‘American Buffalo’: al Teatro Bellini di Napoli l’illusione americana recita in napoletano disperazione e fallimento

 

In scena al teatro partenopeo un piccolo gioiello classico, per intenditori. Fino 19 novembre, regia di Marco D’Amore che ne è anche interprete insieme a Tonino Taiuti e Vincenzo Nemolato. 

 

 

‘American Buffalo’ del premio Pulitzer David Mamet, datato 1975 ma attuale come se fosse stato scritto ieri, dalle periferie urbane americane penetra nel cuore pulsante e disperato di una Napoli tradizionale e derelitta fatta di vicoli e botteghe e parla la lingua regina di musicalità conquistando una diversa efficacia.

È evidente l’impegno di Marco D’Amore, eroe maledetto del televisivo Gomorra, regista e interprete al teatro Bellini di Napoli, fino al 19 novembre ‘Quanto vale? Questa è la domanda, pè tutt’ ‘e cose!’.  Battuta cruda e disperata, sulla soglia di una attesa quanto temuta reazione che vibra nell’aria e mette in tensione il pubblico attento, bloccato sulle poltrone in attesa.

E’ la rappresentazione amara dell’incertezza del nostro tempo, quella che domina sulla vita, teatrale nell’essenza, cinematografica nella rapidità dei dialoghi.

Da un lato la possibilità di giocarsi tutto, dall’altro la necessità di farlo per raggiungere finalmente uno status agli occhi dell’altro. Puntare sulla vita e sulla morte, con un colpo solo: tentare il tutto per tutto, convinti di farcela.

Follia, disperazione all’ultimo stadio, strada per il non-ritorno, rischio estremo.

Ma ne vale la pena? Tutto questo, vale l’esistenza?

Arrivato al cinema con un eccezionale Dustin Hoffman protagonista, vent’anni dopo la sua nascita, il testo – la storia di un fallimento – tradotto da Luca Barbareschi è stato riletto e trascritto in lingua napoletana da D’Amore insieme allo scrittore Maurizio De Giovanni, in un napoletano da emarginati, coinvolgente ed efficace, duro quanto passionale.

E se l’italianizzazione del testo funziona, ciò è ancora più vero per la napoletanizzazione che lo rende unico e vibrante.

La storia ruota tutta intorno ad un American Buffalo di conio americano, una moneta rara che potrebbe valere una fortuna e che i tre protagonisti architettano di rubare. È la rappresentazione drammatica e suicida del sogno americano che si insegue fino alla follia, per cui si può arrivare a sacrificare tutto, anche la vita.

Una storia doppia come la medaglia che ne è il perno, la storia di un fallimento, di un progetto perso ancora prima di iniziare, legato non soltanto ad una fortuna da dividere ma a qualcosa di più ambito ed ambizioso oltre che sottile: un ruolo di immagine agli occhi dell’altro. Il valere, il contare, finalmente, l’essere!

Nell’antro sciatto di un rigattiere senz’anima né denaro, Tonino Taiuti incarna con notevole bravura un bottegaio dell’usato limitato nella sua sconvolgente miseria umana, teso a marchingegnare un fallimentare agguato ai danni di un cliente che ha acquistato da lui un sospetto nichelino con su impresso un bufalo: una moneta che potrebbe valere una fortuna.

Come esecutore del piano diabolico si propone un paranoico Professore – D’Amore – senza coscienza, assolutamente privo di valori morali. Rimane fuori dall’affare il ragazzo di bottega, beota quanto tenero, interpretato da un Vincenzo Nemolato incredibilmente credibile Protagonista è Donato Russo, Don (Tonino Taiuti), questo rigattiere ossessionato da una incontrollabile passione filoamericana, che ama tutto ciò che yankee: musica, cibo, modi dire, con i suoi spruzzi di barba, da vecchio hippie.

Passa l’esistenza sepolto vivo tra le innumerevoli cianfrusaglie nella sua bottega, dove campeggiano bandiere a stelle e strisce e biciclette appese al soffitto Esulta appena ascolta le prime note di una canzone americana ma è altrettanto rapidamente pronto a spegnere risentito la radio che trasmette ‘O sole mio. Suona i suoi strumenti come in una jam session.

Gli altri personaggi sono Roberto (Vincenzo Nemolato), giovane un po’ tonto, ovvero un tenero ragazzo molto riconoscente a Don che per lui si butterebbe nel fuoco, e tiene sempre stretta la sua pallina da tennis.

Poi c’è ‘O professore, l’infido ‘The teach’ di sentore eduardiano interpretato da un efficace D’Amore, irriconoscibile e balbuziente quando la tensione lo assale, diffidente quanto basta a studiare il prossimo, stando in agguato in attesa del momento giusto per colpire, per predare approfittando della guardia bassa dell’altro, maestro de quei sotterfugi che nell’immaginario popolare sono appannaggio del tipico napoletano capace di svicolare fuori da qualsiasi situazione imbarazzante i rischiosa. Un cinico rottame umano, con i suoi occhi semichiusi, la sua capacità di piantare quegli stessi occhi – due fessure – giusto in faccia alla realtà, come a chiunque, barricato nella roccaforte della sua verità, l’unica che conti per lui, quella che non conosce pietà né rimorsi.

I tre interpreti si muovono su un terreno di confronto di grande qualità in cui è pronta a brillare, come una mina, l’innegabile bravura di ciascuno Lontano non si sa quanto – forse poco, forse tanto, forse troppo – Ciro l’immortale. ‘Stà senza preoccupazioni’ recita per un attimo, sulla soglia, ‘O professore. Figura lercia, perennemente all’erta, che con sguardo indagatore cerca di capire se il gioco volgerà a suo favore o meno e si prepara allo scatto predatore come a quello di fuga con comprovata astuzia.

Marco D’Amore, forte delle esperienze teatrali con Toni Servillo, Andrea Renzi, Elena Bucci, firma uno spettacolo di rilievo, realizzato con meticolosa attenzione, senza eccessi né forzature.

Nota per i suoni di Raffaele Bassetti e le scene di Carmine Guarino – ricche di dettagli e illuminate da luci discrete e funzionali curate da Marco Ghidelli (i costumi sono di Laurianne Scimeni e le foto di scena di Bepi Paroli) – che sottolineano l’opposizione della realtà interna del traboccante e confortevole negozio di Don a quella esterna di una strada deserta e miserabile dalla quale giungono solto negatività: echi spaventosi e notizie tremende.

Come tremenda è la vita.

Teresa Lucianelli

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