‘Black Lives Matter’, migliaia di persone in piazza contro il razzismo

“I can’t breathe”, non respiro. Ancora una volta in America, stavolta a Tacoma, nello stato di Washington, riecheggia la voce strozzata di un afroamericano che implora gli agenti, nell’ultimo disperato tentativo di rimanere aggrappato alla vita. Tutto inutile.

Manuel Ellis è morto poco dopo, riverso sul selciato dove era stato immobilizzato. Saranno le indagini a stabilire se il decesso è avvenuto per soffocamento o per i colpi inferti dai poliziotti che lo stavano arrestando, come testimoniato dall’ennesimo video shock.

L’episodio di Ellis risale al 3 marzo e siamo a Tacoma, nello stato di Washington. Solo ora però spunta il video amatoriale ripreso col telefonino da una donna che con la sua auto si trovava per caso dietro quello della pattuglia di polizia, intervenuta non si sa ancora bene per quale motivo. La testimone racconta che all’inizio Ellis si era avvicinato all’auto degli agenti e che la conversazione appariva tranquilla. Poi, d’improvviso, il putiferio, quando un poliziotto ha aperto di scatto la portiera e ha scaraventato il giovane a terra. A quel punto le immagini mostrano gli agenti accanirsi su Ellis in quello che appare come un vero e proprio pestaggio, con la donna che si sente urlare: “Basta, fermatevi, smettetela di colpirlo, arrestatelo e basta!”.

Dalle comunicazioni tra gli agenti e la centrale, pubblicate sul sito Broadcastify, si sente prima un poliziotto suggerire ai colleghi di usare una tecnica di stretta con le gambe. Poi la preghiera di Ellis: “Non posso respirare”. A differenza di George Floyd, lui morirà sul posto.

Intanto in tutta l’America decine di migliaia di persone sono scese in strada per marciare contro il razzismo e la violenza della polizia. Ovunque, grandi metropoli e piccole città, va in scena il rito di inginocchiarsi per 8 minuti e 46 secondi, esattamente l’interminabile tempo durante il quale un poliziotto di Minneapolis ha tenuto il suo ginocchio premuto sul collo di George Floyd, provocandone la morte.

 Donald Trump continua a vivere la situazione barricato all’interno della Casa Bianca, da dove continua a lanciare moniti, come l’invito a non inginocchiarsi, cosa che invece hanno fatto molte autorità, nel gesto di onorare la morte di Floyd e quella delle vittime del razzismo.

Migliaia di persone si sono riversate a per le vie di Washington in occasione della manifestazione, o meglio della grande marcia contro il razzismo organizzata dopo la morte di George Floyd che ha scosso gli Stati Uniti e buona parte del mondo occidentale, dove iniziano a registrarsi manifestazioni in nome di Floyd e contro la discriminazione. Quella di Washington era la manifestazione più attesa, ma migliaia di persone sono scese in strada nelle principali città americane e non solo. All’estero i manifestanti hanno deciso di protestare nei pressi delle ambasciate americane.

La marcia più attesa quella di Washington, dove la protesta più che in ogni altra città viene sentita anche come una sfida al presidente Donald Trump. I manifestanti, raramente così tanti nella capitale federale, hanno sfilato in corteo dopo essersi radunati davanti all’iconico Lincoln Memorial e a Capitol Hill, sede del Congresso. Tutti hanno marciato pacificamente verso l’area di Lafayette Plaza, di fronte a una Casa Bianca blindatissima, di fatto isolata dal resto del mondo.

In migliaia anche per le strade di New York, dove un corteo ha attraversato il ponte di Brooklyn per dirigersi a Manhattan verso City Hall, la sede del comune dove si trovano gli uffici del sindaco Bill de Blasio. Mentre un altro corteo è partito dallo storico punto di raccolta di Union Square. Una folla enorme anche a Chicago, Philadelphia, Atlanta, Miami, Los Angeles, Seattle, Denver, Minneapolis. In migliaia in strada a Buffalo e Tacoma, le due città teatro degli ultimi due video shock delle violenze da parte della polizia.

A Washington i manifestanti sono partiti da zone diverse della città nel pieno della solidarietà delle forze dell’ordine. Il numero di partecipanti alla manifestazione – svoltasi nella notte italiana – non ha raggiunto il milione pronosticato alla vigilia ma di certo il messaggio è arrivato forte e chiaro. Le autorità hanno preferito tenere basso il livello della tensione evitando il dispiegamento evidente di uomini armati. Alla fine il perimetro caldo intorno alla Casa Bianca era presidiato di fatto da cinquemila uomini circa tra militari, uomini della Dea e agenti dei Servizi. Fortunatamente non c’è stato bisogno di ricorrere alle forze dell’ordine. La grande manifestazione si è svolta in modo pacifico.

Viene  mostrata la scritta BLACK LIVES MATTER, ‘Le vite dei neri contano‘, diventato uno slogan – o meglio un appello – che risuona con forza dai diversi angoli del mondo.

Il presidente americano, intanto, rinchiuso dentro una Casa Bianca da giorni assediata dalle proteste è furioso, sa che l’ondata di rabbia e disordini sociali sta gravemente compromettendo le sue chance di rielezione. Ma con le sue esternazioni e i suoi tweet il tycoon finisce per alimentare polemiche e tensioni. Come quando, commentando il sorprendente boom dell’occupazione a maggio, davanti alle telecamere ha detto: “Oggi è un grande giorno per George Floyd. Lui ci guarda dal paradiso e sta lodando l’economia americana”. Parole che hanno scatenato l’ennesima bufera di critiche e l’ennesima ondata di indignazione, a cui Trump ha risposto: “Il mio piano contro il razzismo è un’economia forte”. “Spregevole”, il lapidario commento del suo rivale nella corsa delle presidenziali, Joe Biden.

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