Fabio Di Ranno e Valeria Giasi: «Ai ragazzi non servono lezioni, servono storie». Il cinema come favola civile in Greta e le Favole Vere

Dopo anni di lavoro tra fiction, animazione e serialità internazionale, gli sceneggiatori raccontano la nascita del film che sarà presentato al Giffoni Film Festival. Un viaggio tra ambiente, immaginazione e il bisogno di restituire al cinema italiano il coraggio di affrontare temi forti.

Ci sono autori che costruiscono la propria carriera restando fedeli a un solo linguaggio. E ce ne sono altri che attraversano mondi diversi, imparando ogni volta a cambiare registro senza perdere una riconoscibile idea di racconto.
Fabio Di Ranno e Valeria Giasi appartengono a questa seconda categoria.

Compagni nella vita e nella scrittura, lavorano insieme da molti anni, dividendosi tra cinema, fiction televisiva e animazione. Hanno firmato sceneggiature per serie popolari come I Cesaroni, lavorato a produzioni internazionali come Sissi – La giovane imperatrice e scritto per universi narrativi destinati al pubblico più giovane, come Gormiti. Un percorso che li ha portati a confrontarsi con pubblici molto diversi, affinando un linguaggio capace di essere insieme accessibile e stratificato.

Oggi tornano al cinema con Greta e le Favole Vere, il nuovo film di Berardo Carboni, scritto insieme a loro, che il 19 luglio sarà presentato come evento speciale al Giffoni Film Festival, prima dell’uscita nelle sale prevista per il 6 agosto.

È una favola contemporanea che parla di ambiente, ma soprattutto del coraggio di credere ancora che il cambiamento sia possibile.
«Non volevamo fare un film ecologista nel senso tradizionale del termine», racconta Fabio Di Ranno. «Non ci interessava costruire un racconto che spiegasse ai ragazzi come dovrebbero comportarsi. Le storie funzionano quando aprono domande, non quando distribuiscono risposte.»

La protagonista è Greta, una bambina di nove anni che, dopo aver scoperto la storia di Greta Thunberg, decide di salvare un’orsetta polare tenuta prigioniera da due bracconieri. La vicenda si sviluppa come un’avventura, ma sotto la superficie della fiaba si muove una riflessione precisa sul rapporto tra le nuove generazioni e il futuro del pianeta.

«I bambini conservano una qualità che gli adulti spesso perdono», osserva Di Ranno. «Prendono sul serio i loro sogni. Per loro cambiare il mondo non è ancora un’idea ingenua, ma una possibilità concreta.»
È proprio questo sguardo infantile ad aver guidato tutta la scrittura.

Valeria Giasi racconta come la sfida principale sia stata trovare un equilibrio delicato: evitare il tono pedagogico senza rinunciare alla forza del messaggio.
«La favola permette di parlare di questioni molto serie senza appesantirle. L’immaginazione non serve a fuggire dalla realtà, ma a renderla comprensibile.»

Il risultato è un film che mescola racconto d’avventura, animazione ed effetti digitali. Una lavorazione complessa, che ha richiesto un lungo lavoro di post-produzione per integrare le sequenze animate e la realizzazione dell’orsetta in CGI, elemento centrale della narrazione.
«È stato un percorso lungo», spiegano gli autori. «Molto del lavoro è arrivato dopo le riprese, proprio perché bisognava costruire un dialogo continuo tra immagini reali, animazione ed effetti visivi.»

Ma la conversazione si allarga presto dal film al cinema italiano.
È qui che Fabio Di Ranno usa un’espressione destinata a far discutere.
«Ho l’impressione che il cinema italiano sia diventato un po’ opaco.»
Non è una provocazione fine a sé stessa.
«Mi sembra che troppo spesso si preferiscano storie rassicuranti, piccole, borghesi. Esiste naturalmente anche un cinema molto vitale, ma credo che ci sia ancora spazio per racconti popolari capaci di affrontare temi forti senza perdere la leggerezza del linguaggio cinematografico.»

Per Di Ranno e Giasi il problema non è il successo delle commedie, ma la progressiva rarefazione di un cinema che provi a parlare ai ragazzi senza considerarli un pubblico “minore”.
«Spesso si pensa che per rivolgersi ai più giovani sia necessario semplificare tutto. Noi crediamo l’esatto contrario. I ragazzi percepiscono subito quando una storia è sincera e quando invece sta cercando di impartire una lezione.»
Da qui nasce anche la scelta di affidare il racconto a una bambina.

Greta non è un’eroina perfetta. Ha paure, dubbi, ingenuità. Ma conserva una qualità rara: la capacità di credere che ogni gesto abbia un significato.
«Ci interessava raccontare il momento in cui un bambino scopre che può decidere da che parte stare.»
In questo senso Greta e le Favole Vere parla certamente di ambiente, ma ancora di più di responsabilità.
«Il cambiamento non arriva mai tutto insieme», riflette Di Ranno. «Comincia sempre da una scelta individuale. È questo che volevamo raccontare.»

Il film arriva al Giffoni Film Festival, forse il luogo più naturale per un’opera costruita intorno allo sguardo dei ragazzi. Un pubblico che gli autori conoscono bene e che, paradossalmente, considerano spesso più disponibile degli adulti ad accettare storie complesse.
«I ragazzi sono curiosi. Non hanno ancora sviluppato quel cinismo che porta gli adulti a dire subito: “questa cosa non cambierà mai”. È una disponibilità che il cinema dovrebbe imparare ad ascoltare di più.»
Ed è probabilmente qui che si trova il cuore del loro lavoro.
Non usare il cinema per spiegare il mondo, ma per restituire agli spettatori il desiderio di immaginarlo diverso.

VISION DISTRIBUTION, PEGASUS, MATTIA’S FILM con RAI CINEMA e QMI
PRESENTANO

GRETA E LE FAVOLE VERE

Un film di BERARDO CARBONI

Con Raoul Bova, Donatella Finocchiaro, Sabrina Impacciatore
e con la partecipazione di Darko Peric, Federico Cesari, Demetra Bellina
e con Mattia Garaci e Sara Ciocca, Giovanni Visentin, Federico Rosati, Alba Amira Ramadani, Roberta Palumbo

Lungometraggio; 93’
Genere: family
Italia

Valeria Giasi e Fabio Di Ranno ©Massimiliano Chieco

Loredana Margheriti

Circa Loredana Margheriti

Ha un formazione umanistica che affonda le radici nella ricerca documentale. La passione per la musica, in particolare per il canto lirico, accompagna da sempre il suo percorso, ha intrapreso infatti in giovane età lo studio del canto. "Scrivere di arte e spettacolo è per me un modo per restituire emozioni, condividere visioni e dare voce a ciò che l’esperienza estetica accende dentro di noi." Mossa da passione quindi, ed accompagnata da infinita curiosità, collabora con diverse testate digitali, occupandosi soprattutto di recensioni musicali e operistiche, ma racconta spesso anche di eventi culturali, teatrali e d’arte. Attualmente lavora nel restauro di beni culturali monumentali, un’attività che le permette di rimanere in costante dialogo con la bellezza, anche nella sua forma materica.

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