Monti, bilancio di un anno di Governo

Si tornerà al voto col porcellum. Se le dimissioni del premier Mario Monti, annunciate lo scorso weekend, si concretizzeranno, non appena approvata la legge di stabilità gli Italiani saranno chiamati alle urne in anticipo e non ci sarà tempo per effettuare riforme alla legge elettorale. La decisione del professore, già comunicata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sembra non poter essere reversibile: la dichiarazione del segretario del Pdl, Angelino Alfano, “costituisce – avrebbe detto Monti, secondo quanto si legge nella nota del Quirinale – un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del Governo e della sua linea di azione”. Sebbene dunque non sia già ufficialmente crisi politica, le premesse sembrano esserci tutte e le nuove elezioni anticipate rimetterebbero, prima del previsto, le sorti della ormai “triste nazione” nelle mani della classe politica, ponendo così fine alla fase del governo tecnico.

Un esecutivo entrato in carica dopo le dimissioni dell’allora premier Silvio Berlusconi; un governo nelle cui mani gli italiani avevano riposto sogni e speranze di riscatto, che ad oggi non possono dirsi pienamente realizzate. Lo Stato è in crisi economica e la povertà e la disoccupazione crescono a vista d’occhio, raggiungendo, secondo le statistiche, livelli mai assunti finora. Di chi sia la colpa di tutto ciò non è lecito sapere ‘scientificamente’ e l’opinione pubblica si divide tra i filomontiani e i rinnovatori, che rischiano però, nel tentativo di cambiare, di tornare semplicemente al punto di partenza. Il governo tecnico, durato poco più di un anno e due mesi, è stato contrassegnato dalla lotta alla crisi economica e dai faticosi tentativi di ripresa. Ricco di provvedimenti e di riforme, in parte annunciate e mai effettuate, il governo targato Monti ha sicuramente avuto il merito di aver saputo evitare la bancarotta del sistema Italia esattamente un anno fa, quando i mercati si orientavano a considerare il nostro Paese insolvente alla stregua della Grecia; di aver ricostruito un’immagine internazionale e soprattutto europea dell’Italia come paese serio, in grado di rispettare gli impegni e svolgere un ruolo da protagonista nel dibattito sul futuro dell’Unione, ed ancora di aver posto una frattura con il ventennio berlusconiano.

Quella di una politica di rigore era stata sin dall’inizio la linea guida del governo tecnico: peccato, però, che il tutto sia stato realizzato a senso unico. Tagli alla spesa pubblica e tasse sui ceti meno abbienti sono stati il risultato di un’ottimizzazione delle risorse che non sembra però aver intaccato la “casta”, mentre invece ha portato alla morte, nel vero senso della parola, un gran numero di piccoli e medi imprenditori e lavoratori. Per quel che concerne invece le riforme, altra parola chiave dell’operato montiano, se ne potrebbero citare due tra tutte: la riforma del mercato del lavoro e del sistema pensionistico, che vede un innalzamento della soglia minima di età necessaria a concludere la carriera. Entrambe portano il sigillo del ministro Elsa Fornero, passata alla storia per le tanto amate, e successivamente, odiate lacrime versate mentre annunciava agli italiani che avrebbero dovuto fare sacrifici. Sacrifici tradotti in nuove tasse o nella reintroduzione delle vecchie imposte. Ad ogni modo, il premier ha di recente continuato a difendere le ‘sue’ riforme, invitando a non giudicare gli effetti nel breve tempo: “durante il precedente governo delle riforme sono state fatte, ma lasciando moltissimo da fare; per questo chiunque vincerà le elezioni dovrà cercare di dargli seguito”.

 

Raffaella Della Morte

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