Dacia Maraini e la difesa del libro di Valentina Mira su Acca Larenzia

Valentina Mira ha risposto ad alcune delle critiche piovute sul Premio Strega per aver inserito nella “dozzina” il suo romanzo ‘Dalla stessa parte mi troverai’ (pubblicato per i tipi di Sem).

Il libro è stato contestato perché nei confronti delle vittime dell’eccidio di Acca Larenzia non mostra alcuna empatia, anzi minimizza il fatto che due giovani militanti dell’Msi siano stati brutalmente uccisi. Valentina Mira sostiene che ancora prima del clamore mediatico sul volume si è «trovata al centro di minacce, aggredita da gruppi Facebook legati a Casa Pound».

Valentina Mira spiega: ‘Il libro non è stato letto perché io non parlo dei fatti di Acca Larenzia, ma di Mario Scrocca la cui vicenda non volevo andasse perduta» (Scrocca fu accusato della strage e morì in carcere in circostanze mai completamente chiarite, ndr).

La casa editrice, a questo punto,   non dovrebbe usare la fascetta rossa ancora visibile su Amazon: «Acca Larentia, l’altra storia di un mistero italiano». Sennò sembra proprio che il libro di quello parli.

‘Mi accusano di revisionismo, di non avere pietà per le vittime di Acca Larentia ma fanno una confusione strumentale dimostrando di non conoscere le mie pagine: i ragazzi che morirono in quegli anni terribili erano tutti vittime, spesso non avevano neppure il libero arbitrio’.

Perché una generazione debba essere  parzialmente priva di libero arbitrio resta un mistero…

Sui due studenti uccisi citiamo alcune delle frasi del libro:  ‘Qui si riuniscono quelli del Fronte della gioventù che, lo dice il nome, sono i giovani che l’estrema destra alleva in batteria. Mentre escono dalla sezione, due di loro vengono ammazzati. Gli sparano. Sono anni in cui succede. Sono anni in cui loro sono i primi ad ammazzare. Carnefici; qualche volta, come ora, anche vittime. Del resto lo sai, se frequenti certi ambienti, che puoi morire’.

Sui fatti di Acca Larenzia – in un capitolo dal  titolo ‘Vittime e vittimismo’: ‘Il militante fascista Franco Anselmi in quell’occasione intinse un passamontagna in una delle tre pozze di sangue… Trovo che faccia orrore eccitarsi con la morte, per cui lascio volentieri a loro l’erezione, contenta che qualcosa di diverso da uno stupro, per una volta, sia in grado di procurargliene una’.

Franco Anselmi è stato un terrorista dei Nar ma  la vicenda del passamontagna è solitamente associata alla morte di Miki Mantakas, uno studente greco ucciso durante gli scontri dopo il rogo di Primavalle.

Nel suo precedente libro, X (Fandango), Valentina Mira racconta dello stupro subito da un ragazzo con la celtica al collo. Una cosa orribile, una cosa che ha avuto coraggio a raccontare, ma non una cosa, a giudicare da queste righe, che la aiuti a raccontare gli anni ’70 con la giusta distanza. Strano che nessun giurato dello Strega se ne sia accorto. Meno strano che qualcuno che quella storia non l’ha letta su Wikipedia si indigni. Capita all’ex parlamentare di An Enzo Raisi, che si sente chiamato in causa dalle ultime pagine del libro, che toccano la strage di Bologna, e sta valutando querela: ‘Vengono dette nel libro cose non vere. È molto livoroso… Sono rimasto allibito che sia stato mandato in finale’.

Il libro è finito  a Otto e mezzo di Lilli Gruber che ha dato il libro come già in cinquina e il tema dominante sono diventati i riferimenti del volume a quando Meloni andò a commemorare i morti di Acca Larentia.

Alla fine il messaggio è: cari di destra, non avete mica il diritto di ricordare i vostri morti ammazzati, perché fate “pedagogia del martirio”. Quindi ben venga il libro di Valentina Mira, libro dal sapore addirittura “pasoliniano”, che sta vendendo un botto di copie e che rimette le cose a posto. Invece dei vostri santini missini mette l’aureola a Mario Scrocca. Così tutto torna e guai a criticarla. Essa stessa diviene la “martire”. Ha ricevuto brutali minacce di morte (ma davvero? Perché sui social è un profluvio di elogi e di “daje” per questa sorta di Ilaria Salis della narrativa neo-antifascista). E chi la critica manifesta “intolleranza istituzionale”.

Questo, in sintesi, il pezzo di Dacia Maraini (una del comitato che decide i finalisti del Premio Strega) sul ‘Corriere della Sera’.

“Ma vogliamo ricordare – scrive la Maraini– che la maggioranza assoluta degli italiani ha scelto nel dopoguerra una visione del mondo repubblicana e democratica? Da cui è nata una bellissima Costituzione che parla di uguaglianza e libertà? Non si è trattato di una occupazione degli spazi intellettuali, come si vuole fare credere, ma di una spontanea partecipazione diffusa e condivisa che ha portato a un cinema, una letteratura, una politica antifascista. Una visione del mondo che nasceva e nasce ancora dal rifiuto e dalla condanna di una sistema dittatoriale che ha combattuto la democrazia, ha usato la violenza come strumento di governo, ha votato le leggi antisemite, ha fatto alleanza con un feroce dittatore come Hitler, ha trascinato un popolo in una guerra mostruosa e razzista. La teoria che comunismo e fascismo siano due esperienze storiche uguali non funziona, anche se i risultati sono stati in tutti e due i casi catastrofici”.

Il comunismo dunque, come ci spiega Dacia Maraini,  non era una cosa brutta in sé, sono gli uomini che non l’hanno saputo applicare al meglio. Gli uomini corrotti dalle “feroci leggi della proprietà privata e dalle ferree regole economiche”. Alla fine il comunismo ne esce sempre assolto. Ma soprattutto il comunismo è il pulpito dal quale si condanna o si assolve la storia, si premiano i libri, si danno patenti di legittimità politica.

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