“Questa sorte di genti” la sfida della creazione contemporanea, intervista a Bartoloni e Funari

Dalla riscrittura di una vicenda controversa del Seicento alla ricerca di un linguaggio musicale contemporaneo, Gilberto Bartoloni e Fabrizio Funari raccontano la genesi di Questa sorte di genti. Al Teatro della Dodicesima di Spinaceto, il 21 e 22 novembre, un progetto indipendente che unisce creazione, formazione e divulgazione.

Che cosa significa scrivere un’opera oggi? E come si può costruire una produzione capace di confrontarsi con la tradizione senza rinunciare alla propria contemporaneità, trovando spazio anche fuori dai circuiti più consolidati? Sono domande che accompagnano la conversazione con Gilberto Bartoloni e Fabrizio Funari, compositore il primo, librettista e regista il secondo, impegnati nella realizzazione di Questa sorte di genti – Processo alle avvelenatrici di Roma. L’opera da camera, coprodotta da Musica del Vivo e Teatro della Dodicesima, andrà in scena il 21 e 22 novembre a Spinaceto e rappresenta anche un tentativo di dare continuità alla produzione di nuovi lavori, coinvolgendo giovani artisti e avvicinando pubblici diversi alla musica contemporanea.

La ricerca dietro il personaggio
Per Fabrizio Funari, il punto di partenza è il desiderio di riportare al centro storie e figure che la narrazione storica ha spesso consegnato a interpretazioni semplificate. «Per quanto mi riguarda, io mi occupo prettamente di narrative antinormative». La vicenda di Giulia Tofana, legata alla diffusione dell’Acqua Tofana nella Roma del Seicento, si prestava a questo percorso, ma la ricerca ha presto rivelato una protagonista più complessa rispetto all’immagine tramandata.


Il suo interesse non si è limitato alla contrapposizione fra uomini violenti e donne che ricorrono al veleno per sottrarsi a matrimoni oppressivi. Funari si è concentrato anche sulla dimensione organizzativa dell’attività attribuita a Tofana, sulla rete che la circondava e sulla capacità di costruire un sistema. Una prospettiva che non cancella la questione della violenza, ma evita di ridurre il personaggio a una sola chiave interpretativa.

Il lavoro sulle fonti è stato decisivo, Funari ha consultato documenti di epoche diverse, confrontandosi con la distanza fra gli atti, le ricostruzioni successive e la leggenda. Da questa materia nasce una figura teatrale nella quale ricerca e invenzione convivono. «Basandomi su questi documenti ho pensato chi potesse essere lei», racconta, il libretto immagina anche aspirazioni e motivazioni della protagonista, senza presentarle come fatti storicamente accertati.

La scelta è quella di non imporre un giudizio definitivo, alla domanda se il testo sospenda la valutazione morale, Funari risponde: «Lo lascio al pubblico». È una dichiarazione che riguarda non soltanto Giulia Tofana, ma il funzionamento stesso della drammaturgia, il processo procede attraverso interrogatori, testimonianze e rivelazioni, mentre la certezza sulla colpevolezza rimane problematica. Lo spettatore non riceve una conclusione già confezionata, ma viene chiamato a misurarsi con le contraddizioni della vicenda.

La partitura tra opera, cinema e canzone
La costruzione musicale di Gilberto Bartoloni si confronta con una drammaturgia che alterna il presente del processo ai ricordi del passato. Il compositore ha scelto di distinguere i due piani attraverso linguaggi differenti: canto e musica per il tribunale, prosa per i flashback. «Avevo la preoccupazione di separare i piani per renderli comprensibili», spiega. Ma la separazione evolve con il racconto: «Man mano che i flashback vengono a rappresentare cose più vicine nel tempo, c’è una leggera contaminazione tra i due mondi». Nell’ultima scena, anche il recitato viene accompagnato dalla musica scritta in partitura.

La scrittura vocale si appoggia alla tradizione di Verdi e Puccini, mentre altri riferimenti provengono dal cinema e dalla musica per immagini. Bartoloni cita Alfred Hitchcock, Vertigo e Bernard Herrmann, insieme all’universo sonoro di John Williams. Il rapporto con questi modelli non è imitazione, ma studio dei loro meccanismi compositivi. «Secondo me, quando si sente troppo a chi si è rifatto un compositore, vuol dire che ancora non ha davvero interiorizzato quello che ha studiato», osserva.


È significativo che, nel pensare la partitura, Bartoloni abbia avvertito anche una forte componente cinematografica: «Quando ho letto il libretto ho pensato subito ad un film e ad una sua eventuale colonna sonora». Il problema si è trasformato in una possibilità espressiva, grazie al dialogo tra la narrazione teatrale e una sensibilità musicale formata anche attraverso il cinema.

La tradizione rimane un riferimento, ma non esaurisce il vocabolario del compositore. «Dobbiamo esprimere anche noi stessi attraverso l’arte», afferma, sottolineando quanto le generazioni più giovani siano cresciute ascoltando non soltanto musica classica, ma pop, colonne sonore e anche musica per videogiochi. Nel canto, la ricerca di una scrittura accessibile all’orecchio contemporaneo passa anche dalla sillabazione e dal ritmo della parola, senza rinunciare alla formazione lirica degli interpreti.

Una produzione che vuole continuare
La riflessione sul linguaggio si lega a quella sulle condizioni in cui un’opera può nascere. Bartoloni, che dirige artisticamente Musica del Vivo, lavora da anni per proporre musica in contesti differenti da quelli abitualmente associati alla classica. La sua critica riguarda la percezione di una musica considerata distante dalla vita quotidiana: «Siamo abituati a musica classica che sta solo nei templi della classica, in queste teche di cristallo e viene poi giustamente vista come qualcosa di lontano dalle persone, di elitario».

La collaborazione con il Teatro della Dodicesima, realtà culturale di Spinaceto, nasce da una condivisione di obiettivi. La coproduzione mette insieme risorse, spazi e competenze per dare vita a un’opera nuova fuori dai circuiti più consueti. Per Bartoloni, la scelta del partner non è indifferente: «Stiamo cercando assolutamente una linea, se fosse stato qualcuno diverso da loro forse non l’avremmo fatto».

Il progetto guarda già oltre le due rappresentazioni di novembre. L’ambizione è costruire una collaborazione continuativa, capace di dare spazio a nuove produzioni e di proporre iniziative che siano interessanti per gli appassionati, ma accessibili anche a chi non ha mai frequentato un concerto di classica. Bartoloni lo sintetizza parlando della necessità di creare eventi «soddisfacenti per gli esigenti appassionati di classica, ma perfettamente fruibili e soprattutto vivibili emozionalmente anche da chi magari non è mai stato a un concerto di musica classica prima».

In questa prospettiva, il crowdfunding è uno strumento concreto per sostenere la produzione. Le risorse raccolte possono consentire di ampliare l’organico strumentale, migliorare i compensi degli interpreti e realizzare una registrazione adeguata. Bartoloni immagina, in caso di maggiori disponibilità, un arricchimento della sezione degli archi: «La prima espansione sarebbe sugli archi passando magari a quintetto». L’organico cameristico resta comunque una scelta artistica e produttiva, pensata anche per rendere possibile la circolazione dell’opera.

Accanto al sostegno economico, c’è un obiettivo formativo: aprire gratuitamente le fasi della produzione agli studenti di composizione e ai neodiplomati, perché possano conoscere da vicino il lavoro necessario a portare una partitura sulla scena. È un modo per trasformare la produzione in un’occasione di apprendimento, oltre che in un risultato da presentare al pubblico.

L’aspirazione è ambiziosa, ma Bartoloni la formula con chiarezza: «Il grande progetto sarebbe quello di riuscire a garantire come Musica del Vivo una volta ogni due anni, auspicabilmente con il Teatro della Dodicesima con cui ci stiamo trovando bene sia umanamente che a livello di missione culturale, la reiterazione di un progetto del genere una volta ogni anno, una volta ogni due».

Questa sorte di genti diventa così il punto d’incontro fra una ricerca drammaturgica che rifiuta le risposte facili e una visione musicale che non considera la contemporaneità un ostacolo alla tradizione. Ma è anche una scommessa sul modo di produrre e condividere la cultura: dare vita a un’opera inedita, coinvolgere giovani professionisti, aprire il processo creativo a chi sta studiando e costruire un rapporto con il territorio che non si esaurisca in una singola occasione.

Loredana Margheriti

Circa Loredana Margheriti

Ha un formazione umanistica che affonda le radici nella ricerca documentale. La passione per la musica, in particolare per il canto lirico, accompagna da sempre il suo percorso, ha intrapreso infatti in giovane età lo studio del canto. "Scrivere di arte e spettacolo è per me un modo per restituire emozioni, condividere visioni e dare voce a ciò che l’esperienza estetica accende dentro di noi." Mossa da passione quindi, ed accompagnata da infinita curiosità, collabora con diverse testate digitali, occupandosi soprattutto di recensioni musicali e operistiche, ma racconta spesso anche di eventi culturali, teatrali e d’arte. Attualmente lavora nel restauro di beni culturali monumentali, un’attività che le permette di rimanere in costante dialogo con la bellezza, anche nella sua forma materica.

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