C’è un quid specifico che definisce la potenza di una rockstar. È quel cortocircuito estetico di cui ebbi il piacere di parlare con Simon Reynolds, in una intervista su Repubblica XL di quasi dieci anni fa: è ciò che Noel Gallagher elogiava nei suoi idoli, The Smiths, in particolare alludendo alla teatrale gestualità del giovane Morrissey. Parlando di loro, il pilastro compositivo degli Oasis vi ritrovava le caratteristiche del vero rock: l’essere simultaneamente “ridicolous e effortlessly cool”. Ridicoli e irresistibilmente magnetici senza alcuno sforzo apparente. Vale, se ci pensiamo, per Marc Bolan, per il primo Bowie, sicuramente da noi per Renato Zero e, in maniera diversa, per Franco Battiato.
È l’attitudine, sospesa tra il sublime e il kitsch, che possiamo ritrovare in Achille Lauro, nel modo in cui padroneggia il palco.
E che il concerto del 10 giugno allo Stadio Olimpico ha mostrato chiaramente.
Chiunque altro, nella scena contemporanea, apparirebbe goffo e risibile nelle pose assunte sul palco dal cantante di Montesacro: lui no, proprio per il dono di una sensualità spontanea, quell’”animal grace” che Bowie cantava in Lady Stardust (dedicata a Bolan, per la giocosa invidia di Lindsay Kemp).
Artisticamente, Lauro spicca per personalità, pur ricordando molti artisti: nelle sue canzoni troviamo l’urgenza emotiva di Riccardo Cocciante (il quale ha recentemente elogiato la caratura e la profondità dei suoi testi), filtrata attraverso sia la provocazione glam che la poesia periferica di Renato Zero. A questo si aggiunge la mistica del “noi”, quella capacità di fare di una platea un popolo: non solo pensiamo al fenomeno popolare dei primi tour da stadio di Claudio Baglioni, ma soprattutto al coro identitario “Siamo solo noi” di Vasco Rossi, della cui ispirazione giovanile si ritrovano alcune atmosfere.
E poi, ovviamente, elemento imprescindibile: il fascino “maledetto”, il languore vissuto e irresistibile di Franco Califano.

Non sto accostando il valore di Lauro a questi giganti del cantautorato, sto dicendo che nelle sue canzoni si ritrovano scintille e contaminazioni di questa complessa genealogia, ed è affascinante il modo in cui l’artista non si limiti a citare i suoi riferimenti, ma preferisca letteralmente abitarli.
Lo spettacolo dell’Olimpico è stato, innanzitutto, una messinscena di corpi in movimento.
La teatralità languida, il gesto ormai abituale dell’abbraccio con i chitarristi (tutto deriva dallo “scandalo” primordiale del momento iconico a Top of the Pops nel ‘73, in cui David Bowie cinse la spalla di Mick Ronson davanti a milioni di telespettatori britannici): gesti che uniscono la provocazione all’intimità, la posa alla spontaneità.
La platea ha rispecchiato questa complessità trasversale, confermata nell’eterogeneità generazionale: signore di mezza età, accanitissime fan, accanto a giovani coppie alla loro prima esperienza da stadio.
È la dimostrazione del magnetismo di Lauro; come, in altri modi, da anni dico di Zerocalcare: il segreto del successo di questo artista risiede nella sua autenticità.
Un’autenticità che non ricerca il consenso ecumenico del pubblico, proprio perché non si cura del giudizio di nessuno.
E questo, paradossalmente, finisce per conquistare tutti.

Sul piano strettamente compositivo, brani come “Incoscienti giovani” e la stessa “Comuni immortali” rivelano una vibrazione emotiva che dialoga direttamente con la grande scuola romana.
Si tratta di un romanticismo 2.0 che non teme la vulnerabilità o la voluta ingenuità della parola.
Nel canto, nella posa, nell’interpretazione, nella coreografia i testi assumono sfumature, profondità, echi, questo vale anche per “poeti” del rock come Patti Smith o Jim Morrison, lo spiegava, in modi diversi, anche un autore di altro stile come Paolo Conte: è la postura dell’artista, è il modo di porgere i versi che può essere poetico.
Ovviamente, nel caso di Lauro è una poesia fieramente popolare, ispirata a una sincera forza retorica incentrata sull’’anticonformismo, sull’essere “sbagliati”, diversi, non allineati all’ipocrisia formale delle convenzioni sociali.
Il pubblico è coinvolto, come in una grande festa familiare: a un certo punto, con un’intuizione da messa laica, l’artista chiede di mettere via i cellulari e rivolgersi alla propria destra e sinistra e presentarsi alle persone attorno.
Bellissima intuizione che rende l’evento ancora più un abbraccio unito attorno all’artista: più volte Lauro ha sottolineato tra un brano e l’altro il suo sentirsi “a casa”, non solo perché nella sua città natale.

Eppure, nel caos festoso da concerto rock, a un certo punto il tempo si è fermato, il pubblico insopportabilmente ciarliero (la mia più antica battaglia politica è la proposta di ritirare il diritto di voto a chi parla durante i concerti) si è azzittito, rapito come da un’improvvisa epifania: l’apparizione sul palco del soprano Valentina Gargano sulle note della commovente “Perdutamente”, ha assunto i contorni imponenti di una manifestazione ieratica.
La grazia ipnotica della sua figura, esaltata da un abbigliamento classico che l’ha resa simile a una dea soave e tremenda, ha imposto un solenne silenzio squarciato solo dalla potenza cristallina del suo acuto.
Un impatto emotivo impressionante, acclamato con entusiasmo dal pubblico.

Il culmine della serata si è tuttavia compiuto nel finale, con l’ingresso di Antonello Venditti. Tra i numi tutelari della poetica di Lauro, Venditti poteva apparire il più distante: dall’impegno politico giovanile agli inni calcistici (di fede contraria) a una certa vis polemica e diversamente passionale.
D’altro canto, i due condividono il segreto più prezioso dell’arte popolare: la totale cancellazione della distanza tra palco e transenna, l’illusione che l’evento non stia accadendo per la folla, ma attraverso la folla. Il duetto su “Che tesoro che sei” ha mostrato la chimica fra i due. E nel momento in cui è stato annunciato il loro singolo congiunto, appunto il duetto nel brano appena eseguito, Lauro si è ritratto con sincera umiltà per porsi dalla parte del pubblico lasciando al maestro il palco: una versione di “Notte prima degli esami” in cui la voce non più poderosa del settantasettenne cantautore ha avuto il supporto incantato dei 60.000 dell’Olimpico.

Una serata che per alcuni versi rimarrà, al di là dei gusti di ognuno e del calore travolgente dei fan, semplicemente perché un giovane artista ha ribadito una verità fondamentale: il carisma non si impara. Ed è sempre bello vedere un giovane artista coronare i suoi sogni nella città che ama.
Adriano Ercolani
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