GLI AMICI DELLA PRIMA. Ritratto di Saimir Pirgu, voce limpida e pensiero libero.

Dalla Bohème di Roma alla memoria dell’Albania, passando per la tecnica, il digitale e il rispetto del teatro, ritratto di un tenore che difende l’emozione dal vivo.

L’incontro con Saimir Pirgu avviene lontano dal palcoscenico, in un tempo disteso e generoso, come raramente accade. Quella che doveva essere un’intervista si trasforma presto in una lunga e piacevole conversazione, fatta di ascolto reciproco, riflessioni profonde e ironia. Colpisce subito la disponibilità con cui il tenore si racconta e, soprattutto, la semplicità di un artista che, pur calcando i più grandi palcoscenici del mondo, conserva uno sguardo diretto, curioso, autentico.

Alla fine della Bohème all’Opera di Roma, quando Rodolfo stringe a sé Mimì e la musica di Puccini si spegne nel silenzio, ciò che resta nell’aria è una vibrazione particolare, è lo squillo luminoso e la proiezione naturale della voce di Saimir Pirgu, ma anche qualcosa di più profondo forse, una malinconia trattenuta, una verità che non cerca l’effetto.

Teatro dell’Opera di Roma, La Bohème, 2026 ph. Fabrizio Sansoni

Roma non è una tappa qualunque nel percorso del tenore albanese, è uno dei primi teatri italiani in cui ha cantato e quello con cui ha costruito un legame speciale. “È il teatro in cui ho cantato di più”, racconta, “e non c’è mai stato un ruolo a Roma che non abbia avuto successo”. Un rapporto così forte da spingerlo, per questa Bohème, a cancellare impegni all’estero. “Se non vengo nella mia Italia perdo la mia gente”, dice. Pirgu vive a Verona, si definisce ormai un cittadino italiano acquisito, e confessa persino il desiderio di acquistare una casa nella capitale.

Una voce che resiste
La qualità del suo suono colpisce per naturalezza, ma Pirgu respinge l’idea dell’eccezionalità, della luminosità, sostiene che quel timbro aperto e proiettato, era la normalità della scuola italiana di trent’anni fa. Il segreto non sta nell’azzardo, ma nell’attesa. “Ho resistito”, spiega, “rinunciando a ruoli che avrei voluto cantare troppo presto”, una scelta che oggi considera decisiva.

La sua formazione passa dal belcanto e da un’idea di canto costruita nel tempo, fatta di attesa, disciplina e misura. Saimir Pirgu insiste sul fatto di non aver forzato mai la mano, di aver rinunciato a ruoli anche desiderati ma che sarebbero stati affrontati troppo presto, per i quali ha forse pagato il prezzo della pazienza guadagnandone però in continuità.

Fondamentali, in questo percorso, sono stati gli incontri in palcoscenico con i grandi interpreti della generazione precedente: Renato Bruson, Leo Nucci, Mariella Devia, Angela Gheorghiu, solo per citarne alcuni “Con loro non potevi competere”, racconta, “potevi solo ascoltare, imparare, assorbire”. Accanto a nomi che erano già leggenda, il giovane Pirgu si è formato osservando, tacendo, costruendo un canto lontano dalle gigionerie, dove la parola precede sempre l’effetto.

Rodolfo senza eccessi
Il suo Rodolfo non indulge mai nel melodramma facile, Saimir Pirgu si riconosce in una recitazione asciutta, quasi chirurgica. “Preferisco un applauso in meno ma sincero”, afferma. Ogni paese ha il suo modo di ascoltare, nei paesi latini l’entusiasmo esplode anche durante l’esecuzione, in quelli nordici si aspetta la fine, privilegiando l’insieme più che il singolo interprete. L’artista, per Pirgu, deve saper leggere e rispettare il contesto.

Radici e orgoglio
Nel suo album Saimir, accanto alle grandi arie del repertorio italiano e internazionale, compare un brano in albanese tratto da Skënderbeu, dedicato all’eroe nazionale. “Cantare nella mia lingua è un’emozione fortissima”, racconta. “Dopo una vita passata a viaggiare, tornare a casa con la voce è qualcosa di bellissimo”. È anche un gesto di orgoglio verso un paese spesso identificato solo con il suo isolamento storico-politico. “Siamo un popolo antichissimo, con una nostra arte e una nostra tradizione”. La voce, in questo caso, diventa appartenenza e memoria.

Il digitale come linguaggio, non come surrogato
L’allestimento della Bohème firmato da Davide Livermore al Teatro dell’Opera di Roma offre un esempio riuscito di come il digitale possa dialogare con il teatro senza tradirne l’essenza. Proiezioni, video mapping e impianto immersivo non sostituiscono l’azione scenica né la musica, ma la accompagnano, ampliandone la forza evocativa. Una scelta che Pirgu apprezza apertamente, perché capace di parlare al pubblico contemporaneo senza sacrificare l’emozione dell’esecuzione dal vivo.

È proprio a partire da questa esperienza che il tenore allarga lo sguardo al periodo della pandemia e alla massiccia diffusione dello streaming. “Per fortuna non ha funzionato come sostituto del teatro”, afferma. Non per un rifiuto ideologico della tecnologia, ma per il modo approssimativo con cui è stata spesso utilizzata. La sua critica è netta, soprattutto tecnicamente verso molte produzioni italiane in cui la resa sonora è appiattita, i livelli schiacciati, con conseguente perdita dei colori orchestrali e vocali. “Non basta mettere due microfoni”, osserva, “serve tempo, competenza, una vera cultura del suono”.

Il digitale, se mal gestito, uniforma le voci, cancella le differenze, abitua a un ascolto artificiale. La riflessione di Pirgu va però oltre l’aspetto tecnico e tocca il futuro stesso dell’opera: “Saranno le nuove generazioni a decidere se preferire una perfezione fredda e riproducibile o l’imperfezione viva dell’esperienza teatrale. Noi possiamo solo dare esempi e custodire l’emozione”, conclude, con un ottimismo vigile.

Rispetto del teatro
Durante la prima romana, Pirgu ha notato due giovani spettatrici distratte dal cellulare in un palco di proscenio. Un episodio che apre una riflessione più ampia legata all’uso dei dispositivi digitali in sala. “È una questione di rispetto”, sottolinea, non solo verso chi canta, ma verso l’esperienza collettiva del teatro, che richiede concentrazione e presenza.

Una vita in viaggio
Oggi, da tenore affermato, la logistica è più semplice, ma Saimir Pirgu non dimentica i primi dieci anni: valigie, piccoli cachet, hotel, resistenza psicologica. “Non è la voce la cosa più importante, sono i nervi”. La sua carriera fulminea non gli ha risparmiato la disciplina: “Questo mestiere non perdona e le somme si tirano alla fine”. E lui, mentre sorride, mi dice di sentirsi ancora a metà cammino.

In un tempo che corre veloce e tende a semplificare, Saimir Pirgu difende la complessità del canto, del suono, dell’ascolto e soprattutto quella fragilissima scintilla che nessuna tecnologia potrà mai davvero replicare: l’emozione dal vivo.
Seguirlo oggi significa accompagnare una voce matura, consapevole, in continuo dialogo con il proprio tempo, dall’Italia all’Europa, fino ai grandi teatri internazionali, le prossime produzioni lo vedranno protagonista di un percorso artistico che continua a crescere con coerenza e passione. Un invito, per il pubblico, a cercarlo, ascoltarlo e riconoscere, sera dopo sera, quel raro equilibrio tra grandezza e umanità che fa dei veri artisti punti di riferimento destinati a durare.

https://www.saimirpirgu.com/

Loredana Margheriti

Circa Loredana Margheriti

Ha un formazione umanistica che affonda le radici nella ricerca documentale. La passione per la musica, in particolare per il canto lirico, accompagna da sempre il suo percorso, ha intrapreso infatti in giovane età lo studio del canto. "Scrivere di arte e spettacolo è per me un modo per restituire emozioni, condividere visioni e dare voce a ciò che l’esperienza estetica accende dentro di noi." Mossa da passione quindi, ed accompagnata da infinita curiosità, collabora con diverse testate digitali, occupandosi soprattutto di recensioni musicali e operistiche, ma racconta spesso anche di eventi culturali, teatrali e d’arte. Attualmente lavora nel restauro di beni culturali monumentali, un’attività che le permette di rimanere in costante dialogo con la bellezza, anche nella sua forma materica.

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