E adesso il governo Meloni deve ridistribuire la spesa con un’inflazione al 4,2%

Un’inflazione al 4,2% cambia il quadro economico e costringe il governo Meloni a misurarsi con una questione che non può essere rinviata: come ridistribuire la spesa pubblica senza trasformare l’aumento dei prezzi in una nuova perdita di potere d’acquisto e senza compromettere gli equilibri dei conti dello Stato. Non è soltanto una questione di cifre. Quando i prezzi crescono a questo ritmo, una parte delle risorse disponibili viene assorbita automaticamente dal maggiore costo di beni, servizi, energia, trasporti e prestazioni pubbliche. Il bilancio dello Stato, quindi, non è più neutrale rispetto all’inflazione: alcune voci diventano più onerose, mentre redditi e consumi delle famiglie possono perdere capacità reale anche quando gli importi nominali non diminuiscono. Il problema politico per Palazzo Chigi è che non esiste una soluzione indolore. Se l’obiettivo è proteggere famiglie e imprese, occorre destinare più risorse a quelle categorie maggiormente esposte all’aumento del costo della vita. Ma ogni nuova spesa deve trovare una copertura, soprattutto in un contesto nel quale il margine di manovra della finanza pubblica non è illimitato. La scelta, dunque, non consiste semplicemente nello spendere di più, ma nello stabilire quali priorità finanziare e quali altre voci ridimensionare. È qui che entra in gioco la ridistribuzione della spesa. Il governo dovrebbe verificare con maggiore severità l’efficacia delle misure già finanziate, distinguendo ciò che produce un risultato economico e sociale misurabile da ciò che continua a essere finanziato soprattutto per inerzia. In una fase di inflazione elevata, ogni euro pubblico ha un costo-opportunità più evidente: destinarlo a una misura significa rinunciare a utilizzarlo altrove. La politica economica dovrebbe quindi diventare meno dispersiva e più selettiva. La prima priorità dovrebbe essere la difesa del reddito reale. Non attraverso interventi generalizzati e indistinti, che rischiano di essere costosi e poco efficienti, ma concentrando le risorse sui redditi più esposti alla perdita di potere d’acquisto. Famiglie con redditi bassi, lavoratori con salari stagnanti e pensionati con minore capacità di assorbire gli aumenti dei prezzi sono i soggetti per i quali l’inflazione produce gli effetti più immediati. Una politica di sostegno efficace dovrebbe partire da qui. Il secondo fronte riguarda le imprese. L’aumento dei prezzi non è automaticamente un vantaggio per chi produce: se crescono contemporaneamente energia, materie prime, trasporti, finanziamenti e costo del lavoro, una parte consistente dell’aumento dei ricavi può essere semplicemente nominale. Il rischio è che le imprese più fragili riducano gli investimenti, rinviino le assunzioni o trasferiscano integralmente i maggiori costi sui prezzi finali. La politica di bilancio dovrebbe perciò privilegiare gli interventi capaci di sostenere produttività, investimenti e competitività, evitando di moltiplicare incentivi temporanei privi di una strategia industriale riconoscibile. Il terzo capitolo è quello della spesa pubblica. Qui il governo ha la possibilità, ma anche la responsabilità, di intervenire sulle priorità. Sanità, infrastrutture, istruzione, sicurezza energetica e manutenzione del territorio non possono essere trattate come semplici capitoli contabili. Al contrario, una revisione della spesa dovrebbe partire dalle inefficienze, dalle sovrapposizioni amministrative e dalle misure che non hanno dimostrato di produrre benefici proporzionati alle risorse impiegate. Tagliare indistintamente sarebbe la soluzione più semplice e probabilmente la meno utile. C’è poi il nodo delle pensioni e delle altre grandi componenti della spesa corrente. È su questi capitoli che ogni governo incontra i maggiori vincoli politici. Ma proprio per questo la discussione dovrebbe essere più trasparente. Se le risorse sono limitate e l’inflazione aumenta la pressione sulle famiglie, non è possibile promettere contemporaneamente più protezione sociale, più agevolazioni fiscali, più investimenti e una riduzione del debito senza spiegare con precisione dove reperire le coperture. La credibilità di una politica economica si misura anche nella capacità di indicare ciò a cui si è disposti a rinunciare. L’inflazione al 4,2%, inoltre, non può essere affrontata soltanto come un’emergenza temporanea. Se l’aumento dei prezzi si traduce in aspettative persistenti, il problema diventa più complesso. Salari, contratti, tariffe e costi finanziari possono incorporare progressivamente l’inflazione, rendendo più difficile riportarla verso livelli compatibili con una crescita stabile. Il governo deve quindi evitare sia il negazionismo sia l’allarmismo: servono misure mirate, temporanee quando necessario e strutturali quando il problema riguarda debolezze permanenti dell’economia. La vera partita, per Meloni, è dunque quella delle priorità. Ridistribuire la spesa non significa semplicemente spostare risorse da un capitolo all’altro. Significa decidere quale modello economico sostenere in una fase nella quale il denaro pubblico vale meno in termini reali e costa di più in termini di opportunità. Significa scegliere se proteggere soprattutto i consumi immediati oppure utilizzare una parte delle risorse per rafforzare produttività e crescita futura. Significa anche stabilire quanto dello sforzo debba ricadere sul bilancio pubblico e quanto, invece, debba essere sostenuto dal sistema economico attraverso salari, investimenti e maggiore efficienza. Il governo non può controllare direttamente ogni componente dell’inflazione, ma può decidere come distribuirne gli effetti. È questa la responsabilità politica che ora diventa centrale. Con prezzi al 4,2%, lasciare invariata la composizione della spesa equivale, in molti casi, a compiere comunque una scelta: significa accettare che siano i cittadini, in modo diseguale, a sopportare il costo dell’aggiustamento. Una politica di bilancio seria dovrebbe invece rendere esplicite le priorità, proteggere chi ha meno margini e concentrare le risorse sulle attività capaci di produrre crescita. La sfida per il governo Meloni non sarà quindi dimostrare di poter spendere di più, ma di saper spendere meglio. In una fase di inflazione elevata, la qualità della spesa pubblica diventa parte integrante della politica economica. E la ridistribuzione delle risorse non può essere affidata alla contingenza o alla pressione delle diverse categorie. Deve diventare una scelta politica dichiarata, verificabile e coerente con l’obiettivo di tenere insieme potere d’acquisto, crescita e sostenibilità dei conti pubblici.
Andrea Viscardi

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