La giornata delle Nazioni Unite consegna due immagini difficili da conciliare e proprio per questo significative. Da una parte Donald Trump e Xi Jinping, alla Casa Bianca, parlano della necessità di evitare uno scontro tra Stati Uniti e Cina e di mantenere la competizione entro limiti che non trasformino la rivalità in conflitto. Dall’altra, a New York, Benjamin Netanyahu prende la parola davanti a un’Assemblea generale in larga parte svuotata dalle delegazioni che scelgono di abbandonare la sala al suo ingresso. Due fotografie della stessa giornata che raccontano, con linguaggi diversi, la crisi dell’ordine internazionale e la difficoltà della diplomazia nel ricostruire un terreno comune. Xi ha insistito sul principio secondo cui Cina e Stati Uniti, in quanto grandi potenze, avrebbero interesse alla cooperazione e subirebbero entrambi le conseguenze di un confronto aperto. Trump, pur mantenendo una linea di forte competizione con Pechino, ha scelto di incontrare il presidente cinese in un momento nel quale il rapporto tra le due maggiori economie mondiali continua a rappresentare uno dei principali fattori di equilibrio o di instabilità del sistema internazionale. La formula della “coesistenza pacifica” non cancella le divergenze commerciali, tecnologiche e strategiche, ma indica almeno la consapevolezza che una competizione senza regole avrebbe costi difficilmente controllabili. È un punto che va oltre il rapporto bilaterale tra Washington e Pechino. In un mondo segnato da guerre regionali, crisi energetiche, riarmo e crescente contrapposizione tra blocchi, la capacità delle grandi potenze di mantenere aperti i canali di comunicazione diventa una condizione preliminare per affrontare anche le crisi che non riguardano direttamente i loro territori. La diplomazia non risolve automaticamente i conflitti, ma senza diplomazia i conflitti tendono a diventare più difficili da contenere. La scena dell’Assemblea generale offre però un’immagine opposta. Quando Netanyahu è salito sul podio, decine di delegazioni hanno lasciato l’aula. La sala è rimasta visibilmente semivuota mentre il premier israeliano pronunciava il suo discorso, respingendo le accuse rivolte a Israele e difendendo le operazioni militari condotte dal suo governo. Netanyahu ha reagito definendo “codardi morali” coloro che avevano abbandonato la seduta e ha rivendicato la posizione israeliana sulla guerra e sulla minaccia rappresentata dall’Iran. Non è soltanto una contestazione protocollare. Il vuoto nell’aula è diventato esso stesso un messaggio politico, indipendentemente dalle valutazioni che si possono dare sulle responsabilità e sulle ragioni delle diverse parti. Una parte consistente della comunità internazionale ha scelto di manifestare il proprio dissenso attraverso l’assenza, mentre Netanyahu ha scelto di utilizzare il podio per ribadire senza concessioni la posizione del governo israeliano. Il risultato è una fotografia di distanza diplomatica, nella quale il luogo concepito per il confronto tra gli Stati appare incapace, almeno in quel momento, di produrre un linguaggio condiviso. È questa la contraddizione che emerge dalla giornata. Mentre Washington e Pechino riconoscono pubblicamente la necessità di evitare che la competizione degeneri in uno scontro, alle Nazioni Unite il confronto sul Medio Oriente continua a consumarsi in un clima di contrapposizione estrema. E proprio l’ONU, che dovrebbe rappresentare il principale spazio istituzionale nel quale le divergenze vengono trasformate in negoziato, appare sempre più spesso come il luogo nel quale le fratture vengono semplicemente rese visibili. Il problema non riguarda soltanto Israele, né soltanto il conflitto di Gaza. Riguarda la credibilità stessa del multilateralismo. Se le grandi potenze riescono a parlarsi soltanto quando i loro interessi coincidono e se le crisi regionali diventano occasioni per irrigidire ulteriormente i fronti, l’architettura internazionale perde progressivamente la sua funzione di contenimento. Il rischio è che la politica mondiale venga affidata sempre più alla forza, alle alleanze contingenti e alla capacità di imporre fatti compiuti, mentre gli organismi multilaterali rimangono spettatori delle crisi. La visita di Xi alla Casa Bianca e il suo colloquio con Trump mostrano tuttavia che la competizione tra grandi potenze non esclude necessariamente la ricerca di una formula di convivenza. Xi ha parlato esplicitamente della necessità di mantenere un dialogo tra gli eserciti e di prevenire le crisi, richiamando anche il rischio della cosiddetta trappola di Tucidide. È una prospettiva pragmatica: non la cancellazione delle differenze, ma il tentativo di impedire che le differenze producano un conflitto irreversibile. La lezione per l’Europa e per le Nazioni Unite è evidente, ma non semplice. La pace internazionale non può essere costruita soltanto attraverso dichiarazioni solenni. Richiede meccanismi di comunicazione, negoziati, garanzie e soprattutto la disponibilità degli attori coinvolti a riconoscere che nessuna potenza può ottenere indefinitamente sicurezza attraverso la sola forza. Il confronto tra Washington e Pechino dimostra che anche una rivalità profonda può essere accompagnata dalla ricerca di regole. La scena dell’ONU dimostra invece quanto rapidamente il dialogo possa interrompersi quando le posizioni diventano inconciliabili. L’aula semivuota davanti a Netanyahu rimarrà probabilmente una delle immagini più forti di questa sessione dell’Assemblea generale. Ma non dovrebbe essere interpretata soltanto come la fotografia dell’isolamento di un governo. È anche il simbolo di una diplomazia internazionale che fatica a trovare parole comuni davanti a guerre che si trascinano e a interessi che diventano sempre più divergenti. Se la comunità internazionale vuole evitare che il XXI secolo sia definito dalla contrapposizione permanente, la strada indicata da Washington e Pechino — competere senza trasformare la competizione in guerra — dovrebbe almeno diventare un principio di metodo. La coesistenza pacifica non significa concordare su tutto. Significa accettare che l’avversario esista, mantenere aperto il canale del dialogo e riconoscere che esistono conflitti nei quali una vittoria totale è spesso soltanto l’anticamera del conflitto successivo. È un principio difficile da applicare e ancora più difficile da mantenere nei momenti di crisi. Ma davanti alle sedie vuote dell’ONU e alle tensioni che attraversano il sistema internazionale, resta una delle poche alternative alla logica secondo cui ogni contesa debba necessariamente concludersi con un vincitore e uno sconfitto.
Andrea Viscardi
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