Berlioz, il sogno, l’inferno: Charles Dutoit trionfa con La Damnation de Faust a Santa Cecilia

Roma, 11 giugno 2026 – Sala Santa Cecilia

Due ore e dieci minuti senza intervallo, senza cedimenti di tensione e, soprattutto, senza il minimo rumore da parte del pubblico. Non era una Sala Santa Cecilia esaurita in ogni ordine di posti quella che ha accolto La Damnation de Faust di Hector Berlioz, ma la partecipazione degli spettatori è stata esemplare, un silenzio quasi religioso ha accompagnato dall’inizio alla fine l’esecuzione della monumentale “leggenda drammatica” diretta da Charles Dutoit, accolta al termine da lunghi e calorosi applausi.

L’impressione più forte lasciata da questa serata è stata quella di assistere non tanto a un concerto, quanto a un vero viaggio teatrale. Eppure Berlioz concepì la sua opera proprio per l’esecuzione in forma di concerto, immaginandola come una successione di quadri musicali autonomi, svincolati dalle convenzioni dell’opera tradizionale. Un’idea che ancora oggi conserva una sorprendente modernità e che, nell’esecuzione proposta dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha mostrato tutta la sua forza evocativa.

La vicenda è nota: Faust, incapace di trovare un senso alla propria esistenza, stringe un patto con Mefistofele e viene trascinato in un vortice di passioni, illusioni e disperazione che lo condurrà alla dannazione. Ma il capolavoro di Berlioz non è una semplice trasposizione del poema di Goethe. Come ricordano gli studiosi, il compositore francese si appropria del mito e lo rielabora secondo una sensibilità profondamente romantica, privilegiando il viaggio interiore del protagonista e la dimensione visionaria del racconto. Il risultato è un’opera che sembra anticipare il linguaggio cinematografico per la rapidità con cui alterna scene pastorali, episodi grotteschi, momenti lirici e improvvise esplosioni drammatiche.

A guidare questo universo sonoro è stato Charles Dutoit, autentico fuoriclasse della direzione d’orchestra. Classe 1936, il maestro svizzero ha offerto una lezione di stile e di controllo assoluto della materia musicale. La sua non è stata una direzione semplicemente precisa, è stata una partecipazione costante al dramma, una presenza vigile e appassionata dalla prima all’ultima battuta.

©Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Bellissimo osservare il modo in cui Dutoit modellava il suono orchestrale, ottenendo dall’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia una tavolozza timbrica di straordinaria ricchezza. Ogni episodio trovava il proprio colore, ogni atmosfera la propria specifica temperatura emotiva. Le pagine più liriche respiravano con naturalezza, mentre i grandi affreschi corali e orchestrali si dispiegavano con una potenza mai brutale, sempre governata da un equilibrio esemplare.

L’orchestra ha risposto magnificamente alle richieste del direttore. Gli archi hanno sfoggiato compattezza e calore, i legni hanno cesellato interventi di grande eleganza, mentre ottoni e percussioni hanno contribuito a costruire quelle sonorità monumentali che rappresentano uno degli elementi più caratteristici della scrittura berlioziana. Ne è emerso un suono pieno, ricco, emozionante, capace di restituire tanto la dimensione più intima quanto quella spettacolare della partitura.

Fondamentale, in un’opera come questa, il contributo del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia preparato da Andrea Secchi e del Coro di Voci Bianche diretto da Claudia Morelli. La scrittura corale di Berlioz è tra le più inventive dell’intero Ottocento e richiede una notevole duttilità espressiva. I complessi ceciliani hanno affrontato la sfida con ammirevole sicurezza, passando dai cori popolari alle evocazioni infernali fino alle luminose pagine finali con precisione, omogeneità e forza comunicativa.

© Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Particolarmente impressionante è risultata la resa delle grandi scene corali che costellano la partitura. Berlioz immagina un universo sonoro nel quale il coro non svolge una funzione puramente decorativa, ma diventa esso stesso protagonista dell’azione, incarnando folle, soldati, spiriti, demoni e schiere celesti. In questa esecuzione tale ricchezza di funzioni è emersa con grande chiarezza.

Di altissimo livello anche il cast vocale, chiamato a sostenere una partitura tanto impegnativa quanto ricca di sfumature psicologiche.
Julien Dran, nel ruolo del protagonista, ha affrontato una parte complessa e logorante con intelligenza musicale e notevole sensibilità espressiva. Se la scrittura di Berlioz richiede al tenore uno sforzo costante nel delineare le inquietudini interiori di Faust più che il semplice sfoggio di mezzi vocali, Dran ha saputo restituire con convinzione il tormento del personaggio. Ciò che maggiormente colpiva era il gusto dell’emissione e la cura della parola cantata, sempre orientata alla costruzione di una credibile verità drammatica.

© Accademia Nazionale di Santa Cecilia

John Relyea, nei panni di Mefistofele, è stato probabilmente il vero dominatore della scena. Pur in assenza di elementi teatrali, il basso canadese è riuscito a costruire un personaggio di impressionante concretezza scenica. La presenza magnetica, il controllo della parola, la varietà degli accenti e l’autorevolezza vocale hanno dato vita a un Mefistofele affascinante e inquietante, ironico e minaccioso al tempo stesso. Relyea ha dimostrato come il teatro possa nascere esclusivamente dalla forza dell’interpretazione musicale, senza necessità di alcun supporto esterno.

Splendida Marianne Crebassa nel ruolo di Marguerite. Il mezzosoprano francese ha dispiegato la sua voce, di rara morbidezza e bellezza timbrica, con straordinaria omogeneità in tutti i registri, sostenuta da una linea di canto elegante e da una musicalità raffinata. Ogni frase sembrava nascere naturalmente dal testo, mentre il timbro vellutato contribuiva a delineare una figura di intensa umanità e dolcezza.

Ottimo anche Jonathan Lemalu nel più breve ruolo di Brander. Pur disponendo di uno spazio limitato, il basso neozelandese è riuscito a caratterizzare efficacemente il personaggio, portando sul palco quella leggerezza e quella vena di sottile divertimento che costituiscono un contrappunto indispensabile all’interno della vicenda.

© Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Una delle cose più sorprendenti della serata è stata proprio la capacità di tutti gli interpreti di costruire una vera drammaturgia pur nell’ambito di un’esecuzione in forma di concerto. Senza scene, costumi o regia, il racconto risultava perfettamente comprensibile in ogni suo sviluppo. Merito della qualità interpretativa dei solisti, ma anche della lucidità con cui Dutoit ha saputo tenere insieme le molteplici anime di una partitura tanto complessa.

Nel finale, con la celebre Cavalcata verso l’abisso e le visioni infernali che conducono Faust alla dannazione, l’esecuzione ha raggiunto il proprio culmine emotivo. Qui è emersa tutta la modernità di Berlioz, compositore capace di immaginare effetti orchestrali e sonori che sembrano appartenere a un’epoca successiva. La sua musica non descrive semplicemente gli eventi, li fa vivere, li rende esperienza sensoriale.

© Accademia Nazionale di Santa Cecilia

A quasi due secoli dalla composizione, La Damnation de Faust continua così a rivelarsi un’opera straordinariamente contemporanea. E la lettura offerta da Charles Dutoit, dall’Orchestra, dal Coro e dagli eccellenti solisti riuniti sul palco dell’Accademia di Santa Cecilia ne ha restituito tutta la grandezza, confermando come i capolavori autentici non cessino mai di parlare al presente.

La Damnation de Faust sarà ancora in scena sabato 13 giugno alle ore 18.00 e lunedì 15 giugno alle ore 20.00

Hector Berlioz

La Damnation de Faust
leggenda drammatica in quattro parti
per soli, coro, voci bianche e orchestra op.24

Orchestra, Coro e Voci Bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

direttore Charles Dutoit

Margherita Marianne Crebassa mezzosoprano
Faust Julien Dran tenore
Mefistofele John Relyea basso
Brander Jonathan Lemalu basso

maestro del coro Andrea Secchi
maestra del coro di voci bianche Claudia Morelli

www.santacecilia.it

Loredana Margheriti

Circa Loredana Margheriti

Ha un formazione umanistica che affonda le radici nella ricerca documentale. La passione per la musica, in particolare per il canto lirico, accompagna da sempre il suo percorso, ha intrapreso infatti in giovane età lo studio del canto. "Scrivere di arte e spettacolo è per me un modo per restituire emozioni, condividere visioni e dare voce a ciò che l’esperienza estetica accende dentro di noi." Mossa da passione quindi, ed accompagnata da infinita curiosità, collabora con diverse testate digitali, occupandosi soprattutto di recensioni musicali e operistiche, ma racconta spesso anche di eventi culturali, teatrali e d’arte. Attualmente lavora nel restauro di beni culturali monumentali, un’attività che le permette di rimanere in costante dialogo con la bellezza, anche nella sua forma materica.

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