ph. Fabrizio Sansoni

L’ultima Violetta di Ermonela Jaho, cronaca di una notte che il Teatro Costanzi e la città di Roma difficilmente dimenticheranno

Ci sono serate in cui si ha la consapevolezza, fin dal primo istante, di essere presenti a qualcosa che difficilmente tornerà a ripetersi, sere in cui il teatro sembra allargare i propri confini e quella del 30 giugno al Teatro dell’Opera di Roma è stata una di queste.
Lo si intuiva già molto prima che si alzasse il sipario del resto.

Un teatro esaurito in ogni ordine di posti per l’ultima recita della Traviata nell’allestimento firmato da Sofia Coppola, con i costumi di Valentino Garavani. Ma il Costanzi, da solo, non bastava più. Contemporaneamente, in Piazza di Spagna, migliaia di persone seguivano la rappresentazione sul maxischermo allestito dal Teatro dell’Opera di Roma insieme alla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti.

Molto prima dell’inizio la piazza era già piena. Una fila lunghissima attendeva l’apertura dell’area destinata al pubblico e quando gli accessi sono stati consentiti, la Scalinata di Trinità dei Monti si è trasformata in una platea a cielo aperto con spettatori seduti sui gradini, altri in piedi fino alla sommità, persone raccolte attorno alla Barcaccia pur di trovare un punto da cui seguire la diretta.

ph. Opera Roma

Era il primo segnale che quella non sarebbe stata una recita come le altre e dentro il teatro l’impressione era la stessa.
Anche questa rappresentazione aveva fatto registrare il tutto esaurito, come tutte le altre in programma. Ma più ancora del sold out colpiva l’atmosfera.
Bastava alzare lo sguardo verso la galleria.
Durante il preludio molti spettatori seguivano l’opera in piedi, appoggiati alle balaustre o alle colonne, protesi in avanti nel tentativo di conquistare qualche centimetro di visuale. Alcuni avevano acquistato posti di solo ascolto, rinunciando a una visione completa del palcoscenico pur di essere presenti.

Fra le immagini che mi resteranno di questa serata ce n’è una che precede perfino l’ingresso di Violetta in scena, una giovane coppia, abbracciata accanto a una colonna della galleria, immobile nel buio del preludio, con lo sguardo rivolto verso il palcoscenico. Attorno, decine di spettatori cercavano di affacciarsi dai posti più laterali, allungando il collo per cogliere uno scorcio della scena.
Era un teatro vivo, un teatro “abitato”.
Un teatro che, almeno per una sera, sembrava aver ritrovato quella dimensione popolare che appartiene da sempre al melodramma italiano.

ph. Fabrizio Sansoni

La ragione di tanta partecipazione era nota.
Dopo oltre trecento recite nei maggiori teatri del mondo, Ermonela Jaho aveva scelto Roma per congedarsi da Violetta, il personaggio che più di ogni altro ha accompagnato la sua straordinaria carriera.
La sua emozione, percepibile fin dall’inizio, non è mai diventata fragilità, non ha mai incrinato il canto. Al contrario, sembrava attraversare ogni frase musicale, ogni sguardo, ogni gesto scenico, conferendo al personaggio una verità ancora più intensa.

Accanto a lei, Dmitry Korchak ha costruito un Alfredo di grande eleganza musicale e teatrale. Con voce luminosa, sempre ben proiettata, uno squillo sicuro e una presenza scenica mai sopra le righe ha affrontato il ruolo con autorevolezza, ricevendo calorosi consensi.

Di altissimo livello anche Amartuvshin Enkhbat, interprete di un Giorgio Germont di rara nobiltà. Il timbro pieno, scuro e omogeneo, insieme ad una grande solidità dell’emissione hanno confermato le qualità di uno dei più apprezzati baritoni verdiani della scena internazionale.

Ottimo l’intero cast vocale, così come il Coro del Teatro dell’Opera di Roma preparato da Ciro Visco e l’Orchestra diretta da Francesco Ivan Ciampa, protagonisti di una serata che ha trovato un equilibrio prezioso fra rigore musicale e intensità teatrale.

ph. Fabrizio Sansoni

Poi è arrivato il terzo atto.
Al termine di Addio del passato, Violetta rimane, come previsto dalla regia, prostrata a terra con il volto nascosto dai capelli. Il pubblico accoglie la conclusione dell’aria con il consueto applauso. Ma quando quell’applauso sta ormai naturalmente diminuendo, accade qualcosa di inatteso. Si comprende che Ermonela Jaho sta realmente singhiozzando, il pianto non appartiene più soltanto al personaggio, è quello dell’artista che, dopo oltre trecento recite, sta salutando per l’ultima volta la sua Violetta. Quasi d’istinto la sala riprende ad applaudire e non è più il tributo a un’interpretazione straordinaria, ma un incoraggiamento, un abbraccio collettivo rivolto a una cantante che sta vivendo davanti al suo pubblico un momento di autentica commozione.
Mi è difficile ricordare un dialogo così intenso fra il palcoscenico e la sala.
Pochi istanti dopo, con un controllo che appartiene solo ai grandi interpreti, Emonela Jaho riprendeva il canto senza che l’emozione lasciasse la minima traccia sulla qualità dell’esecuzione.

Se il teatro possiede ancora la capacità di sorprendere, è anche perché esistono artisti capaci di vivere il personaggio fino a confondere, per un istante, i confini fra interpretazione e vita.
L’ovazione finale è stata lunghissima.

Ma il teatro aveva ancora un’ultima immagine da consegnare alla memoria.
Quando Ermonela Jaho è uscita da sola per il primo saluto al pubblico, prima dell’ingresso del resto del cast, dai palchi laterali ha iniziato a cadere una pioggia di rose gialle a stelo lungo.

ph. Fabrizio Sansoni

Una.
Poi un’altra.
Poi ancora.
Il palcoscenico si è lentamente coperto di fiori, mentre gli applausi crescevano d’intensità. Con l’arrivo degli altri interpreti e del Maestro Francesco Ivan Ciampa, quella pioggia è continuata, trasformando il proscenio in un’immagine di straordinaria poesia.
Sembrava uno di quei racconti che appartengono alla memoria delle grandi serate della lirica, e invece stava accadendo lì, davanti agli occhi di tutti.

A sipario ormai chiuso ho avuto il privilegio di salutare gli artisti sul palcoscenico. In quel clima ancora attraversato dall’emozione ho assistito a un breve e affettuoso scambio fra Francesco Ivan Ciampa ed Ermonela Jaho. Con il sorriso di chi aveva appena condiviso qualcosa di davvero speciale, il Maestro ha scherzato lasciando intendere che, dopo una Traviata vissuta con un’intensità simile, sarebbe stato difficile immaginare di affrontarne un’altra senza di lei.
Una battuta chiaramente affettuosa e dentro quella battuta si intuiva tutta la stima per un’interprete capace di lasciare un segno profondo.

Ripensando a questa serata, rimangono molte immagini.
La folla di Piazza di Spagna con la Scalinata di Trinità dei Monti trasformata in una platea.
La galleria gremita di spettatori in piedi con quella coppia abbracciata durante il preludio.
Gli applausi che diventano abbraccio e sostegno.
Le rose gialle sul palcoscenico.
Sono immagini diverse, ma raccontano la stessa storia, quella di un’opera che continua a parlare al presente, quella di un teatro che, quando incontra interpreti, musicisti e produzioni di questo livello, riesce ancora a diventare il luogo in cui una comunità intera si riconosce.

L’ultima Violetta di Ermonela Jaho è stata certamente il congedo di una grandissima artista da uno dei personaggi più importanti della sua carriera, ma è stata anche qualcosa di più. Una serata in cui Roma, dentro e fuori il Teatro Costanzi, ha ricordato a tutti che il melodramma non è un patrimonio da custodire con nostalgia.
È un’arte viva.
E, nelle sue notti migliori, continua ad avere il potere di emozionare come poche altre forme di spettacolo sanno ancora fare.

 

LA TRAVIATA
Musica di Giuseppe Verdi
Opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Da La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio

Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia Sofia Coppola
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Nathan Crowley
Scenografo collaboratore Leila Fteita
Costumi Valentino Garavani, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli
Coreografia Stéphane Phavorin
Luci Vinicio Cheli
Video a cura di Officine K
Regista collaboratore Marina Bianchi

PERSONAGGI/INTERPRETI
Violetta Valéry Ermonela Jaho
Alfredo Germont Dmitry Korchak
Giorgio Germont Amartuvshin Enkhbat
Flora Maria Elena Pepi*
Annina Sofia Barbashova*
Il Barone Douphol Arturo Espinosa
Il Marchese d’Obigny Alejo Álvarez Castillo*
Gastone Guangwei Yao*
Il dottor Grenvil Adriano Gramigni
Un domestico Daniele Massimi
Un commissionario Carlo Alberto Gioja
Giuseppe Salvatore Minopoli
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Produzione creata da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti
Si ringraziano la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti e Valentino S.p.A.

 

Loredana Margheriti

Circa Loredana Margheriti

Ha un formazione umanistica che affonda le radici nella ricerca documentale. La passione per la musica, in particolare per il canto lirico, accompagna da sempre il suo percorso, ha intrapreso infatti in giovane età lo studio del canto. "Scrivere di arte e spettacolo è per me un modo per restituire emozioni, condividere visioni e dare voce a ciò che l’esperienza estetica accende dentro di noi." Mossa da passione quindi, ed accompagnata da infinita curiosità, collabora con diverse testate digitali, occupandosi soprattutto di recensioni musicali e operistiche, ma racconta spesso anche di eventi culturali, teatrali e d’arte. Attualmente lavora nel restauro di beni culturali monumentali, un’attività che le permette di rimanere in costante dialogo con la bellezza, anche nella sua forma materica.

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