Leonardo Sciascia e la magistratura che ‘respinge ai margini della coscienza la preoccupazione dell’errore’

Leonardo Sciascia, è stato uno scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, poeta, politico e critico d’arte italiano. Ebbe anche un’attività politica importante, dapprima fu consigliere comunale a Palermo  per il Partito Comunista Italiano, ed in seguito  deputato in Parlamento per il Partito Radicale.  Infine fu simpatizzante del Partito Socialista. Si ricorda la sua contrarietà alla legislazione d’emergenza, che istituiva poteri speciali e inaspriva molte fattispecie di reato;  era  contrario al ‘pentitismo’,  sia per il terrorismo sia per la mafia, in quanto premiava troppo un colpevole in cambio di rivelazioni che potevano essere false, anche a danno di innocenti.  Una delle sue ultime battaglie politiche fu in difesa di Enzo Tortora,  suo amico di lungo corso, vittima di errore giudiziario e divenuto anch’egli un militante radicale.  Sciascia ne prese le difese, attraverso interventi pubblici ed articoli giornalistici scritti di suo pugno, del suo amico, il presentatore televisivo Enzo Tortora, finito in manette nel 1983 con l’accusa di collusione con la camorra ma poi riconosciuto innocente dopo un lungo calvario giudiziario. Il ‘caso Tortora’ servì a Sciascia come occasione per parlare del problema della giustizia in Italia: ‘I giudici, per non essere inibiti ad esercitare la propria professione, respingono ai margini della coscienza la preoccupazione dell’errore, e vogliono sentirsi confortati da un’assenza di critica sul loro operare: questa situazione di privilegio ha fatto sì che in Italia i tribunali siano diventati altari: l’amministrazione della giustizia ha assunto un che di religioso, di imperscrutabile e l’opinione pubblica ha perso il diritto di vigilanza e di critica sui casi che presentano oscurità. Anche questo è un problema che riguarda il caso Tortora, non solo quello della sua colpevolezza o della sua innocenza’. Sciascia, ispirato dalla sua concezione fortemente garantista e avversa ai processi mediatici e sommari, ravvisava il pericolo di un ritorno ai metodi di Cesare Mori durante il fascismo e temeva, come già con le leggi speciali negli anni di piombo, una possibile involuzione autoritaria  del Paese. Questa sua concezione era anche estesa all’intero diritto penale, in quanto lo scrittore era un deciso sostenitore dello stato di diritto: egli era avverso a ogni procedura vagamente ‘inquisitoria’, anche in momenti critici, all’uso massiccio del pentitismo, dei collaboratori di giustizia e della chiamata in correità non suffragata da adeguati riscontri. Tutto questo in  contemporanea alla critica verso gli eccessi dell’antimafia professionista. Oggi, l’Associazione ‘Amici di Leonardo Sciascia’, presieduta dall’avvocata Simona Viola, fa una proposta,  da presentare in Parlamento che riguarderebbe tutti i futuri magistrati subito dopo avere vinto il concorso: ‘Quindici giorni in carcere da trascorrere obbligatoriamente tra i detenuti’. L’iniziativa è copromossa dall’associazione “ITALIASTATODIDIRITTO”, presieduta dall’avvocato Guido Camera, che ha contribuito attivamente a redarre il testo insieme a un gruppo di lavoro di avvocati e docenti universitari. L’idea – e non è un caso il riferimento dell’associazione al suo nome – era già stata partorita da Leonardo Sciascia. Il celebre scrittore siciliano, in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera il 7 agosto 1983, a proposito delle disfunzioni della giustizia italiana, aveva infatti osservato che ‘un rimedio paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare a ogni magistrato una volta vinto il concorso almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti. Sarebbe indelebile esperienza – proseguiva Leonardo Sciascia – da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza’. La proposta fu fatta da Sciascia due mesi dopo l’arresto di  Enzo Tortora, per quello che di fatto fu l’avvio di un doloroso percorso terminato soltanto nel momento della piena assoluzione del 15 settembre 1986 in Corte d’Appello, poi confermata definitamente nel 1987 in Cassazione. Assieme ad altre organizzazioni come la ‘Fondazione Internazionale per la Giustizia Enzo Tortora’, presieduta da Francesca Scopelliti, compagna del presentatore e già senatrice, la Società della Ragione, guidata dall’ex parlamentare Franco Corleone, gli Amici di Sciascia e ITALIASTATODIDIRITTO lanciano la proposta. Al momento la sottoscrizione ha visto l’adesione di +Europa, ma le associazioni hanno la volontà di  aprire al consenso della maggioranza delle forze politiche. E viene posta all’attenzione del ministro Carlo Nordio, impegnato nella riforma della giustizia. La ‘Proposta di Legge Sciascia-Tortora’ è composta da due articoli destinati ai futuri magistrati: un tirocinio di quindici giorni di esperienza carceraria e lo studio della letteratura dedicata al ruolo della giustizia e del diritto penitenziario, in modo da comprendere concretamente come vive chi è privato della libertà. Domani, per questi motivi è fissato un appuntamento presso la Sala stampa della Camera dei Deputati,  alle ore 17.30. Interessante che questa proposta nasce a valle del congresso dell’Anm di Palermo che, a posteriori, non è  stato altro che il trionfo dello status quo. Il presidente Giuseppe Santalucia ha alzato un muro solido contro gli interventi riformatori: ‘Non abbiamo da trattare, ma da parlare alla politica e alla società intera per dire che questa Costituzione ha ancora molto da dire, non va toccata almeno per quanto riguarda la giurisdizione’. In poche e brevi parole: ‘Le leggi, ed interventi correlati,  non si toccano!’. Ora, assistiamo all’ennesimo colpo al cuore di una riforma della giustizia che pure è la bandiera di uno dei tre partiti di governo, cioè Forza Italia. Quando Giorgia Meloni ha accelerato sul premierato, Forza Italia ha dato per scontato che la separazione delle carriere  fosse in dirittura d’arrivo, ma la separazione delle carriere è diventata  un’illusione, visto che nessuno ha mosso un dito per farla avanzare in Parlamento: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, si è presentato per trentacinque minuti al congresso dell’Anm, giusto il tempo per tranquillizzare la platea facendo capire che la questione è rimandata a chissà quando. La presidente del Consiglio non ha certo voglia di imbarcarsi in una ipotesi di riforma della giustizia che, a questo punto, diventa esclusivamente  una riforma di religione. Tajani, ha colto l’antifona e, per il momento, lascia correre.  L’unico  coerente è Guido Crosetto ma, esclusivamente, a titolo personale: ‘Il mio intervento viene visto forzatamente come un attacco alla magistratura, ma è solo il tentativo di costruire regole comuni e condivise. Capisco che faccia comodo considerarlo un attacco per continuare a non affrontare i temi in modo serio’. Per il ministro della difesa, nella magistratura ‘ci sono correnti e quindi è politicizzata, lo constato’ ma, aggiunge, non è questo il pericolo, quanto ‘un potere che non ha più controlli, in cui anche un singolo pm, se arrabbiato con qualcuno, può distruggerlo. Su questo vorrei delle garanzie’. Nessun controllo politico ma quello che chiede il ministro sono regole certe. Ma le parole del ministro sono state strumentalizzate dal Pd: ‘L’incontinenza verbale del ministro della Difesa non ha più limiti e appare sempre più incompatibile con il delicato ruolo che ricopre. Le sue dichiarazioni hanno il suono dell’attacco a un potere dello Stato. Imbarazzante e inquietante’. Queste le parole di Debora Serracchiani, che chiude: ‘Alla magistratura, il governo dovrebbe dimostrare leale collaborazione istituzionale. Per la Presidente del consiglio va tutto bene?’

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