Monumentalità scenica, tecnologia e dramma si fondono nell’allestimento firmato da Davide Livermore. Una lettura che trova nel Circo Massimo il contesto ideale per esprimere tutta la forza del capolavoro verdiano.
La stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma al Circo Massimo prosegue con uno dei titoli più amati del repertorio verdiano. Aida, nell’allestimento firmato da Davide Livermore, approda nel grande spazio archeologico dopo il debutto al Teatro Costanzi nel 2023 e trova proprio qui la sua dimensione più compiuta. L’ampiezza del palcoscenico, infatti, non amplifica soltanto l’impatto visivo della produzione, ma ne completa il linguaggio scenico, restituendo al pubblico uno spettacolo che sembra aver trovato il proprio luogo naturale.
La recita del 22 luglio si è aperta con l’annuncio dell’indisposizione di Aleksandra Kurzak, attesa per quella che sarebbe stata la sua unica interpretazione del ruolo di Aida in questa programmazione estiva. La comunicazione è stata accolta da un percettibile moto di delusione tra il pubblico. A raccogliere il testimone è stata Yolanda Auyanet, già prevista nel cast della produzione, che ha firmato una prova di assoluto rilievo, salutata da convinti applausi al termine della rappresentazione.
La regia di Livermore si impone fin dall’apertura del sipario digitale, una monumentale superficie d’immagine che, invece di aprirsi lateralmente, si solleva lentamente rivelando la scena senza mai uscire dall’azione. Rimane sospesa sopra il palcoscenico come una quinta dinamica, trasformandosi continuamente: dapprima vibra come una distesa di sottilissime foglie d’oro, poi lascia emergere gigantesche spire di serpenti, pareti di geroglifici e architetture simboliche che dialogano costantemente con la musica. Le scene di Giò Forma, i costumi di Gianluca Falaschi, le luci di Fiammetta Baldiserri e i contenuti visivi di D-WOK concorrono alla costruzione di un impianto scenico di grande impatto.

Sui due grandi schermi laterali, inoltre, l’azione viene restituita in tempo reale attraverso immagini in bianco e nero che accentuano il dialogo con il linguaggio cinematografico. Il richiamo è esplicito all’estetica del cinema muto e, in particolare, a Cabiria (1914), il capolavoro di Giovanni Pastrone considerato il primo grande kolossal del cinema italiano, riferimento dichiarato dallo stesso Livermore. La presenza costante dei grandi schermi laterali può talvolta contendere l’attenzione all’azione scenica, ma rientra pienamente nella cifra stilistica del regista, che costruisce un dialogo continuo tra il linguaggio del teatro e quello del cinema.
Le scene di Giò Forma rinunciano a un realismo archeologico per privilegiare forme essenziali e geometriche, affidando alla tecnologia e alla luce il compito di trasformare continuamente lo spazio. A controbilanciare questa essenzialità intervengono i ricchissimi costumi di Gianluca Falaschi, ispirati all’estetica Art Déco e caratterizzati da una raffinata palette monocroma, giocata sui toni del bianco e del nero impreziositi da bordure e dettagli dorati. Una scelta stilistica che dialoga con l’immaginario del primo grande cinema epico, richiamando l’iconografia di Cabiria e contribuendo a rendere coerente il continuo rimando fra teatro e linguaggio cinematografico che attraversa l’intera regia.
Fra i momenti di maggiore impatto si impone naturalmente la Marcia Trionfale. Affidata alle celebri trombe egizie previste dalla partitura, trova nel vasto palcoscenico del Circo Massimo una dimensione di grande efficacia grazie all’equilibrio tra orchestra, coro, movimenti coreografici e apparato scenico. Il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, preparato da Ciro Visco, conferma ancora una volta il suo altissimo livello, sostenendo con compattezza e precisione una delle pagine più emblematiche dell’opera.

Sul podio Daniele Callegari propone una lettura che privilegia la continuità del racconto e la verità dei sentimenti. La sua direzione accompagna con attenzione le vocalità, sostiene i cantanti senza mai sovrastarli e mantiene costante la tensione drammatica, evitando che la narrazione si frammenti in una successione di pagine isolate. Ne deriva un flusso musicale compatto, nel quale orchestra e palcoscenico dialogano con naturalezza.
Da sottolineare anche l’eccellente resa sonora: in uno spazio aperto e complesso come quello del Circo Massimo, l’amplificazione restituisce con chiarezza ed equilibrio tanto il suono orchestrale quanto le voci, permettendo al pubblico di apprezzare pienamente la qualità dell’esecuzione.

Yolanda Auyanet, cuore della serata, con la sua Aida convince per solidità tecnica, qualità del fraseggio e profonda partecipazione emotiva. Il tormento interiore, la nostalgia della patria e la forza del sentimento prendono forma in un’interpretazione di grande intensità, culminata nel terzo atto con O patria mia. Sul celebre O cieli azzurri… il tempo sembra quasi sospendersi, in uno dei momenti di più intensa commozione dell’intera rappresentazione.
Luciano Ganci affronta una serata in chiaroscuro. La celebre Celeste Aida, inevitabilmente fra le pagine più attese dell’opera, non rende pienamente giustizia alle qualità di un interprete che il pubblico conosce e apprezza da tempo. Con il procedere della rappresentazione il tenore ritrova progressivamente sicurezza e smalto, restituendo un Radamès più convincente, soprattutto nel duetto del terzo atto con Aida. Rimane, nel complesso, l’impressione di una serata non particolarmente favorevole, per un artista il cui valore è ampiamente consolidato.

Angela Meade offre un’Amneris di grande spessore vocale e scenico. Attesissima dal pubblico romano, affronta il ruolo con una vocalità ampia, ricca di armonici e sorretta da una tecnica solidissima, che le consente di dominarne senza esitazioni tanto gli slanci drammatici quanto i momenti di maggiore introspezione. Il personaggio acquista così un’autorevolezza naturale, dando vita, insieme alla Auyanet, a un confronto di grande tensione teatrale nel quale emergono con chiarezza l’orgoglio, la gelosia e la fragilità della principessa egizia.
Ludovic Tézier conferma ancora una volta il suo magistero verdiano. Il suo Amonasro (in scena per questa unica data) unisce una tecnica vocale impeccabile a una presenza scenica di rara intensità. Nel duetto con Aida restituisce con straordinaria lucidità il conflitto tra l’autorità del sovrano etiope e l’affetto paterno, offrendo un’interpretazione strordinariamente solida.
Fra gli altri interpreti Alex Esposito conferisce a Ramfis la necessaria solennità, unendo autorevolezza scenica e solidità vocale. Particolarmente efficace il suo intervento in Salvator della patria, reso con incisività e saldo controllo del fraseggio. Convincente anche il contributo di Adriano Gramigni nel ruolo del Re, di Veronica Marini quale Sacerdotessa e di Andrea Schifaudo come Messaggero.

La monumentalità del Circo Massimo non amplifica soltanto l’impatto scenico dell’allestimento, ma ne completa il linguaggio teatrale, permettendo alla lettura di Livermore di esprimersi pienamente. Teatro, musica e immagini dialogano con coerenza in uno spettacolo che guarda dichiaratamente al linguaggio del grande cinema, senza mai perdere di vista il cuore profondamente umano del dramma verdiano.
Aida resterà in scena al Circo Massimo fino al 28 luglio, non lasciatevela sfuggire.

Aida
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica Giuseppe Verdi
Direttore Daniele Callegari
Regia e movimenti coreografici Davide Livermore
Maestro del Coro Ciro Visco
Regista Collaboratrice Chiara Osella
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Fiammetta Baldiserri
Video D-WOK
Coreografo Associato Carlo Massari
PERSONAGGI e INTERPRETI
Aida Yolanda Auyanet
Amneris Angela Meade
Radamés Luciano Ganci
Amonasro Ludovic Teziér
Ramfis Alex Esposito
Il re Adriano Gramigni
La sacerdotessa Veronica Marini
Il messaggero Andrea Schifaudo
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
Allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Loredana Margheriti
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