Diagnosi precoce dell’autismo con Risonanza Magnetica

L’autismo è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. I genitori di solito notano i primi segni entro i due anni di vita del bambino e la diagnosi certa spesso può essere fatta entro i trenta mesi di vita. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione, divise tra cause neurobiologiche costituzionali e psicoambientali acquisite.

L’autismo è un disordine dello sviluppo neurologico altamente variabile che inizialmente appare durante l’infanzia e in genere segue un percorso costante senza che vi sia una remissione. Gli individui autistici possono avere alcuni aspetti della propria vita gravemente compromessi, ma altri possono essere normali o addirittura migliori. Sintomi iniziano lentamente a manifestarsi a partire dall’età di sei mesi, fino ad essere più espliciti dall’età di due o tre anni e continuando ad aumentare fino all’età adulta, anche se spesso in una forma meno evidente. La condizione si distingue non da un singolo sintomo, ma da una triade di sintomi caratteristici: deficit nell’interazione sociale, deficit nella comunicazione, interessi e comportamenti limitati e ripetitivi.

Se un bebè soffrirà di autismo lo si può predire con una risonanza della testa già a sei mesi di vita, anni prima che la malattia faccia il suo esordio e che il bambino presenti sintomi: infatti bimbi destinati ad ammalarsi, già a sei mesi, presentano differenze nelle connessioni tra le diverse aree cerebrali rispetto a bimbi che non si ammaleranno. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine da un gruppo di scienziati che negli ultimi anni ha messo a segno una serie di studi che dimostra appunto come piccole differenze anatomiche, strutturali e funzionali del cervello consentono di capire già nel neonato se negli anni a venire si ammalerà di autismo. I ricercatori dell’Università della Carolina del Nord in quest’ultimo lavoro hanno evidenziato differenze funzionali nelle connessioni cerebrali dei bebè a sei mesi di vita.

Lo studio è stato condotto su un campione di 59 bimbi tutti ad alto rischio di malattia (perché con un fratello maggiore autistico) e i ricercatori sono riusciti a predire con elevata accuratezza quali di questi bimbi si sarebbero ammalati veramente negli anni a venire. Si sono ammalati 11 bambini del campione e questi bambini – rispetto agli altri – a sei mesi presentavano molteplici differenze nelle connessioni nervose tra 230 aree neurali studiate con la risonanza, in particolare tra aree con una funzione implicata nella malattia (linguaggio, socialità, comportamenti ripetitivi).

Gli scienziati sperano di creare un test multiplo basato sia sulla risonanza, sia su altri esami da somministrare a bebè a rischio,  perché provenienti da famiglie in cui vi sono casi di autismo,  per capire se avranno o meno il disturbo in futuro. Si tratta di una prospettiva davvero importante: più cose sappiamo sul cervello del bambino prima che compaiano i sintomi – afferma l’autore Joseph Piven – più saremo preparati ad aiutare i bambini e le loro famiglie.

È ormai infatti sempre più chiaro che più l’intervento sul bambino è precoce, maggiori sono le probabilità di trarne benefici.

Moreno Manzi

 

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