Michele Mariotti dirige le due versioni del capolavoro rossiniano con il Coro del Teatro dell’Opera di Roma e un quartetto di solisti di grande qualità. Due serate ravvicinate, due differenti dimensioni sonore e un’esperienza d’ascolto che rivela la straordinaria ricchezza della partitura.
Al Teatro Costanzi la grandiosità, nella Basilica di San Vitale la purezza del suono. Due immagini, due impressioni che restituiscono il senso di un’esperienza musicale rara: ascoltare, a pochi giorni di distanza, entrambe le versioni della Petite messe solennelle di Gioachino Rossini, affidate alla direzione di Michele Mariotti, Direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma. Il 17 ottobre, con l’orchestra, e il 22 ottobre, con l’organico originario per due pianoforti e armonium, la medesima partitura ha mostrato due volti differenti, entrambi capaci di suscitare emozione e meraviglia.
Non è soltanto una questione di colori strumentali. Il doppio appuntamento, concepito dal Teatro dell’Opera come un percorso attraverso le due Petite messe, ha offerto l’opportunità di avvicinarsi alla scrittura rossiniana da prospettive complementari, cogliendo quanto possa cambiare la percezione di una composizione quando mutano l’organico, lo spazio e il rapporto fra le voci e gli strumenti. Un’occasione preziosa, perché ascoltare due versioni a distanza così ravvicinata consente di riconoscere con maggiore consapevolezza ciò che le distingue, ma anche ciò che, al di là delle differenze, costituisce l’identità profonda della musica.
Composta nel 1863, negli anni del lungo ritiro di Rossini dalle scene operistiche, la Petite messe solennelle vide la sua prima esecuzione ebbe luogo il 14 marzo 1864 nella casa del conte Alexis Pillet-Will e della moglie Louise, alla quale la partitura era dedicata. L’organico prevedeva quattro solisti, coro, due pianoforti e armonium. Rossini realizzò successivamente una versione per orchestra, eseguita per la prima volta il 28 febbraio 1869, dopo la sua morte.
La definizione di petite non deve trarre in inganno. La composizione si sviluppa attraverso una scrittura articolata, nella quale la severità liturgica convive con slanci lirici di grande intensità, momenti di intima devozione si alternano a pagine di notevole impegno vocale e il rigore del contrappunto si accompagna a una libertà espressiva che porta con sé l’inconfondibile impronta del teatro rossiniano.
È proprio il rapporto fra sacro e profano a rendere quest’opera così affascinante. Come ha osservato lo stesso Mariotti, la messa attraversa sentimenti profondamente umani, dal conforto della fede al dolore, fino alla paura e al turbamento. La spiritualità non si traduce dunque in un’espressione uniforme, ma si manifesta attraverso una pluralità di linguaggi, nei quali la ricerca della bellezza sonora non esclude l’inquietudine e la fragilità.
La prima serata, il 17 ottobre, ha restituito tutta l’ampiezza della versione orchestrale. Sul podio, Michele Mariotti ha guidato l’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, preparato da Ciro Visco, in un’esecuzione di eccellente qualità. La ricchezza timbrica dell’organico ha conferito alla partitura una dimensione sonora ampia e solenne, sostenendone le diverse articolazioni senza cancellare il rilievo delle voci.
Il coro ha offerto una prova di grande livello, per precisione e compattezza, contribuendo in maniera determinante all’equilibrio complessivo. Anche il quartetto dei solisti ha risposto con personalità alle richieste di una scrittura che esige non soltanto solidità tecnica, ma una costante attenzione al fraseggio e alla qualità dell’emissione.
Dmitry Korchak, nel Domine Deus, ha affrontato una delle pagine più impegnative per tenore con emissione salda, squillo sicuro e notevole facilità negli acuti. Una prova che ha messo in luce il calibro vocale dell’interprete, capace di sostenere le difficoltà della linea rossiniana senza rinunciare alla fluidità e al gusto.
Emőke Baráth ha offerto un’interpretazione precisa e intensa, trovando nell’O salutaris Hostia un momento di particolare riuscita. La sua vocalità, caratterizzata da una sensibilità che trova naturale espressione anche nel repertorio cameristico, è apparsa in alcuni passaggi meno favorita dall’ampiezza dell’accompagnamento orchestrale, pur senza compromettere la qualità della prova.
Michele Pertusi ha portato nella partitura la rotondità e la profondità del proprio timbro, unite alla sicurezza di un artista dalla lunga esperienza, capace di affrontare repertori diversi con autorevolezza e naturalezza. Carlo Vistoli, nel ruolo di contralto affidato alla voce di controtenore, ha confermato una tecnica di grande solidità, fondata su un controllo del fiato e una gestione della muscolatura vocale di notevole efficacia. L’Agnus Dei conclusivo, intenso e sonoro, ha rappresentato uno dei momenti più coinvolgenti della serata.
Il Teatro Costanzi, molto affollato, ha seguito l’esecuzione con attenzione e partecipazione, tributando agli artisti lunghissimi applausi. Anche l’attesa di numerosi spettatori all’uscita, per esprimere personalmente il proprio apprezzamento, ha restituito il clima di una serata vissuta con autentico trasporto.
Cinque giorni dopo, nella Basilica di San Vitale, la stessa musica si è rivelata sotto una luce diversa. Al posto dell’orchestra, i due pianoforti di Marco Forgione e Michele Reali e l’armonium di Josep Solé Coll hanno restituito alla partitura la sua veste originaria, lasciando emergere con maggiore evidenza il disegno vocale.
Con un accompagnamento strumentale più essenziale, le voci risultano inevitabilmente più scoperte. Ogni sfumatura dell’emissione, ogni passaggio del fraseggio, ogni equilibrio fra le parti acquista un rilievo particolare. La trasparenza dell’organico non attenua le difficoltà della scrittura, ma le rende ancora più percepibili, richiedendo ai cantanti controllo, precisione e una gestione del fiato capace di sostenere la linea musicale senza cedimenti.
Per chi ama la vocalità prima ancora della dimensione strumentale, il risultato è stato sublime. La purezza del suono e la possibilità di seguire più da vicino il lavoro degli interpreti hanno reso l’ascolto un’esperienza di particolare intensità. La sensazione è stata quella di una musica che, in questo spazio, ritrovasse una consonanza profonda con la propria natura: quasi che la messa fosse tornata nel luogo a essa deputato. Non un’affermazione storica, ma un’impressione nata dal rapporto fra la destinazione sacra della composizione, l’ambiente ecclesiastico e il pathos dell’esecuzione.
La chiesa gremita, immersa in un silenzio davvero religioso, ha contribuito a creare un’atmosfera di intensa concentrazione. In questo contesto, la direzione di Mariotti si è rivolta con particolare attenzione alle voci, valorizzandone le qualità e accompagnandone il respiro. La sua lettura ha saputo mettere in luce la complessità della scrittura senza appesantirla, facendo emergere tanto la dimensione lirica quanto il rigore delle costruzioni d’insieme.
Korchak ha offerto un Domine Deus straordinario, confermando la solidità della proiezione, lo squillo sicuro e il gusto dell’emissione già apprezzati al Costanzi. La sua interpretazione ha restituito tutta la difficoltà di una pagina nella quale il virtuosismo deve conciliarsi con la continuità del fraseggio e con l’intensità espressiva.
Pertusi ha affrontato il Quoniam con impeccabile sicurezza, facendo valere la profondità del timbro e la padronanza di una scrittura che richiede autorevolezza senza rigidità. Baráth, in questa dimensione sonora, ha potuto far emergere con maggiore libertà la grazia della propria vocalità. Rispetto alla versione orchestrale, la sua voce è apparsa più nitida e presente, libera da quella sensazione di essere talvolta assorbita dal tessuto strumentale. Ne è scaturita un’interpretazione nella quale precisione e intensità si sono unite a una particolare finezza espressiva. Molto riuscito anche il difficile duetto con Vistoli Qui tollis, nel quale le voci hanno trovato un equilibrio convincente.
Superlativa la prova di Carlo Vistoli. La qualità del suono e dell’emissione, l’ottima tenuta e una gestione del fiato sorprendente hanno confermato una padronanza tecnica di altissimo livello. Nella trasparenza dell’organico cameristico, le qualità dell’interprete sono emerse con particolare evidenza: la linea vocale, sempre controllata, ha mantenuto continuità e solidità, senza perdere duttilità espressiva. Una prova nella quale il rigore tecnico non è mai fine a sé stesso, ma diventa strumento per dare piena voce alla musica.
Anche il coro ha trovato in questa dimensione un rilievo particolare. La fuga nel Cum Sancto Spiritu ha messo in luce l’eccellente lavoro di Ciro Visco, la precisione dell’insieme e la chiarezza delle linee contrappuntistiche. È uno dei passaggi in cui la scrittura rossiniana rivela con maggiore evidenza la propria architettura: una costruzione rigorosa, animata da un’energia che non perde mai vitalità.
A San Vitale il pathos è stato intenso e l’emozione palpabile. La concentrazione del pubblico e il silenzio che ha accompagnato l’esecuzione hanno contribuito a restituire alla musica una dimensione raccolta, nella quale ogni dettaglio sembrava acquistare un peso specifico.
Il confronto fra le due serate non porta a una graduatoria, ma a una consapevolezza più ricca della complessità della Petite messe solennelle. Al Costanzi, l’orchestra ha ampliato la tavolozza timbrica e la dimensione monumentale della composizione; a San Vitale, i due pianoforti e l’armonium hanno restituito trasparenza al disegno musicale, mettendo in primo piano le voci e le loro qualità.
La versione cameristica è risultata particolarmente vicina alla sensibilità di chi scrive, proprio per questa centralità della vocalità, per la cura estrema del suono e per la possibilità di cogliere più direttamente la fatica e la bellezza della scrittura. Ma tale preferenza non sottrae nulla alla forza della versione orchestrale, travolgente nella sua ampiezza e nella capacità di restituire la ricchezza della partitura.
È questo, forse, il valore più prezioso dell’iniziativa del Teatro dell’Opera di Roma: aver permesso di ascoltare le due versioni a distanza ravvicinata, trasformando due appuntamenti in un’unica esperienza di approfondimento. La possibilità di confrontarle non ha semplicemente messo in luce le differenze fra gli organici, ma ha consentito di riconoscere quanto la grandezza di Rossini sappia resistere al mutamento della veste sonora, rivelando ogni volta nuove sfumature.
Sotto la guida di Michele Mariotti, con il contributo del Coro diretto da Ciro Visco e di quattro interpreti di grande qualità, la Petite messe solennelle ha portato in scena una musica che sa essere grandiosa e raccolta, rigorosa e lirica, solenne e inquieta, e che, attraverso due esperienze d’ascolto tanto vicine quanto diverse, ha offerto il privilegio di avvicinarsi ancora di più al mistero della sua bellezza.






Loredana Margheriti
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