Giorgia Meloni non firmerà il decreto che dovrebbe destinare quasi un miliardo di euro all’adeguamento degli stipendi dei magistrati. La presidente del Consiglio ha messo in conto anche l’ipotesi che sia il Consiglio di Stato a nominare un commissario ad acta al suo posto: in quel caso, ha detto, ognuno si assumerà le proprie responsabilità.
La premier giustifica il no con un confronto di cifre. Il miliardo per le toghe vale dieci volte quanto il governo sta cercando per l’autotrasporto, per evitare il blocco delle consegne di merci in tutta Italia. Il settore è in agitazione per il caro gasolio, con proteste nel Mezzogiorno e un incontro fissato al Mit per il 27 ottobre.
Il Dpcm, però, non è una scelta politica. Le retribuzioni dei magistrati si aggiornano per legge ogni tre anni, agganciate agli aumenti del pubblico impiego. L’Anm ha contestato il metodo di calcolo usato finora e Tar e Consiglio di Stato le hanno dato ragione, respingendo il ricorso del governo. Per il triennio 2021-2023 l’aumento quasi raddoppia, dal 6,69 al 12,32%. Il conto sfiora il miliardo ed è già inserito nel fondo sentenze del Documento programmatico di bilancio.
Le stime parlano di circa 100mila euro a magistrato arretrati compresi, più circa 20mila euro l’anno a regime. L’Associazione nazionale magistrati respinge questi numeri e rivendica «componenti stipendiali dovute per legge», mai corrisposte per anni.
“La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. A scrivere questo post sul suo profilo Facebook Alessandro Di Cicco, un magistrato in servizio alla procura di Roma. Un post che arriva dopo la presa di posizione della premier Giorgia Meloni che ha spiegato che “in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati”.
Un attacco gratuito contro il presidente del Consiglio, partito direttamente dal profilo Facebook di un magistrato in servizio alla Procura di Roma e che, come noto, ha infiammato lo scontro istituzionale. Un insulto a caldo, arrivato subito dopo il no della premier al Dpcm sugli aumenti stipendiali delle toghe, e che in queste ore ha registrato un seguito a sorpresa. «In data 19 ottobre 2026 alle ore 12 ricevevo sul mio account personale, avente nome “Di Cicco Alessandro”, della piattaforma social Facebook, alcune notifiche riconducibili ad attività non compiute da me su tale piattaforma. Pertanto mi rendevo conto che ignoti vi avevano fatto accesso a mia insaputa senza essere autorizzati».
Insulti a Meloni, il magistrato nella bufera: “Non ho scritto io quel post. Mi hanno hackerato”
È quanto si legge nella denuncia/querela presentata oggi pomeriggio alle 15 al commissariato di Ps del Palazzo di Giustizia di Roma dal magistrato in servizio alla procura di Roma, sul cui profilo Facebook ieri sera, poco dopo le 20, era comparso il post «La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia», pubblicato dopo la presa di posizione della premier Giorgia Meloni che aveva spiegato: «In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati».
Colpo di scena nel pomeriggio: «Accesso a mia insaputa sul mio profilo Fb». E presenta denuncia-querela
Colpo di scena nel pomeriggio, quando arriva la replica e la contromossa del magistrato, che si difende respingendo ogni addebito e parlando di un attacco informatico: «Mi hanno hackerato il profilo Facebook, non sono stato io a scrivere quel testo. Ero in viaggio e, appena me ne sono accorto, l’ho rimosso». Di Cicco si è poi recato al commissariato del Palazzo di Giustizia di Roma per sporgere formale denuncia/querela contro ignoti per accesso abusivo al proprio account, precisando ai cronisti che «un conto è non condividere le posizioni della premier, un altro è insultare».
Aimi (Csm): «Serve equilibrio, la credibilità delle toghe passa dal rispetto»
Intanto, mentre spetta alle indagini della Polizia Postale fare luce sulla presunta intrusione informatica, la vicenda ha sollevato un’ondata di sdegno e una tempestiva reazione istituzionale che ha dimostrato subito di non intendere far passare sotto silenzio l’accaduto. Enrico Aimi per esempio, componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura, preso atto del post ha immediatamente attivato gli organi di Palazzo dei Marescialli chiedendo l’apertura di una pratica disciplinare e la trasmissione degli atti alla Quarta Commissione per le valutazioni di professionalità. Un monito chiaro, che ora dovrà declinarsi alla denuncia del magistrato finito nella bufera.
Fonti qualificate del ministero della Giustizia riferiscono al Foglio un’intenzione del governo ben diversa da quella espressa da Meloni domenica, quando ha annunciato di non voler dare il via libera al dpcm che sblocca gli aumenti retributivi e gli arretrati destinati ai magistrati. Pertanto, alla luce di queste dichiarazioni Meloni firmerà il dpcm sugli arretrati dei magistrati.
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