La felicità e le contraddizioni umane: potremo mai essere tutti felici?

Il film “Agent of happiness – il Bhutan e la felicità” distribuito in poche sale in questi giorni, ci invita a ragionare sull’essenza della felicità, vagheggiata ed inseguita dagli esseri umani dalla notte dei tempi. I due registi, Arun Bhattarai buthanese e Dorottya Zurbó ungherese, (da cui la coproduzione del Paese europeo), sono ombre discrete dietro la cinepresa. Nel rispetto dell’ufficialità dell’inchiesta, con ironia, il film implicitamente si chiede dove sia la felicità, come si possa rinchiuderla in risposte a domande di carattere pratico per quantificarla, o anche solo definirla. Gli incontri, le interviste, raccontano vite normali fatte di piccole gioie, tristezza, speranze, lutti, sogni. È possibile misurare la felicità? Per il governo del Bhutan, piccolo Stato chiuso tra due colossi quali la Cina e l’India, la questione è affrontabile con un metodo scientifico di analisi di dati raccolti intervistando la popolazione ed elaborati con modelli matematici, grazie ad un indicatore definito Felicità Interna Lorda – FIL, in base al quale è possibile calcolare il livello di soddisfazione personale di ogni cittadino. Gli ultimi Re in carica credono in questo concetto del Gross National Happiness e quindi hanno trasformato questo piccolo regno, grande più o meno quanto la Svizzera, in un paese che segue parametri ambientali e di wellness per assicurare la felicità ai suoi sudditi. Da anni agenti governativi specializzati viaggiano in lungo e in largo bussando alle porte della gente per calcolare il loro livello di felicità.

Il film racconta la storia di uno di questi Amber Kumar Gurung, un quarantenne che vive con sua madre e che sogna un giorno di trovare il grande amore. Proprio la sua natura di sognatore lo ha spinto a presentarsi per questo incarico. Girando per il Bhutan con il collega Guna Raj Kuikel, Amber incontra persone di ogni età ed estrazione sociale. Questi incontri svelano la profondità e la fragilità dell’animo umano e il Bhutan diviene il paradigma del mondo intero. Come si può misurare il grado di felicità di una persona?



Coerentemente con la natura rurale del paese, molte domande rivolte alle persone intervistate riguardano gli animali che possiedono, ma anche gli elettrodomestici o altre attrezzature più moderne atte a migliorare la qualità del lavoro. I due intervistatori chiedono inoltre di parlare del proprio livello di ansia, di preoccupazione o addirittura di depressione, così che il questionario illustri anche gli stati d’animo delle persone che possono allontanarle dall’idea di felicità. Le risposte ci mostrano un paese dove coesistono la vita semplice, in luoghi sperduti, con lo smartphone che si mostra pienamente per ciò che è: la più grande rivoluzione tecnologica e sociale del nostro tempo.
La felicità di avere una mucca che ha appena partorito un vitello e quindi garantirà latte fresco alla ragazza che la possiede, si contrappone alla preoccupazione quotidiana di un’altra ragazzina, figlia di una mamma alcolista abbandonata dal marito, che si distrae dalle angosce quotidiane “scrollando” le immagini dei social sul telefono che possiede, in una casupola in cui manca tutto tranne due smartphone. Il paesaggio incantato tra montagne e vallate sconfinate, colline costellate di monasteri e piccoli borghi, fa da sfondo ai giri di Amber e Guna che incontrano un anziano pastore vedovo, una ballerina transgender, un ex studente che ha scelto di vivere in campagna, un uomo, le sue tre mogli e i suoi undici figli, la ragazzina figlia di genitori alcolizzati cui sottopongono un corposo questionario.

Quante pecore hai? Possiedi un frigorifero? Una motozappa? Un asino? Un mulo? Tutti gli intervistati rispondono con serietà raccontano un paese di persone semplici ma non sprovvedute. Piccoli spaccati di vita vera emergono con grazia, le storie si intrecciano e alla fine un fotogramma ci mostra il numero che indica il livello di felicità di ogni intervistato, mentre i pezzi di vita raccontati ci fanno intendere perché, ricomponendo l’intero puzzle verso la fine del film.  La ballerina transgender di città racconta le sue paure che la rendono ansiosa e depressa, ma insieme anche l’amore di sua madre che la incoraggia a sentirsi bella e unica, ad accettarsi e ad affrontare il mondo. Quante mamme così ci sono ovunque? E alleviano la difficoltà dei figli a vivere normalmente in un mondo che non vuole abbattere i pregiudizi e cancellare le diversità.

Ispira tenerezza il piacere espresso da un anziano contadino mezzo sordo nel parlare della sua terra, contento che in Bhutan ora ci siano case dappertutto che lui si diverte a raggiungere e visitare, mentre un giovane è felice di essersi trasferito in campagna proprio per la pace della vita in posti isolati. Un altro uomo, triste per la morte della moglie con cui sperava di condividere la vecchiaia, innalza bandiere tibetane di preghiera in ricordo della compagna per alleviare il percorso della sua anima: la vita lo ripagherà con la nascita di un nipote in cui lui legge la reincarnazione della moglie e ritrova serenità. L’antichissimo buddhismo vajrayana in Buthan è un culto mescolato al Bonpo, l’animismo locale fatto di sciamani, spiriti e magie. Ritroviamo simboli religiosi tibetani ma traspare l’anima del Bhutan con la sua originalità, la sua lettura dei culti praticati. Seguendo il film ci si chiede come sia possibile arrivare a constatare l’effettiva felicità media degli abitanti. In un mondo ancora lento, animato dalla tendenza al distacco buddhista, la vita si svolge come altrove, con le sue bellezze e suoi problemi, alcolismo, violenza domestica per esempio.

Un vitalissimo uomo di mezza età racconta la sua vita felice con tre mogli e ben undici figli. Le mogli si adorano e tutto sembra idilliaco nelle sue parole: lui ha scelto tre ragazze salvandole anche dai problemi che avevano, realizzando una comunità gioiosa. Ma appena la cinepresa si sposta sulle tre mogli – riprese in un momento senza il marito – ecco che traspare una realtà diversa, un marito-padrone, assolutamente non privo di grossi difetti, a volte violento, alla fine accettato. La prima moglie racconta la sua infelicità e mentre l’immagine coglie lo sconforto sul suo volto, dice sommessamente “È molto strano che una persona triste come me sia nata in un posto così bello”. Quante persone se lo chiedono nel mondo, osservando paesaggi da cartolina in cui le loro anime inquiete sembrano quasi a disagio.



Il quarantenne solerte agente governativo Amber è in realtà uno straniero in Bhutan, in eterna attesa della cittadinanza poiché nato in una famiglia di origine nepalese. È figlio devoto della madre anziana che cura con premura e attenzione costante. Aspira alla felicità, è in cerca di un appagamento poiché a 40 anni vive ancora con la mamma, vorrebbe sposarsi, ci prova conoscendo sui social una ragazza che è in procinto di andare in Australia. Ed ecco che emerge prepotente una realtà con cui il protagonista, come tanti altri in Bhutan, fa quotidianamente i conti. Vorrebbe mettere su famiglia, ma essendo di origine nepalese incontra molte difficoltà poiché in Buthan, gli hindo-buddisti di origine nepalese sono visti come un problema. Il Buthan è uno stato cuscinetto tra la Cina e l’India e deve la sua sopravvivenza al forte sostegno dell’India e alla convenienza di separare due colossi. Le popolazioni di origine nepalese, chiamate Lotshampa, “gente del Sud”, si stabilirono nella parte meridionale verso la fine del XIX secolo. Cittadini bhutanesi ma discendenti di famiglie nepalesi, furono espulsi o costretti a lasciare il Bhutan tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ’90 del novecento, quando la monarchia introdusse politiche che privilegiavano l’identità culturale della maggioranza drukpa (un termine che si riferisce anche alla principale scuola buddhista del Paese, mentre i lotshampa sono induisti) e impose requisiti più restrittivi per il riconoscimento della cittadinanza. La politica di preservazione dell’identità nazionale ha portato negli anni ’90 all’espulsione di migliaia di Lotshampa bhutanesi di origine nepalese e di religione induista che vivevano soprattutto nel sud del paese. Circa 120mila persone attraversarono il confine con il Nepal costretti a espatriare e a rifugiarsi in una decina di campi profughi del Nepal orientale, nell’area di Damak, assistiti dall’UNHCR e dalla Caritas. Persone che rivendicavano il diritto di tornare nella loro patria d’origine e spesso tentavano, a gruppi, di ritornare in Bhutan, respinti dalla polizia di frontiera.

Amber intervista due donne che vivono facendo le operaie nei cantieri stradali: esplicitamente una delle due, di fronte alle domande sulla felicità, fa presente che la sua condizione di Lotshampa le impedisce di trovare un lavoro ben pagato e la fa vivere nella precarietà. Allo stesso modo Amber che svolge questo lavoro governativo non ha diritto ad un contratto stabile, da sempre vive di lavori a tempo e si vede respingere dalle famiglie delle ragazze che vorrebbe sposare, proprio perché in questa situazione. Nepal e Bhutan hanno per decenni tentato senza successo di negoziare il rimpatrio dei profughi, ma l’assenza di un accordo ha poi spinto la comunità internazionale a promuovere il reinsediamento in Paesi terzi, soluzione che ha permesso a decine di migliaia di persone di ricostruirsi una vita, seppur senza risolvere la questione. Notizia del 14 luglio scorso è la condanna di due ex ministri nepalesi da parte del tribunale distrettuale di Kathmandu per il coinvolgimento in una rete che falsificava documenti per far passare cittadini nepalesi come rifugiati bhutanesi, consentendo loro di accedere ai programmi di reinsediamento negli Stati Uniti. Lo scandalo risale al 2023, ed è legato a uno dei programmi umanitari promossi dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), che tra il 2007 e il 2018 ha permesso di reinsediare migliaia di rifugiati bhutanesi in otto Paesi terzi, soprattutto negli Stati Uniti. Secondo l’inchiesta alcuni cittadini nepalesi, con la complicità di funzionari pubblici ed intermediari, avrebbero ottenuto documenti falsi per essere registrati come rifugiati bhutanesi. Il Nepal sta attraversando un periodo di proteste giovanili contro la corruzione che hanno contribuito all’ascesa del nuovo governo, ma ha anche riaperto la questione irrisolta dei rifugiati dal Bhutan. Oggi circa 7mila rifugiati vivono ancora nei due campi rimasti aperti, Beldangi e Sanischare, mentre le persone emigrate negli Stati Uniti hanno incontrato gravi difficoltà di integrazione e molti sono stati espulsi.

A questo punto leggiamo bene il messaggio sotteso a questo documentario, ironico e delicato, che senza mettere in discussione la politica della monarchia ne mostra le contraddizioni. L’ambizioso progetto di calcolare non solo il PIL-Prodotto Interno Lordo ma anche il FIL – indice di Felicità Interna Lorda dimostra le sue falle che si aprono sulla reale condizione esistenziale di uomini e donne comuni, dallo spirito forte e serio, amanti del proprio Paese, ma non per questo necessariamente felici. Dove c’è emarginazione razziale e quindi ingiustizia, la ricerca della felicità si scontra con questi limiti: alla fine del film vedremo anche l’indice di FIL del diligente Amber, che spera gli sia riconosciuta la sua devota appartenenza al regno del Bhutan e quindi gli sia permessa la realizzazione della sua personale felicità. Questo paese come tanti altri convive con le sue incoerenze che limitano le umane aspirazioni di chi ci abita.

Diversi film sono stati realizzati negli ultimi anni su questo piccolo regno e sul suo passaggio all’era contemporanea, diviso tra tradizione e spinta alla modernità, il più celebre è “Lunana- il villaggio alla fine del mondo” del 2022. La scrittrice indiana Kiran Desai, cresciuta al confine tra India e Buthan, nel suo romanzo “Eredi della sconfitta” (Adelphi, 2006) dice poeticamente del Bhutan, “Qui, se si lascia aperta una porta è probabile che vi si infili una nuvola”. I paesaggi mozzano il fiato: quella parte dell’Asia con le sue cime altissime perse nelle nuvole ci trasmette un anelito d’infinito, quasi ci mette in contatto con quanto c’è al di là del cielo …o speriamo ci sia. Ma le montagne affondano le radici nella terra, come l’umana condizione in cerca di giustizia e felicità sconta la natura terrena. Ancora qualche nuvola scura offusca la piena visione dell’infinito qui come ovunque e in fondo, anche la via per la felicità.

Isa Maiullari

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