Governo Conte, la lotta si sposta al Senato. E Salvini prenderà la parola in Aula

Conte si presenterà a palazzo Madama per richiedere anche lì la fiducia con numeri certi, dovrebbero essere assicurati 163 voti, con il timore di qualche defezione, anche tra i 5 Stelle, ma l’aggiunta di altri voti dal gruppo misto e dai senatori a vita. Anche il dem Matteo Richetti non ha ancora sciolto le sue riserve: “Valuterò, oggi intervengo in Aula” spiega.

Ma ad intervenire in Aula a palazzo Madama oggi ci sarà soprattutto il senatore Matteo Salvini. Che ieri ha anche ascoltato Conte attaccare chi si fa “condizionare da pressioni di poteri economici e da indebite influenze esterne”. Conte, nel suo discorso da un’ora e mezza, invece annunciava passo per passo le linee programmatiche del suo nuovo governo. A partire dal primo banco di prova che sarà la manovra, passando per la riduzione del debito pubblico e delle tasse fino ad annunciare una serie di riforme: dal fisco alla giustizia, dal taglio dei parlamentari alla nuova legge elettorale, passando per l’autonomia regionale e la revisione dei decreti sicurezza, promettendo più opere pubbliche e più lavoro, un’Italia più verde e più smart. E poi ancora interventi per gli asili nido e una legge di genere per equiparare gli stipendi delle donne, la sempre rinviata legge sulla rappresentanza sindacale. Plaude il Pd. “Oggi si chiude la stagione della cattiveria, dell’odio e credo si possa guardare avanti” commenta il ministro e capo delegazione del Pd al governo, Dario Franceschini che promette: “adesso ci rimbocchiamo le maniche per il bene del paese”.

Dopo le scene di tensione che si sono concretizzate alle Camera davanti agli occhi di uno sconcertato Roberto Fico, lo scontro tra Pd-M5S e Lega-FdI si sposta al Senato, dove, come dicevamo,  si voterà la fiducia al governo Conte Bis. Se alla Camera il governo ha passato l’esame a pieni voti, a Palazzo Madama bisognerà tenere il fiato sospeso per un po’.

Alle ore 17.45 di ieri  la giornata prese all’improvviso una piega inaspettata. Giuseppe Conte si rialza dai banchi del governo per replicare al dibattito cui il Parlamento ha dato vita dopo il suo interminabile e sonnecchioso discorso d’insediamento. E inizia a sparare palle chiodate in direzione dei banchi della Lega. Un vero e proprio regolamento di conti, una zuffa in grande stile, con il presidente del Consiglio a sfidare anche con la prossemica i banchi leghisti, e questi a ribollire di urla e cori, un deputato brandisce una sedia in mano (Sì, una sedia. Sì, nell’aula di Montecitorio), scatenando l’ira di Roberto Fico e il riflesso  di un team di commessi che scatta verso il branditore.

Le repliche di un presidente del Consiglio al dibattito d’Aula possono essere generiche, riannodare i fili dei buoni propositi enunciati nel discorso di qualche ora prima e poco più, scavalcare asperità e critiche. Possono esserlo, non lo sono state. Conte parte subito in quarta: “Avete parlato di tradimento, oltraggio agli italiani, sequestro di voto. Mi chiedo se la nostra Costituzione esista ancora o è stata stracciata. Non cambierete la realtà dei fatti, la vostra è una mistificazione”. Scatta il boato della nuova maggioranza, il Partito democratico è il primo a scattare in piedi.

Lega e Fratelli d’Italia marcano a uomo il presidente. Partono le girandole di cori: “Elezioni, venduto, dignità, mai col Pd, inciucio” vengono scanditi senza soluzione di continuità. Il presidente non si sottrae, non smorza, non smussa, non vola alto. Si gira, mette il corpo in favore di Carroccio, li sfida con lo sguardo, gli molla ceffoni come “la vostra coerenza è solo alle vostre convenienze elettorali”, o “avete sbagliato giuramento, non perseguite l’interesse esclusivo della nazione”. Il tono nasale e la voce roca attenuano appena un po’ la violenza verbale squadernata dall’avvocato della maggioranza giallorossa.

Sono passate solo cinque ore  da quando aveva assicurato che il linguaggio del nuovo governo sarà “mite”. E in effetti per tutta la chilometrica prolusione mattutina quello dell’avvocato del popolo lo era sempre stato, mite. Mite e felpato, garbato, cortese, sublimatosi nel discorso di cambio maggioranza nel quale la rimozione lessicale degli spigoli era arrivata a essere tangente a una certa involuzione di democristiana memoria. “Il patto politico si proietta in dimensione intergenerazionale”. “Serve una nuova e risolutrice stagione riformatrice”. Citava Giuseppe Saragat: “La Repubblica e la democrazia siano umane”.

La maggioranza giallorossa al Senato  è risicata e clamorosi colpi di scena potrebbero far saltare il banco. L’esecutivo inizierà ufficialmente e a tutti gli effetti il suo corso e si giocherà la sopravvivenza provvedimento dopo provvedimento. Votazione dopo votazione.

 Il programma della giornata è lo stesso di quello che si è svolto alla Camera, solo che il presidente del Consiglio si muoverà in un territorio decisamente meno confortevole. Sarà lui il primo a prendere la parola e sarà lui l’ultimo a parlare per il diritto di replica che anticipa la fase finale e decisiva della giornata.

 In Senato si ripropone lo scontro tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, con il premier che si è aggiudicato i primi due round al Senato che adesso dovrà fare i conti con un leader consapevole di essere fuori dal governo. Che quindi non ha nulla da perdere. Il leader della Lega parlerà per venti minuti nel corso dei quali proverà a infiammare i suoi sostenitori, provando a cavalcare l’onda del malumore per indebolire una squadra che di certo, come testimoniato dai sondaggi, non parte con il favore dei cittadini.

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