Cacciari sul caso Meloni-Almasri

Per Massimo Cacciari, il caso Almasri e la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla sua iscrizione nel registro degli indagati non rappresentano nulla di nuovo. “Da Berlusconi a oggi, non è cambiato nulla! È un potere politico debole che si sente costantemente sotto attacco della magistratura, che a sua volta si sta indebolendo,” ha dichiarato il filosofo ed ex sindaco di Venezia in un’intervista a La Stampa.

Cacciari, però, non vede sorprese in questo scenario: “Siamo al solito refrain italiano: ogni volta che un politico viene indagato, salta fuori la denuncia degli straordinari poteri della magistratura.”

Secondo il filosofo, il governo non rischia nulla da questa vicenda, ma avverte l’opposizione di non farsi trascinare in un’illusione pericolosa: “Spero che l’opposizione, Schlein e gli altri, non cadano nel miraggio folle di cambiare la situazione politica per via giudiziaria.”

Cacciari critica la mancanza di una strategia chiara da parte del centrosinistra: “Invece di dire la sua con chiarezza sulla riforma della giustizia e affrontare con durezza il tema garantistico, continua a inseguire.”
Sul caso Almasri, il filosofo non nasconde il suo scetticismo: “Mi sembra una faccenda un po’ sporca da tutti i punti di vista. Ritengo che ci sia stato un gioco da parte di altre autorità di polizia nello scaricarci questo criminale che girava per l’Europa da parecchio tempo. Dopodiché, le autorità italiane hanno affrontato la grana com’era prevedibile.”

“Il problema è un governo che non riesce ad affrontare le riforme e dà la colpa a un complotto della magistratura.”

Sul tema della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e della riduzione del peso delle correnti, il filosofo è ancora più critico: “È una dichiarazione di lotta politica! Vogliono un Csm condizionato dal potere politico? Che lo dicano!”

L’ultratrentennale guerra fra politica e magistratura, cominciata nel 1992 con l’inchiesta Mani pulite, che conta almeno due governi caduti a causa di inchieste (Berlusconi 94, Prodi 2008), una mezza dozzina di ex premier indagati, che impegna in una costante guerriglia soprattutto la destra ma non di rado anche la sinistra, vive una nuova, imprevista, drammatica tappa: indagati in un colpo solo il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno, il ministro della Giustizia, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Non è un momento facile per il procuratore di Roma Francesco Lo Voi finito nella bufera per gli avvisi di garanzia alla premier Meloni, a due ministri e al sottosegretario Alfredo Mantovano. Non solo per la polemica sul ‘presunto atto dovuto” che tanto dovuto non era, come gli rimproverano fior fiori di giuristi. L’obbligatorietà dell’azione penale non significa aprire un fascicolo per ogni denuncia, il procuratore non è un passacarte.

Adesso a inguaiarlo c’è il caso dell’aereo di Stato che lo riguarda, come dimostra il carteggio tra il procuratore Lo voi e il sottosegretario Mantovano. ‘La Verità’ racconta con dovizia di particolari la notizia bomba dal Tg1, che ricostruisce i fatti con tanto di carte del ricorso del magistrato al Consiglio di Stato. Lo Voi si è appellato al Consiglio di Stato contro la decisione del sottosegretario Alfredo Mantovano (oggi indagato da Lo Voi per peculato) di togliergli il costoso aereo dei Servizi segreti con cui volava da Roma a Palermo. Oggi il quotidiano pubblica il carteggio tra il procuratore della Capitale e Mantovano. La prima missiva risale al febbraio 2023. “«Richiesta di voli di Stato del procuratore della Repubblica di Roma dottor Francesco Lo Voi”. Risposta: “diniego di autorizzazione allo stato degli atti”.

Il 16 febbraio il magistrato scrive all’Ufficio voli di Stato a perorare la richiesta. “L’uso del volo di Stato consente uno spostamento molto più rapido rispetto a quello dei voli di linea. Evita la presenza dello scrivente in ambienti e situazioni di facile riconoscibilità personale. Ed evita altresì l’Impiego di personale di scorta. Superfluo segnalare che per lo spostamento da Roma a Palermo o viceversa non è utilmente praticabile l’utilizzazione del mezzo ferroviario o l’uso di autovettura, in considerazione dei lunghissimi tempi di percorrenza, non compatibili con le ragioni di servizio”.

Il sottosegretario Mantovano risponde che “la maggiore rapidità dei voli di Stato non è un argomento in sé decisivo se non accompagnato dalla dimostrazione che un tempo di viaggio maggiore sarebbe incompatibile con indifferibili esigenze di servizio”. E ancora: “La presenza della scorta supererebbe le preoccupazioni circa la riconoscibilità”. Per questo incarica il Servizio voli di fare una comparazione economica “tra il costo complessivo del volo di Stato senza scorta e quello del volo commerciale con scorta”. Il conto. Il costo del volo di Stato è «di almeno 13.000 euro (a seconda del velivolo utilizzato), mentre il biglietto di andata e ritorno nella stessa tratta su un volo di linea varia dai 400 ai 700 euro per passeggero”.
Conclusione: “Ciò rende il volo di Stato sempre e notevolmente più costoso della soluzione commerciale”. Per questo la presidenza del Consiglio dei ministri «delibera di non autorizzare i voli di Stato in oggetto”. Ma il procuratore di Roma, che ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di peculato nei confronti del governo per il volo di Stato con cui, per ragioni di sicurezza, è rientrato in Libia Almasri, non molla e si appella al Consiglio di Stato.

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