Berlusconi e Taverna, la strana coppia: ecco perché si parla di loro

Il leader di Forza Italia sempre più al centro della scena in vista del voto del 25 settembre: la senatrice invece rischia di non rientrare in Parlamento

Sono passati quasi otto anni da quella che nei libri di storia verrà ricordata come una delle date più iconiche nella storia della politica italiana. Con la mente bisogna ritornare al lontano 2013: le elezioni nazionali in quell’anno si erano svolte nell’ultimo fine settimana del mese di febbraio e avevano presentato agli italiani un Parlamento per larga parte ingovernabile, spaccato in tre parti tra loro quasi equivalenti.

La campagna elettorale aveva visto correre un unico grande favorito per la carica di presidente del Consiglio: Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, in tutti i sondaggi era dato in grande vantaggio sugli avversari, forte anche del ticket con Nicola Vendola, in grande ascesa alla guida di Sinistra, Ecologia e Libertà. In particolare difficoltà sembrava invece Silvio Berlusconi, che nel 2011 aveva dovuto lasciare Palazzo Chigi a causa dello spread galoppante che stava mettendo in ginocchio l’economia del nostro Paese.

Le elezioni del 2013 e quelle di oggi: i parallelismi di una politica in evoluzione

Al suo posto l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avevo nominato il professor Mario Monti, che in un anno e mezzo da premier aveva varato diverse riforme figlie di una forte politica di austerity. Un passaggio che i cittadini – stretti tra la disoccupazione in continua crescita e lo spauracchio del commissariamento europeo dei conti pubblici – non avevano per nulla apprezzato: così il malcontento portò alla prima grande affermazione del Movimento 5 Stelle, che dal nulla riuscirono a sfondare la soglia del 25 per cento, appaiandosi proprio ai Dem di Bersani, che invece registrarono un flop.

Ma un risultato ben oltre le aspettative lo ottenne anche il centrodestra: ancora una volta il Cavaliere seppe raccogliere attorno a sé una grande mole di consensi. Il suo passato ormai divenuto parecchio ingombrante non aveva rappresentato un deterrente per quella larga parte dell’elettorato che decise di premiarlo di nuovo, nonostante tutto: assieme alla Lega, anche a lui riuscì l’impresa di raggiungere la quota del 25 per cento.

Entrato in Parlamento per la sesta legislatura consecutiva, Berlusconi si ritrovò subito a dover fare i conti con le numerose inchieste giudiziarie che – a vario titolo – lo vedevano coinvolto in indagini e processi presso diversi tribunali italiani. Mentre sul piano parlamentare il Paese assisteva all’uscita di scena di Bersani e alla nascita del governo guidato da Enrico Letta (che oggi è tornato sulla scena come segretario del Partito Democratico), sul piano giuridico gli italiani appresero della condanna in via definitiva emessa dalla Corte di Cassazione a carico del fondatore di Forza Italia: il cosiddetto processo Mediaset gli costò l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di due anni.

Ma lo smacco più grande il Cavaliere (titolo che nel frattempo gli venne revocato) lo subì proprio in Parlamento, in particolare al Senato, ed è proprio questo il contesto che entrerà nei manuali d’accademia repubblicana e che ci permette ora di richiamare il caos politico in cui oggi l’Italia è ripiombata dopo la prematura caduta del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.

Era il 4 ottobre 2013 e in un caldo pomeriggio d’autunno, a Palazzo Madama, l’ordine del giorno riguardava il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore. In virtù della legge Severino (la numero 235 del 31 dicembre 2012, varata proprio durante il governo Monti dall’omonima ministra della Giustizia), la condanna appena subita in terzo grado comportava per l’ex premier lo status di incandidabile: per questo l’Aula veniva chiamata a votare la sua decadenza e l’ok arrivò grazie al parere favorevole del centrosinistra e dei grillini da poco sbarcati a Roma.

Una sconfitta di proporzioni mai viste prima per un leader che aveva appena compiuto l’ennesima rimonta elettorale della propria carriera e che dal 1994 era riuscito a monopolizzare l’opinione pubblica come nessun altro. Le agenzie, i quotidiani nazionali e le testate di tutto il mondo descrissero l’evento come la fine della Seconda Repubblica e l’uscita di scena definitiva di un personaggio che – nel bene e nel male –  aveva segnato una parte di storia della politica italiana.

“Si chiude oggi una pagina di fallimento politico, di imbarbarimento morale etico e civile, una storia criminale che ha un nome e cognome ben precisi, quelli di Silvio Berlusconi”. Così iniziava il discorso con cui Paola Taverna, senatrice romana eletta nelle file del Movimento 5 Stelle, dichiarava l’intenzione ferma e convinta del proprio gruppo di votare in maniera compatta la decadenza del leader di Forza Italia.

Un attacco frontale e senza l’uso di mezzi termini o metafore, con tanto di elenco dettagliato dei reati a lui contestati nel corso degli anni. “La nostra non è una vendetta, qui non c’è né ingiustizia né persecuzione – concludeva il discorso di oltre 12 minuti – qui ci sono solo i cittadini italiani che vogliono riprendersi il proprio presente, altrimenti non avranno più in futuro”.

Oggi il destino ha voluto che il quadro generale subisse un ribaltamento che nemmeno il più lungimirante degli analisti avrebbe potuto prevedere. Quella donna che con tanto ardore aveva parlato in Senato molto probabilmente uscirà dalla scena politica nazionale. A meno di ulteriori stravolgimenti, Paola Taverna non verrà ricandidata alle elezioni anticipate del prossimo 25 settembre e le ultime parole di Beppe Grillo (che in un video diffuso sabato sul suo blog personale ha rivendicato la regola dei due mandati come il faro che guida il Movimento 5 Stelle) sembrano non lasciare spazio ad alcun dubbio.

Ma, cosa ancora più clamorosa, quell’uomo che veniva additato come il nemico delle istituzioni e della legalità oggi pare certo di rientrare, ancora una volta, in Parlamento. Scanso ribaltoni dell’ultimo minuto, Silvio Berlusconi verrà rieletto senatore e addirittura – stando alle ultime voci fuoriuscite dal suo confronto con Giorgia Meloni a Villa Grande – gli alleati di coalizione sarebbero pronti ad offrirgli la poltrona di presidente di Palazzo Madama.

Circa Redazione

Riprova

Mario Draghi alla Nato molto gradito a Giorgia Meloni

Spingere Mario Draghi alla Nato per ricevere in cambio un “aiutino” in Europa. È il piano che Alberto Maggi …

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com