Brexit, May ritenta: mozione per rivotare accordo il 20 marzo e rinviare addio a Ue

Non c’è maggioranza alla Camera dei Comuni britannica in favore di un secondo referendum sulla Brexit, almeno per ora. Lo conferma stasera la bocciatura di un emendamento trasversale presentato per collegare la richiesta di un rinvio dell’uscita dall’Ue proposta in una mozione destinata ad andare al voto più tardi alla convocazione di una nuova consultazione referendaria (“People’s Vote”) dopo quella del 2016. L’emendamento ha avuto appena 85 voti a favore e 334 contrari. Ha pesato l’astensione del Labour.

Intanto dall’Ue arriva un nuovo avvertimento. Di fronte a questa “situazione di incertezza – dice il capo negoziatore Michael Barnier –  se siamo lucidi e responsabili ci dobbiamo preparare ad una Brexit senza accordo, perché il 29 marzo è vicino”. L’estensione sarà al voto stasera, “non mi permetto di intervenire su questo, ma voglio dire che la situazione è grave e che bisogna prepararsi” allo scenario di un ‘no deal’. “Siamo pronti, ma raccomando di non sottostimare le conseguenze”.

Theresa May si gioca oggi l’ultima carta. Il governo ha presentato una nuova mozione che chiede di rimettere in votazione mercoledì 20 marzo l’accordo raggiunto con Bruxelles sull’uscita del Regno Unito dall’Ue già bocciato due volte da Westminster e apre alla possibile richiesta all’Ue di un rinvio “breve” limitato al 30 giugno. Il Parlamento britannico affronta oggi “una scelta cruciale”, ha detto ai Comuni il vicepremier di fatto, David Lidington, precisando che, in caso di ‘no’ alla mozione, il governo “faciliterà” nelle prossime settimane la ricerca di “maggioranze diverse” in Parlamento su ipotesi di accordo alternative a quella della premier.

Il testo, su cui il gruppo Tory avrà libertà di voto, è stato illustrato stamane alla riapertura del dibattito da parte della ministra Andrea Leadsom. Se passa, sarà un segnale di possibile ricompattamento della pur risicata maggioranza di governo. Se no, s’aprirà l’incognita dello scenario della richiesta d’un rinvio lungo evocato dalla stessa premier. Rinvio su cui Donald Tusk si è detto possibilista e ha annunciato che “durante le mie consultazioni prima del Consiglio europeo chiederò ai 27 leader dell’Ue di essere aperti” , ma solo se accompagnato da “un ripensamento della strategia” britannica: ossia dall’indicazione di una Brexit più soft(basata ad esempio sul piano B dl leader laburista Jeremy Corbyncon permanenza nell’unione doganale); o da elezioni anticipate; o da un referendum bis.

La Commissione Ue ha fatto sentire la propria voce per fissare due concetti. “Per il tempo che il Regno Unito fa parte dell’Ue dovrà partecipare alle elezioni” europee. Così il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, richiamando la lettera dei presidenti dell’esecutivo comunitario Jean Claude Juncker, e del Consiglio europeo Tusk di gennaio, risponde a chi chiede se il Regno Unito dovrà indire le elezioni europee nel caso di un’estensione della permanenza nell’Ue.

Seconda indicazione: Schinas ha sottolineato che la questione dell’eventuale proroga dell’articolo 50 – l’articolo del Trattato di Lisbona attivato dopo il referendum del 23 giugno 2016 – “è nelle mani dei 27 leader” europei, che “decideranno all’unanimità in base alla richiesta che ancora deve arrivare” da parte britannica. Schinas non ha voluto commentare i termini e la durata dell’eventuale richiesta da parte di Londra. “Prima dobbiamo vedere una richiesta dal Regno Unito, poi sarà nelle mani dei 27 leader che decideranno”, ha detto.

 

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