In scena al Teatro Trianon Viviani di Napoli ‘Tre pecore (molto) viziose’ fino al 23 febbraio

Tre pecore (molto) viziose, un classico della comicità teatrale, è stato  in scena al Trianon Viviani ieri,  giovedì 13 febbraio.   La commedia del 1875 di Alfred Hennequin e Alfred Delacour, ‘ intitolata Le procès Veauradieux’,  e rivista in napoletano nel 1915 da Eduardo Scarpetta, si presenta ora in una versione t rinnovata e attualizzata, riscritta da Fabio Brescia.

Attore, conduttore radiofonico e televisivo, scrittore, Brescia è autore di tutti i testi che mette in scena. Inizia a recitare con Luisa Conte, Tato Russo e Carlo Giuffrè, per poi creare, tredici anni or sono, la propria compagnia costituita solo da attori uomini per tutti i ruoli.

Ricordiamo che nel teatro greco le donne,  prive di diritti politici e segregate nei ginecei,  non solo non potevano recitare visto che  i ruoli femminili erano interpretati da uomini, ma non si esclude che non avessero il permesso di assistere alle rappresentazioni.

Nonostante l’assenza di donne in platea, in metà dei titoli delle tragedie greche compaiono nomi femminili. Pur essendo estranee alla vita cittadina, nella letteratura le donne erano spesso protagoniste, infatti scatenavano guerre come la bella Elena, sfidavano i sovrani come l’eroica Antigone o si ribellavano ai mariti come la sventurata Medea.

Nella Repubblica, Platone condanna l’interpretazione di ruoli femminili da parte di uomini, sostenendo che, coloro che recitano personaggi immorali o psicologicamente deboli come una donna che si dispera per amore, acquisiscono le loro caratteristiche nella vita reale. Tale affermazione sarà poi ripresa dai puritani nell’Inghilterra del XVII secolo.

 La Regina Vergine era l’eccezione a una ferrea legge: la donna era un essere eteronomo, poteva dimostrare passioni e velleità, purché circoscritte in un sistema di valori maschili. Shakespeare professava questa regola aurea a ogni nuova creazione. In tale sistema erano ammesse deroghe, in violazione alla natura femminile e ai codici maschili: la scrittura teatrale, per ovvie ragioni, le incoraggiava. Si trattava, però, di eccezioni temporanee, che si scioglievano nel finale. Lady Macbeth non può avere vita lunga: ma nemmeno Giulietta, amata dal pubblico, che brilla di coraggio e d’alti sentimenti. Come a Desdemona, come a Ofelia, contravvenire alla volontà paterna richiede alla giovane Capuleti costi altissimi: la certezza del disonore, l’allontanamento dal gruppo di appartenenza.

Shakespeare, suddito di Elisabetta I, conosceva a menadito gli ostacoli che il suo mondo poneva alle donne. Intanto, le compagnie teatrali non potevano ammetterle sul palco a recitare. Nei ruoli femminili veniva impiegato quello che, in Antonio e Cleopatra, viene definito some squeaking boy: un giovinetto travestito che squittiva in pentametri giambici anche i versi più strazianti.  La società inglese della prima età moderna, come il resto d’Europa, aveva nei confronti delle donne un senso di protezione pari alla volontà di controllo e di disciplina delle loro menti, dei corpi, delle attitudini e delle preferenze di ogni tipo.

A Firenze, tra il 1515 e il 1530, vennero rappresentati i drammi di Giovanni Ruccellai, Alessandro Pazzi de’Medici e Ludovico Martelli; le loro opere avevano attinto agli exempla medioevali e alla storia longobarda, a Virgilio e a Livio. Le nuove protagoniste femminili erano trasgressive nel tentativo di affermare la propria individualità, infatti ingannano, disobbediscono, tradiscono e talvolta uccidono.

Con la Controriforma la donna venne ricondotta all’interno dello schema vergine-moglie-vedova, pertanto ritornò a rivestire ruoli più tradizionali, che spesso coincidevano con quello di vittima della violenza maschile.

Con la Commedia dell’Arte le donne calcarono per la prima volta il palcoscenico, anche se in qualità di “meretrici oneste”. Nel Rinascimento scrissero dei drammi alcune famose cortigiane, ma solo nella Commedia dell’Arte poterono scrivere i canovacci e addirittura diventare capocomiche di professione.

La compagnia di Fabio Brescia è costituita solo da attori uomini per tutti i ruoli, riprendendo così il modello del teatro greco e di quello elisabettiano che abbiamo appena descritto.

In scena si narra di tre pecore viziose che sono Fortunato, Camillo e Felice chea dispetto della loro situazione familiare, tentano di spassarsela con tre giovani donne alle quali lasciano credere di avere serie intenzioni di sposarleLa figura imponente e autoritaria, Beatrice, moglie di Fortunato, sorella di Camillo e zia di Felice, che detiene il controllo di tutta la famiglia, essendo la ricca proprietaria che amministra tutte le sostanze di casa. La Donna Beatrice, interpretata dalla bravura dell’attore Fabio Brescia, mantiene tutti e pretende dai “mantenuti” importanti valori di ordine, disciplina e obbedienzaIn scena, con Brescia, Ciro Sannino, Mattia Grillo, Rino Grillo, Rosario Ippolito, Mariano Grillo, Stefano Ariota, Marco Marchitelli, Ernesto Sottolano, Moreno Granata, Nicola Vorelli, Giorgio Sorrentino e Salvatore Totaro“Tre pecore (molto) viziose” chiude la tetralogia scarpettiana della mia compagnia teatrale – spiega Brescia -, tutta  all’insegna di una comicità sferzante, cinica e moderna che scaturisce dall’assoluta attualità dei temi di Eduardo Scarpetta».

Sul piano della messa in scena – prosegue Brescia – ci sono tutti gli elementi distintivi delle nostre produzioni: la centralità dell’attore, una scenografia scarna e la recitazione veloce, quasi televisiva».

Prodotto da Dream group, le scene e i costumi sono di Che spettacolo. La direzione di palco è di Alessia Grillo, le luci e la fonica di Armando Paone – Cappetta, l’amministrazione di Eleonora Puleo, le foto di Giulio Pollica, la grafica di Max Laezza.

Tre pecore (molto) viziose sarà replicato tutti i giorni, da giovedì 13 a domenica 16 febbraio e da giovedì 20 a domenica 23 febbraio. Le
rappresentazioni sono tutte alle 21, tranne quelle domenicali, programmate alle 18.

Rosaria Palladino

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