Positano Teatro Festival: ottima la prima

Pubblico d’intenditori – come era prevedibile – all’Anfiteatro di Piazza dei Racconti, per la prima, al chiaro di luna, della XVII edizione del Positano Teatro Festival, Premio Annibale Ruccello, diretto da Gerardo D’Andrea.
Versione ridotta, con soltanto tre serate ma d’indubbia qualità, contro i ricchi 13 giorni di spettacoli, per complessivi 16 occasioni di teatro, ai quali eravamo ormai abituati.
L’edizione 2020 conferma comunque i principali obiettivi: garantire al pubblico interessanti occasioni per ridere, per riflettere e pure per commuoversi, grazie al potere dirompente del teatro, che ci scava dentro e ci diverte pure ma, soprattutto, ci fa pensare.
“Buona la prima”, anzi, ottima, per questa rassegna – stavolta anti-covid, ovvero in tutta sicurezza – che in vent’anni si è man mano ingrandita fino a diventare una pietra miliare, col suo offrire uno sguardo attento sulla drammaturgia scelta contemporanea, sia italiana che estera.
Alla presenza del sindaco di Positano, Michele De Lucia e rappresentanti della Giunta, Mariano Rigillo ha ritirato l’ambito e fragile premio creato da Chiara Dynis – salvato dalla rottura a causa di una distrazione al momento della consegna, dalla conduttrice Marina Carpi – donando al pubblico anche  un’attesa e applauditissima performance.
Attore italiano di spessore e grandi capacità interpretative, ancora di più quando si tratta di Viviani, già dagli anni ‘70 protagonista di “Napoli, notte e giorno”, con Peppino Patroni Griffi, Rigillo è stato premiato quale “artista e maestro della scena nella cui carriera si sono felicemente congiunti e intrecciati la raffinata ricerca culturale, la versatilità del grande attore e l’umanità del mentore che infonde fiducia e tramanda esperienza”.
In apertura di serata, la splendida interpretazione di una grande e coinvolgente Antonella Morea in  “Don Rafele, ‘a Zucconas e Bammenella. Il mondo della poesia e della musica di Raffaele Viviani”,  un intenso percorso drammaturgico scritto dalla bravissima Delia Morea, che minimizza modestamente il suo comprovato talento di ricerca e descrittivo. Un testo, “moderatamente mini” nel formato e nei tempi di esecuzione, ma assolutamente consistente nei contenuti, squisitamente  dedicato ai personaggi femminili del grande autore,  intensi, toccanti, eccessivi, patetici, soprattutto veri nella loro limitatezza e nei loro errori, che ne hanno segnato irrimediabilmente le vite.
Lo spettacolo a cura di Gerardo D’Andrea, ha fornito l’occasione di ascoltare le più belle canzoni, i monologhi e le poesie dell’autore stabiese, di cui Antonella Morea è eccellente e apprezzatissima interprete. Pubblico entusiasta e rapito. Ad accompagnarla, l’ensemble musicale diretta dal maestro Mariano Bellopede al pianoforte, Franco Ponzo alla chitarra e Gianluca Mirra alla batteria e percussioni.
Caldi applausi anche per gli abiti di scena firmati da Pinù, tra i presenti.
Stasera, sabato 8 agosto, alle 21,00, ancora qualità e grande interpretazione: “Ritornanti”, di, con e per la regia di Enzo Moscato, in scena con Giuseppe Affinito – responsabile anche dell’organizzazione – presentato dalla Compagnia Teatrale Enzo Moscato e da Casa del Contemporaneo, recital da
“Spiritilli” “Palummiello” “Cartesiana“.
“Forse, l’atteggiamento che pratico di più, e più spesso, è ri-tornare, ri-percorrere, ri-sentire, ri-pronunciare, con le mie cose di teatro… Soprattutto all’ indomani della prima di un nuovo spettacolo, quando, magari, e miracolosamente, mi sia riuscito di mettere a punto qualche significativa svolta, formale o tematica, lungo il mio, non sempre lineare, camminare drammaturgico: qualche nuova rottura, qualche nuovo azzardo, qualche inedito desiderio di “ferita” o salto, linguistici, nell’ ignoto vuoto dell’“espressivo” (rubo, con piacere, questo termine, ad Anna Maria Ortese)” – spiega Moscsto nella presentazione.
E osserva: “nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro. Nessun movimento, nessun gesto, nessun respiro, già vissuti, dovrebbero venir considerati finiti, de-finiti, esautorati. Morti.”
Con razionalità considera che “il nomadismo della ricerca, lo spostamento continuo del limite attraverso i suoi territori, non dovrebbe esser disgiunto mai dal rassicurante, naturale, portarsi appresso sempre le proprie cose, il proprio passato, le proprie masserizie, ideologiche o grammaticali…”
“Non per riproporli, certo, così come sono o come sono stati, bensì per fare esattamente il contrario: farli agire, respirare, dibattersi, accanto o dentro un nostro spirito cambiato, nuovo; accanto o dentro un nostro differente modo di capirli o percepirli, e, con essi, con questi “altri” sentimenti, investirli, nutrirli, vivificarli. In una parola: ri-amarli – precisa Moscato”.
… Sperare che anche il pubblico sia colto dallo stesso, medesimo, irresistibile ‘coup de foudre’, attraverso l’artista.
Infine, domenica 9 agosto, sempre all’Anfiteatro di Piazza dei Racconti, con inizio alle 20,45, Roberto Azzurro in  “L’arte di Bonì”, monologo da lui scritto, diretto ed interpretato, ispirato alla biografia del dandy Boniface de Castellane, presentato da Ortensia T.
Al pianoforte, Matteo Cocca
Considerato tra gli uomini più eleganti del suo tempo, il conte Boniface de Castellane pubblicò a Parigi nel 1925 “L’arte di essere povero”, libro di memorie ispirato al divorzio dall’ereditiera americana Anna Gould, da cui scaturì questo lavoro. Personaggio discusso, dilapidò le ricchezze della moglie per acquistare abiti di lusso, oggetti d’antiquariato, cavalli e castelli, e il famoso Palais Rose, dove ormai diventato il “Re di Parigi”, egli dette feste, rimaste nella storia della “folle” Belle Époque, come identificative di un’epoca.
Mente lucidissima, viaggiatore, collezionista, mercante d’arte, dietro la maschera del dandy, Bonì, fu pure un politico acuto e vivace.
Sul palco, come un attore di un immaginario circo/cabaret, appare in abito da sera e a luci spente, Marie Ernest Boniface Conte de Castellane, passato alla storia come Bonì le roi de Paris, mentre il pianoforte contrappunterà tutta la spettacolare conferenza – storicizzando le epoche con un repertorio tra Chopin e Bach, tra Dvorak e Mozart – ripercorrendo  la sua vita dorata e il tempo della crisi, vissuti tenendo a mente le semplici regole de “L’arte dell’essere povero”..  perché se nascere ricchi è una fortuna, solo essere poveri può diventare un’arte.
Di seguito, il Premio Pistrice Città di Positano, verrà consegnato dal sindaco Michele De Lucia a Gabriele e Daniele Russo, figli d’arte hanno ricevuto dalle mani del papà, Tato Russo, il compito di continuare l’opera di direzione e conduzione del Teatro Bellini di Napoli – producendo spettacoli tratti dai testi dei più significativi autori del ‘900, da Osborne a Moravia, da Patroni Griffi a Viviani, collaborando con registi quali Luciano Melchionna, Alessandro Gassman e Roberta Torre – “per l’eccellente prova, rispettivamente di regista e interprete, dell’apprezzato spettacolo “Le Cinque rose di Jennifer”, in scena nella stagione appena conclusa a Napoli al teatro Bellini.
Conduce Marina Carpi.
Il Premio Pistrice Città di Positano 2020 viene assegnato a Gabriele Russo “per aver utilizzato in maniera filologicamente appropriata testo e sottotesti di uno dei più profondi copioni concepiti dal genio di Annibale Ruccello, per un disegno registico ineccepibile ed originale, immergendolo in una inquietante e drammatica contemporaneità”.
E viene assegnato a Daniele Russo “per aver espresso il dramma di Jennifer, a cui ha donato umanità, dolore, ed ironia, senza mai cadere nel facile e scontato luogo comune, riuscendo a rendere visibili i fantasmi della sua vita devastata dall’inguaribile male di vivere”.
Teresa Lucianelli

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