni clandestine,interferenze e operazioni contro siti industriali o logistici legati al sostegno all’Ucraina.Il segnale politico arrivato da Mosca è diventato ancora più esplicito quando un consigliere del Cremlino ha affermato di non poter escludere azioni “semi-militari” contro il Regno Unito e possibili attacchi contro fabbriche britanniche impegnate nella produzione di droni destinati a Kyiv. È qui che la guerra assume una dimensione europea più ampia.Il rischio non è necessariamente quello di un’immediata invasione di un Paese NATO,scenario che comporterebbe conseguenze imprevedibili e metterebbe direttamente in gioco l’articolo 5 dell’Alleanza.Il rischio più concreto è quello di una progressiva normalizzazione delle provocazioni:un drone che oltrepassa una frontiera,un sabotaggio a una rete energetica,un cyberattacco contro un’infrastruttura strategica,un’operazione clandestina contro un impianto militare o industriale.Ogni singolo episodio potrebbe essere presentato come un fatto isolato,ma la somma di questi episodi potrebbe produrre un cambiamento sostanziale dell’equilibrio di sicurezza europeo. A rendere ancora più inquietante il quadro è il ritorno della minaccia nucleare nel linguaggio strategico russo.La Russia continua a utilizzare il proprio arsenale atomico come strumento di deterrenza e pressione politica e nel 2026 ha intensificato il cosiddetto nuclear signalling,cioè quei segnali militari e politici destinati a ricordare all’Occidente che qualsiasi ulteriore escalation potrebbe avere una dimensione nucleare.Le armi nucleari tattiche,per la loro minore potenza rispetto agli ordigni strategici e per la loro concezione legata anche a scenari di teatro,sono diventate uno degli elementi più pericolosi di questa retorica. Il problema non è soltanto stabilire se Putin abbia davvero intenzione di utilizzare un’arma nucleare tattica in Ucraina o contro un obiettivo occidentale.Le probabilità di un simile scenario restano difficili da quantificare e non devono essere confuse con una previsione certa.Il problema è che il Cremlino continua a mantenere aperta questa possibilità come strumento di pressione,facendo della minaccia nucleare una componente della propria comunicazione strategica.In una fase nella quale la guerra convenzionale si prolunga,gli attacchi raggiungono territori sempre più lontani dal fronte e aumentano le occasioni di contatto con gli interessi occidentali,il semplice ritorno sistematico al linguaggio nucleare contribuisce ad abbassare la soglia psicologica dell’escalation. L’Europa si trova così davanti a una situazione diversa da quella degli ultimi decenni.Non è ancora una guerra generale tra Russia e NATO,ma non è più neppure possibile considerare il conflitto ucraino come una crisi esclusivamente regionale.La guerra sta producendo conseguenze militari,politiche,energetiche e strategiche sull’intero continente e la distinzione tra guerra e pace diventa sempre più sottile.La vera sfida per i governi europei sarà quindi evitare due errori opposti:sottovalutare una minaccia che sta assumendo forme sempre più articolate oppure reagire a ogni provocazione con una spirale di escalation incontrollabile.La deterrenza dovrà essere credibile,la difesa rafforzata e la risposta alla guerra ibrida coordinata.Ma allo stesso tempo servirà mantenere aperto uno spazio diplomatico,perché in un’Europa armata e attraversata da tensioni nucleari l’assenza di un canale politico non rappresenterebbe una prova di forza,bensì un ulteriore fattore di rischio.Il punto decisivo è ormai evidente:la sicurezza europea non può più essere data per acquisita.E mentre i governi preparano nuove difese e Mosca continua a misurare la reazione dell’Occidente,la domanda non è più se la guerra russa contro l’Ucraina riguardi l’Europa,ma fino a che punto l’Europa riuscirà a impedire che quella guerra finisca per coinvolgerla direttamente.
Andrea Viscardi
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