Spionaggio economico: fino a che punto i servizi segreti devono sostenere le imprese nazionali?

La crescente competizione tecnologica internazionale sta riportando al centro del dibattito sul ruolo dell’intelligence una questione controversa: è legittimo utilizzare i servizi segreti per sottrarre informazioni commerciali e tecnologiche alle imprese straniere e favorire quelle nazionali? Una recente proposta avanzata su Foreign Affairs da un ex vicedirettore della CIA ha rilanciato il tema, mettendo in discussione il tradizionale rifiuto americano dello spionaggio commerciale. La questione ha però una portata più ampia, perché riguarda il rapporto tra intelligence, politica industriale e concorrenza economica.

Nel mondo occidentale si sono storicamente affermate due diverse tradizioni. La prima, rappresentata soprattutto da Stati Uniti e Regno Unito, distingue tra la raccolta di intelligence economica a sostegno delle decisioni del governo e lo spionaggio industriale finalizzato a procurare vantaggi commerciali a singole imprese. Secondo questa impostazione, i servizi possono raccogliere informazioni sulle politiche economiche degli altri Stati, sulle tecnologie strategiche e sulle attività industriali rilevanti per la sicurezza nazionale, ma non dovrebbero sottrarre segreti commerciali per trasferirli ai concorrenti nazionali.

Questa posizione rifletteva la convinzione che il governo non dovesse favorire determinate imprese alterando la concorrenza. Inoltre, durante buona parte del Novecento, molte delle innovazioni tecnologiche più importanti per la sicurezza nazionale erano sviluppate o finanziate direttamente dallo Stato, soprattutto attraverso il settore militare. Il primato tecnologico occidentale, e in particolare americano, rendeva inoltre importante scoraggiare lo spionaggio industriale praticato dagli altri paesi. Ancora nel 2015, durante la presidenza Obama, Washington promosse un accordo con Pechino per contrastare il furto informatico di proprietà intellettuale destinato a procurare vantaggi commerciali alle imprese.

La seconda tradizione, sviluppatasi soprattutto nell’Europa continentale e particolarmente in Francia, attribuisce invece allo Stato un ruolo più diretto nella tutela della competitività industriale nazionale. In questa concezione, l’intelligence economica comprende la raccolta di informazioni sui mercati e sui concorrenti stranieri, la protezione delle tecnologie nazionali e il sostegno alle imprese considerate strategiche. La Francia ha sviluppato dagli anni Novanta una politica esplicita di intelligence économique, che coinvolge amministrazioni pubbliche, servizi e imprese. I servizi francesi sono stati inoltre accusati in diverse occasioni di spionaggio industriale contro aziende straniere, comprese quelle di paesi alleati, sebbene queste accuse vadano distinte dalle attività ufficiali di intelligence economica.

Anche l’Italia riconosce esplicitamente la tutela degli interessi economici tra le missioni dell’intelligence. La legge 124 del 2007 attribuisce all’AISE e all’AISI, nei rispettivi ambiti di competenza, il compito di proteggere gli interessi economici, scientifici e industriali del Paese. La normativa non autorizza tuttavia, di per sé, il trasferimento alle imprese italiane di segreti industriali sottratti a concorrenti stranieri.

La distinzione tra queste tradizioni è oggi sottoposta a nuove pressioni. In settori come intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, biotecnologie e spazio, molte delle innovazioni decisive per la sicurezza nazionale provengono da imprese private. Parallelamente, la Cina combina investimenti pubblici, politiche industriali, acquisizioni tecnologiche e attività di intelligence per sostenere la propria competitività. Le tecnologie commerciali hanno inoltre applicazioni militari sempre più rilevanti, rendendo difficile separare la sicurezza nazionale dalla capacità innovativa delle imprese.

Di conseguenza, diversi governi occidentali hanno rafforzato il coinvolgimento dei servizi nella protezione delle tecnologie strategiche, nel contrasto allo spionaggio industriale e nella valutazione degli investimenti stranieri. La collaborazione tra intelligence e settore privato è diventata più stretta, anche attraverso la condivisione di informazioni sulle minacce informatiche e sui tentativi di acquisizione di tecnologie sensibili.

Rimane però una differenza sostanziale tra proteggere le imprese nazionali e utilizzare l’intelligence per favorirle nella competizione commerciale. È su questo secondo punto che si concentra il dibattito. Chi sostiene un impiego più offensivo dell’intelligence economica osserva che rinunciare allo spionaggio commerciale può comportare uno svantaggio nei confronti di Stati che già lo praticano. Inoltre, quando una tecnologia determina tanto la competitività industriale quanto le capacità militari, acquisire clandestinamente informazioni su un concorrente può apparire coerente con gli obiettivi della sicurezza nazionale.

Gli argomenti contrari riguardano soprattutto le difficoltà di attuazione. Il primo problema sarebbe decidere quali imprese debbano ricevere le informazioni raccolte clandestinamente. Favorire una grande azienda potrebbe danneggiare concorrenti più piccoli o imprese emergenti. La scelta dei beneficiari sarebbe affidata a funzionari pubblici, attraverso decisioni difficilmente verificabili a causa della segretezza delle operazioni. Il rischio di favoritismi, pressioni politiche e corruzione sarebbe quindi considerevole.

Vi sarebbero inoltre problemi nell’utilizzo delle informazioni. Un’impresa che ricevesse segreti tecnologici sottratti a un concorrente potrebbe incontrare difficoltà nel brevettare prodotti o sfruttare commercialmente quelle conoscenze senza rivelarne la provenienza. Lo spionaggio industriale contro aziende di paesi alleati potrebbe infine provocare ritorsioni e compromettere la cooperazione tra i rispettivi servizi.

Il problema centrale non è dunque se l’intelligence debba occuparsi di economia: la tutela degli interessi economici e tecnologici è già parte integrante delle missioni dei servizi di molti paesi. La questione è se questa funzione debba estendersi fino all’acquisizione clandestina di informazioni destinate a favorire specifiche imprese nazionali. La crescente competizione tecnologica rende questa possibilità più rilevante per i governi, ma non elimina le difficoltà di conciliarla con le regole della concorrenza, il controllo sull’azione dello Stato e la cooperazione internazionale.

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