La nomina di Giuliano Amato sull’intelligenza artificiale irrita la premier

La nomina di Giuliano Amato a presidente del Comitato per studiare l’impatto dell’intelligenza artificiale nei media, annunciata il 18 ottobre dal sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, forzista e già giornalista Mediaset, irrita fortemente la premier.  Questo, comunque non dovrebbe avere conseguenze sulla nomina. Due temi si legano: uno la guerra sotterranea  tra Meloni e Forza Italia. Il secondo tema è quello sui “saggi” di sinistra arruolati dal governo. È Barachini lo scorso 18 ottobre a evidenziare l’importanza di «analizzare a fondo l’utilizzo, lo sviluppo e le ricadute dell’intelligenza artificiale nel settore dell’informazione». E per questo motivo si sarebbe deciso di procedere con l’istituzione di un Comitato presso il Dipartimento Informazione e Editoria formato da esperti e professori universitari che studierà l’impatto di questa tecnologia sul mondo del giornalismo e delle news. A presiedere il comitato sarebbe proprio Amato. Al momento resta tutto confermato così com’è e non sono previsti cambiamenti. Resta insomma il segnale a Forza Italia. Ma anche la voglia di meloni di mettere la testa su una questione che non ha mai sottovalutato, quello delle applicazioni delle intelligenze artificiali nella quotidianità e, nello specifico, nell’editoria è un tema che sta particolarmente a cuore al presidente del Consiglio che forse prima degli altri ha capito le potenzialità di questa nova tecnologia ma anche i suoi rischi ed è per questo motivo, come ha sottolineato durante l’evento ComoLake2023, che intende mettere l’intelligenza artificiale al centro del G7 che si terrà nel 2024 in Italia.

Solo pochi mesi fa avevano fatto rumore le dimissioni dello stesso Amato dal comitato, istituito dal ministro leghista Roberto Calderoli, che dovrebbe definire gli standard minimi di servizio pubblico in vista della cosiddetta Autonomia differenziata. Insieme a lui avevano sbattuto la porta, e firmato una lettera pubblica assai pungente, altri tre nomi pesanti dell’establishment storicamente vicino alla sinistra: l’ex ministro Franco Bassanini, l’ex presidente della Corte costituzionale Franco Gallo, l’ex presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno.

Il tutto sfociò in politica coinvolgendo anche il Quirinale. La fuga dei cervelli venne interpretata  in vari modi, a cominciare dal presidente del Comitato, principe degli amministrativisti italiani e giudice emerito della Consulta, Sabino Cassese. Giurista di chiara fama e bipartisan.

«Il problema è che la destra, tanto più nella sua versione meloniana, è molto carente di cosiddette riserve della Repubblica, grandi vecchi o grand commis», ragiona un civil servant di alto rango che ha collaborato con diversi governi: «Ai tempi di Silvio Berlusconi c’era Gianni Letta a tessere la tela dei rapporti con l’establishment. Un ruolo che finora manca nel governo Meloni».

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