Pechino può permettersi di aspettare, Bruxelles molto meno. Con un deficit commerciale che sfiora un miliardo di euro al giorno, industrie europee sempre più esposte alla concorrenza cinese e dipendenze strategiche difficili da ridurre, l’Unione europea entra in una fase decisiva del rapporto con la Cina. La posta in gioco va oltre il risultato di un negoziato commerciale: è la capacità dell’Europa di trasformare il proprio peso economico in potere negoziale, senza compromettere la coesione interna. E molto del futuro si gioca nelle prossime settimane.
Parliamo di questo momento cruciale nelle relazioni UE-Cina, che parte con la missione del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič a Pechino, ma si snoda sulla svolta franco-tedesca riguardo alla difesa industriale e quello che in un nuovo non-paper. Il termine “non-paper” si riferisce a un documento informale o non ufficiale, spesso utilizzato in contesti internazionali per esplorare accordi senza che chi lo presenta debba pronunciarsi ufficialmente sulle questioni in discussione. È noto anche come “aide-mémoire” e viene utilizzato per testare la reazione dei membri di un’organizzazione, come l’Unione Europea, prima di rivelare una proposta ufficiale.
La posta Maroš Šefčovič è arrivato a Pechino per due giorni di colloqui con il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, l’8 e il 9 ottobre. La Commissione europea cerca risultati tangibili per riequilibrare una relazione commerciale sempre più asimmetrica, dopo mesi di negoziati tecnici avviati a giugno. I numeri spiegano l’urgenza: nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina beni per circa 559 miliardi di euro, esportandone per circa 200 miliardi. Il deficit ha raggiunto quasi 360 miliardi, mentre nel solo secondo trimestre del 2026 ha superato i 100 miliardi. Ma il problema, per Bruxelles, non riguarda soltanto la bilancia commerciale. Le importazioni cinesi a basso costo esercitano una pressione crescente su comparti industriali considerati strategici: automotive, chimica, farmaceutica, aerospazio e macchinari. La Commissione punta a ottenere impegni concreti su accesso al mercato, gestione dei flussi commerciali e prevedibilità delle esportazioni di materiali critici. Tra le ipotesi discusse figurano restrizioni volontarie alle esportazioni e quote per determinati prodotti, soluzioni verso cui Pechino ha già espresso forti riserve, soprattutto nel settore dei veicoli elettrici. La Cina dispone inoltre di una leva importante: il controllo di segmenti cruciali della lavorazione delle terre rare e della produzione di magneti permanenti, indispensabili per automotive, difesa e tecnologie pulite. Le restrizioni introdotte nel 2025 hanno mostrato quanto rapidamente queste dipendenze possano trasformarsi in vulnerabilità industriali.
E mentre Šefčovič negozia, la pressione politica aumenta anche in Europa. Il 5 ottobre Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno inviato alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen una proposta congiunta per rafforzare la risposta europea alle distorsioni sistemiche del commercio internazionale. È un passaggio significativo soprattutto per la Germania, tradizionalmente più prudente rispetto a misure commerciali capaci di provocare ritorsioni cinesi. Parigi e Berlino chiedono di utilizzare più rapidamente gli strumenti già disponibili e di costruirne di nuovi, compreso un meccanismo che consentirebbe, in circostanze particolarmente gravi, di limitare l’accesso al mercato unico.
Il corridoio È qui che entra in gioco l’“October decision corridor”. La missione di Šefčovič dell’8–9 ottobre costituisce il primo test. Seguono il Consiglio Affari esteri del 12 ottobre, il Consiglio Affari generali del 13 e soprattutto il Consiglio europeo del 15–16 ottobre. Il confronto proseguirà poi con la riunione informale dei ministri del Commercio del 22–23 ottobre. È questo il “decision corridor” lungo cui passa parte del prossimo futuro delle relazioni sino-europee. Ogni passaggio può aumentare la pressione politica su quello successivo. Un risultato negoziale concreto a Pechino potrebbe contribuire a calibrare la risposta europea. Concessioni limitate o difficilmente verificabili potrebbero invece rafforzare la richiesta franco-tedesca di accelerare gli strumenti di difesa commerciale. L’aspetto interessante è che i due percorsi non si escludono. Nel non-paper si descrive una strategia parallela: continuare il dialogo con Pechino, utilizzare subito gli strumenti esistenti e costruire nel frattempo una capacità europea di risposta più ampia. Il vero interrogativo non è dunque se Bruxelles debba negoziare oppure difendersi. È come rendere credibili entrambe le opzioni.
Tre nodi
1. Potere di mercato: La proposta franco-tedesca segna un cambiamento nel modo in cui l’Europa concepisce la propria politica commerciale. Finora Bruxelles ha prevalentemente affrontato le distorsioni attraverso indagini su singoli prodotti, dazi antidumping e misure antisovvenzioni. Macron e Merz propongono di affiancare a questi strumenti una risposta capace di intervenire quando lo squilibrio investe interi settori industriali.
2. L’asimmetria temporale: L’Europa dispone di un mercato di circa 450 milioni di consumatori, di poteri regolatori e di strumenti capaci di imporre costi significativi ai partner commerciali. Ma attivarli richiede procedure, coordinamento e consenso politico. La Cina possiede invece strumenti più concentrati e immediati. Può rallentare licenze per materiali critici, avviare indagini contro esportazioni europee o esercitare pressioni amministrative sulle imprese presenti nel proprio mercato.
3. Il paradosso politico: Il consenso europeo verso una maggiore protezione industriale potrebbe ampliarsi anche con l’affermazione di governi più conservatori. Reciprocità commerciale, difesa della manifattura, preferenza europea e controllo degli investimenti cinesi sono temi che attraversano diverse famiglie politiche. Ma sostenere una politica commerciale più assertiva non equivale necessariamente ad accettare un maggiore trasferimento di poteri a Bruxelles. Il non-paper evidenzia una possibile tensione: governi favorevoli a misure più dure verso la Cina potrebbero opporsi alla discrezionalità della Commissione, al voto a maggioranza qualificata inversa o a meccanismi comuni di finanziamento e compensazione. Le prossime scadenze elettorali in Spagna, Francia, Italia e Polonia rendono questa distinzione particolarmente importante.
LA VARIABILE AMERICANA
Il negoziato europeo si svolge inoltre in un contesto internazionale che può influenzare i calcoli di Pechino. Il non-paper richiama la visita di Stato di Donald Trump e Xi Jinping del 24 settembre, caratterizzata da un clima politico relativamente disteso ma senza svolte sostanziali sulle principali questioni strategiche. Con le elezioni americane di metà mandato previste per il 3 novembre, sbocco indiretto del corridoio decisionale di ottobre, Washington ha incentivi a contenere nuove turbolenze economiche. Per Pechino, questa finestra potrebbe ridurre l’urgenza di fare concessioni significative anche all’Europa. Il punto, però, non è immaginare un coordinamento automatico tra Washington e Bruxelles. Le due capitali condividono alcune preoccupazioni sulle dipendenze industriali e sulle distorsioni commerciali, ma operano attraverso strumenti e priorità differenti. L’Europa vuole mantenere un mercato relativamente aperto, preservando al tempo stesso la capacità di intervenire contro pratiche considerate sistemicamente dannose. In questa prospettiva, la stabilità temporanea del rapporto USA-Cina può rappresentare sia un’opportunità diplomatica sia un incentivo per Pechino ad attendere, verificando quanto sia solido il nuovo consenso europeo.
OLTRE OTTOBRE
Il Consiglio europeo del 15–16 ottobre non risolverà da solo gli squilibri commerciali tra Bruxelles e Pechino. Potrebbe però stabilire se la risposta europea resterà una somma di interventi settoriali oppure inizierà ad assumere la forma di una strategia coordinata di sicurezza economica. Allo stesso modo, strumenti più incisivi contro la Cina potrebbero rivelarsi politicamente difficili da utilizzare se gli Stati membri non fossero pronti a condividere i costi delle eventuali ritorsioni. Il vero risultato dell’“October decision corridor” andrà quindi misurato non soltanto sulle concessioni ottenute da Pechino, ma sulla capacità dell’Unione di rendere coerenti diplomazia, difesa commerciale e politica industriale. Perché il punto non è chiudere il mercato europeo alla Cina, ma è stabilire a quali condizioni mantenerlo aperto, e dotarsi della capacità politica e industriale necessaria per far rispettare quelle condizioni.
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cenato con l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei ma ha ribadito la sua contrarietà a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Trump ha anche ripetuto la sua convinzione che nuove regolamentazioni rischierebbero di permettere alla Cina di superare gli Stati Uniti nella corsa all’IA. Pur riconoscendo le preoccupazioni di Amodei sui rischi di uno sviluppo troppo rapido dell’intelligenza artificiale, il presidente ha affermato che per Washington è più importante mantenere il vantaggio tecnologico su Pechino. «Siamo avanti alla Cina di circa un anno e mezzo», ha detto Trump a Fox News. «Siamo in testa e stiamo costruendo strutture per migliaia di miliardi di dollari. Perché dovremmo rinunciarci?».
In un’intervista andata in onda domenica sulla Nbc, a Meet the Press, il cofondatore di Microsoft Bill Gates ha detto che vorrebbe incontrare Trump per discutere di intelligenza artificiale.
«Spero che, considerando il lavoro di tutta la mia vita in questo settore, il fatto che io dica quanto questa tecnologia sia unica, diversa e quanto mi preoccupi, possa aggiungersi a ciò che sta già ascoltando da altri», ha dichiarato Gates, riecheggiando gli appelli di Amodei e di altri per nuove regole. «Le forze dell’ordine e i politici devono entrare nella discussione su quali debbano essere le garanzie e i sistemi di monitoraggio. E questo deve diventare obbligatorio».
Trump aveva già definito una «bufala» il coro delle preoccupazioni sull’IA. Gates ha invece sostenuto che le garanzie non ostacolerebbero in modo significativo l’industria e che i rischi di non introdurle sono reali. «Non è affatto una bufala», ha detto alla Nbc. L’ex ricercatore di Anthropic Jacob Coxon ha avvertito che l’IA potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio, spingendo alcuni parlamentari americani a chiedere nuove regole. Evan Hubinger, responsabile della ricerca sull’allineamento di Anthropic, ha rilanciato l’allarme: secondo lui c’è una probabilità superiore al 10 per cento che un simile evento si verifichi entro i prossimi dieci anni.
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