C’è un momento,in ogni esperienza politica,in cui la propaganda non basta più.A quel punto emergono le contraddizioni,gli errori strategici e soprattutto la perdita di lucidità.E il governo Meloni sembra essere arrivato esattamente lì.Dopo una lunga fase costruita su consenso,stabilità apparente e protezione internazionale,l’esecutivo sta entrando in una zona molto più pericolosa,dove gli alleati si trasformano in problemi,le scelte diventano boomerang politici e la realtà economica presenta il conto.
L’ascesa politica di Giorgia Meloni era stata favorita anche da un contesto geopolitico preciso.Dopo il 7 ottobre,la presidente del Consiglio aveva consolidato un asse politico fortissimo con Israele e con l’area trumpiana americana.La linea atlantista e filo-israeliana aveva garantito all’Italia una collocazione chiara,soprattutto agli occhi della destra internazionale.Meloni appariva come una figura affidabile per Washington e perfettamente allineata con il governo israeliano nella fase più delicata della crisi mediorientale.
Quella strategia,però,funzionava finché il quadro internazionale restava gestibile.Oggi non lo è più.E il governo italiano si ritrova improvvisamente schiacciato dalle conseguenze delle sue stesse alleanze.
Il primo elemento di crisi riguarda Donald Trump.Per mesi Palazzo Chigi ha coltivato l’idea di una futura sponda privilegiata con l’ex presidente americano,scommettendo sul suo possibile ritorno alla Casa Bianca.Ma Trump è diventato progressivamente un alleato ingestibile.Le tensioni generate dai suoi attacchi contro Papa Leone XIV hanno creato un evidente imbarazzo politico per un governo che ha costruito parte della propria identità sulla difesa dei valori tradizionali e sul rapporto con il mondo cattolico.Prendere le distanze da Trump è diventato inevitabile.Ma proprio questa presa di distanza certifica il fallimento di una strategia che puntava a usare il trumpismo come leva internazionale.
Ancora più delicata è la questione israeliana.Il governo Meloni aveva scelto una linea di sostegno quasi totale a Tel Aviv.Ma la guerra in Medio Oriente si è trasformata progressivamente in una crisi globale,dalle conseguenze economiche pesantissime anche per l’Italia.Il conflitto con l’Iran ha provocato nuove tensioni energetiche,aumenti dei costi industriali e nuove paure sui mercati internazionali.In un Paese già fragile come l’Italia,questi effetti si scaricano immediatamente su famiglie e imprese.
A peggiorare la situazione è arrivato poi il caso della flottiglia umanitaria e il trattamento inflitto agli attivisti fermati dalle autorità israeliane.Le immagini delle umiliazioni e delle violenze attribuite agli uomini vicini al ministro Ben-Gvir hanno provocato indignazione internazionale e aperto una frattura anche nell’opinione pubblica occidentale.Per un governo che aveva investito moltissimo sul rapporto privilegiato con Israele,il silenzio o l’ambiguità sono diventati improvvisamente un costo politico enorme.Perché quando un alleato supera certi limiti,continuare a difenderlo senza distinguo significa trascinare se stessi nella stessa crisi morale e diplomatica.
Il risultato è che il governo Meloni appare oggi isolato e contraddittorio.Da una parte prova a mantenere i legami costruiti negli ultimi anni,dall’altra tenta di prendere le distanze dagli eccessi dei suoi stessi interlocutori.Ma questa doppia linea produce soltanto confusione e indebolimento.
Nel frattempo,mentre la politica estera diventa un campo minato,l’economia italiana continua a peggiorare.Ed è qui che emerge il problema più serio.Perché i governi possono sopravvivere anche a errori diplomatici o tensioni internazionali.Ma difficilmente resistono quando l’economia rallenta e il potere d’acquisto dei cittadini crolla.
La Commissione europea ha tagliato le stime di crescita italiane per il 2027,collocando l’Italia all’ultimo posto tra le grandi economie europee.Un dato devastante non soltanto sul piano economico,ma soprattutto sul piano politico.Per mesi il governo aveva raccontato un’Italia più forte,più stabile e più credibile rispetto al passato.Le nuove previsioni europee raccontano invece un’altra realtà:crescita debole,debito enorme,consumi in difficoltà e produttività stagnante.
Il problema non è soltanto il rallentamento economico.Il problema è che l’esecutivo sembra non avere più una direzione chiara.Si moltiplicano gli annunci,le polemiche identitarie e le operazioni mediatiche,ma manca una strategia industriale e sociale capace di affrontare la nuova fase internazionale.L’impressione crescente è quella di un governo che reagisce agli eventi invece di governarli.
Ed è proprio questa perdita di controllo il segnale più pericoloso.Perché spesso i governi non cadono nel momento della massima contestazione.Cadono quando iniziano a commettere errori grossolani,autodistruttivi,frutto della convinzione di essere politicamente invulnerabili.La storia politica italiana è piena di esecutivi entrati in crisi proprio dopo aver sottovalutato i segnali di logoramento.
Oggi il governo Meloni appare meno compatto,più nervoso e soprattutto più esposto.La protezione internazionale che aveva accompagnato la sua ascesa si sta trasformando in un fattore di instabilità.Gli alleati di ieri diventano un peso.Le scelte geopolitiche si trasformano in problemi economici interni.E mentre l’Europa certifica il rallentamento italiano,l’esecutivo sembra incapace di cambiare rotta.
È questa la vera anticamera del fallimento politico:non la sconfitta improvvisa,ma il lento accumulo di errori,contraddizioni e rigidità che finiscono per consumare anche i governi nati più forti.
Andrea Viscardi
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