Dall’incontro in settembre al Teatro dell’Opera di Roma, dove era in scena per Le nozze di Figaro e ora al Teatro Nazionale in prima assoluta con La vita nuda di Matteo D’Amico, un ritratto del tenore tra radici familiari, amore per il repertorio e voglia di esplorare nuovi territori artistici.
Lo abbiamo incontrato di recente in occasione di due produzioni molto diverse tra loro: Le nozze di Figaro e La vita nuda, la nuova creazione di Matteo D’Amico su testi di Luigi Pirandello. Due appuntamenti che hanno offerto l’occasione per una conversazione capace di andare oltre i singoli spettacoli, per ripercorrere il cammino artistico e umano di Blagoj Nacoski. Dopo oltre vent’anni di carriera, il tenore continua a guardare al proprio mestiere con curiosità, senza considerare l’esperienza un punto d’arrivo e conservando il desiderio di mettersi alla prova.
Nella conversazione emerge un artista legato alla grande tradizione operistica, ma tutt’altro che disposto a considerarla un territorio da custodire senza interrogarsi sul futuro. Accanto alla disciplina e alla consapevolezza maturate sul palcoscenico, colpiscono l’attenzione per le persone con cui lavora e la capacità di riconoscere nel teatro non soltanto una professione, ma uno spazio di incontro e crescita.
Nato a Skopje, in Macedonia, in una famiglia di musicisti, Nacoski cresce in un ambiente nel quale la musica appartiene alla quotidianità. Con una madre cantante e i nonni materni profondamente legati alla vita musicale del Paese, il teatro entra presto nel suo immaginario, attraverso i racconti familiari e l’esperienza diretta di un mondo fatto di prove, spettacoli, disciplina e passione condivisa. «Non mi stancavo mai di ascoltare i racconti di mia nonna sulla preparazione degli spettacoli, soprattutto negli anni del dopoguerra, quando fare teatro significava spesso affrontare difficoltà enormi, ma anche vivere un entusiasmo e uno spirito di condivisione straordinari», ricorda. Attraverso quelle storie prende forma una prima consapevolezza: l’opera non è soltanto ciò che il pubblico vede sul palcoscenico, ma il risultato del lavoro e della dedizione di tante persone.
Il suo percorso di formazione comincia con lo studio del canto sotto la guida della madre e prosegue in Italia, dove si trasferisce per approfondire la preparazione musicale. A Roma studia con Mirella Parutto e Antonio Boyer, quindi a Firenze con Silvia Bossa; nel 2003 si diploma al Conservatorio di Musica Licinio Refice di Frosinone. Nello stesso anno debutta al Teatro dell’Opera di Roma come Arturo in Lucia di Lammermoor di Donizetti, diretto da Daniel Oren con la regia di Graham Vick.
La sua storia artistica si sviluppa così tra due realtà culturali che continuano a dialogare. Le radici macedoni restano parte della sua identità, mentre la formazione italiana gli offre gli strumenti per costruire il proprio percorso professionale e confrontarsi con la tradizione operistica in cui si riconosce. La conoscenza del repertorio, maturata nel tempo, non diventa però una barriera nei confronti di linguaggi differenti, ma al contrario, sembra alimentare una disponibilità sempre maggiore verso nuove esperienze.
Questa apertura si manifesta con particolare chiarezza nel rapporto con la musica contemporanea. Nel corso della carriera Nacoski ha partecipato a una decina di prime esecuzioni assolute, esperienze che considera impegnative proprio perché prive di una tradizione interpretativa consolidata. Non essendoci incisioni di riferimento alle quali affidarsi occorre partire dalla partitura, comprenderne il linguaggio e costruire un’interpretazione senza poter contare su modelli già sedimentati.
È anche il percorso affrontato per La vita nuda, un lavoro che lo ha messo a confronto con una scrittura musicale complessa e con un processo creativo al quale hanno preso parte direttamente il compositore Matteo D’Amico e il librettista Sandro Cappelletto. Blagoj Nacoski riconosce il valore di questa possibilità, partecipare alla nascita di un’opera significa infatti contribuire a un’esperienza artistica destinata a presentarsi per la prima volta al pubblico.

La riflessione si allarga quindi al ruolo delle istituzioni e degli interpreti nella costruzione del repertorio futuro. «Mozart, Verdi, Puccini sono stati, ciascuno nel proprio tempo, compositori contemporanei», osserva. Le opere oggi considerate capisaldi della tradizione sono state, a loro volta, creazioni nuove, affidate ad artisti chiamati ad affrontare linguaggi non ancora consolidati.
«Non sappiamo quali opere contemporanee continueranno a essere rappresentate tra cinquant’anni o tra un secolo, ma sappiamo che senza nuove creazioni il teatro musicale rischierebbe di diventare soltanto un meraviglioso museo. E io credo fermamente che l’opera debba continuare a essere un’arte viva».
È una posizione che non contrappone il repertorio storico alla nuova musica, ma riconosce in entrambi due dimensioni necessarie della vita teatrale. La tradizione, per restare vitale, ha bisogno di essere conosciuta, rispettata e tramandata, ma anche di confrontarsi con il presente. In questo senso, l’esperienza di La vita nuda non rappresenta per Nacoski una parentesi rispetto al repertorio consueto, bensì una delle possibilità attraverso cui continuare a crescere come interprete.
Parlando della nuova produzione romana, il tenore torna più volte sul valore dei colleghi e sul clima umano che ha accompagnato il lavoro, è uno degli aspetti che racconta con maggiore partecipazione. La complessità della partitura e della costruzione teatrale ha richiesto concentrazione, disponibilità e un impegno considerevole e proprio per questo, la fiducia reciproca e la serenità del gruppo hanno avuto un peso importante.
Esprime particolare stima per i tutti i colleghi del cast, insieme agli attori coinvolti nello spettacolo. Il riconoscimento non si limita alle qualità individuali: riguarda la capacità di ciascuno di contribuire a un lavoro corale, nel quale le diverse presenze trovano una propria identità senza perdere il senso dell’insieme.
Altrettanto significativa è la considerazione riservata alla regista Cecilia Ligorio della quale apprezza la capacità di accompagnare gli interpreti nella ricerca delle motivazioni dei personaggi e al direttore Alessandro Cadario sottolineandone la sensibilità teatrale e l’attenzione al significato espressivo della partitura. «La sua interpretazione è teatro, non soltanto musica», dice del direttore, riconoscendo in questo approccio un principio importante anche per chi canta, non basta eseguire correttamente le note, occorre dare a ogni frase una direzione e un’intenzione.
La fatica delle prove, racconta, è stata accompagnata dalla soddisfazione di sentirsi parte di un processo creativo condiviso. «Continuo a pensare che i risultati artistici migliori nascano proprio quando al rigore professionale si accompagna il piacere autentico di lavorare insieme». E aggiunge di tornare spesso a casa esausto, ma profondamente felice; una dichiarazione che restituisce il senso di un’esperienza vissuta con partecipazione, nella quale il valore del risultato artistico si intreccia con la qualità delle relazioni.
Nelle recite di Le nozze di Figaro, il tenore aveva interpretato Curzio, una presenza che gli ha permesso di confrontarsi con uno dei grandi capolavori mozartiani. Il ruolo ha offerto anche l’occasione per apprezzare la qualità della sua voce, la solidità dello strumento e la naturalezza con cui affronta il repertorio. Doti che si accompagnano a una cura attenta della parola e del fraseggio, elementi fondamentali nella definizione di un interprete che non considera mai la tecnica un fine in sé, ma uno strumento al servizio dell’espressione.
Il rapporto con la voce, del resto, è cambiato insieme al suo modo di vivere la professione. Con il passare degli anni, e in particolare dopo la pandemia, Blagoj Nacoski dice di aver imparato a riconoscere l’importanza di un equilibrio tra lavoro e vita personale. In un mestiere competitivo, nel quale ogni audizione, debutto o giudizio può assumere un peso enorme, il rischio è identificarsi completamente con la propria attività, lasciando che la voce diventi il centro assoluto dell’esistenza.
«Ho imparato a non essere schiavo della mia voce e, soprattutto, a non essere schiavo del lavoro», afferma. Non si tratta di una diminuzione della dedizione, ma di una conquista di libertà. «Con il tempo ho capito che la voce è uno strumento meraviglioso, ma non deve diventare una prigione. Che il lavoro è una parte fondamentale della mia vita, ma non può e non deve coincidere con tutta la mia vita».
La passione è rimasta intatta, forse persino più consapevole, è cambiato il modo di affrontare le difficoltà, di accettare ciò che non può essere controllato e di vivere ogni esperienza senza lasciare che il giudizio esterno condizioni ogni aspetto della propria serenità. È una consapevolezza che, secondo Nacoski, lo ha reso anche un interprete più libero, curioso e disponibile a rischiare artisticamente.
Il desiderio di continuare a esplorare non manca, tra i ruoli che vorrebbe affrontare infatti figurano Werther e Des Grieux di Massenet, Don José nella Carmen di Bizet, Hoffmann nell’opera di Offenbach e Cavaradossi nella Tosca di Puccini. Lo attirano anche Orfeo di Monteverdi e Lenski nell’Evgenij Onegin di Čajkovskij, personaggi diversi per epoca, linguaggio e sensibilità, accomunati dalla possibilità di approfondire nuove dimensioni espressive.
Non si tratta, tuttavia, di aggiungere titoli a una lista, per lui ogni ruolo deve arrivare al momento giusto, quando voce, esperienza e maturità interpretativa sono pronte a incontrarsi. «Credo che il giorno in cui un artista smette di desiderare, di immaginare nuovi progetti e di mettersi alla prova sia un giorno piuttosto triste».

Tra i suoi interessi c’è anche il teatro di prosa, un territorio che gli piacerebbe esplorare al di là del canto. È un desiderio che conferma la sua curiosità per il teatro inteso nella sua interezza, come arte della parola, del gesto e della relazione con gli altri: «La voce è il nostro strumento privilegiato, ma il teatro è qualcosa di molto più grande».
È forse proprio questa disponibilità a guardare oltre i confini abituali a definire il suo percorso attuale. Le radici familiari e culturali restano un riferimento, la tradizione continua a essere una parte essenziale della sua identità, ma nessuna delle due diventa un limite. Per Blagoj Nacoski la carriera rimane un cammino aperto fatto di studio, incontri, nuove sfide e della volontà di non perdere la curiosità che rende vivo il mestiere dell’interprete.
Loredana Margheriti
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