Egitto: il Governo si dimette.

Quarto giorno di manifestazioni in Egitto. Non sono bastate né le dimissioni del governo, rassegnate dal premier  egiziano Essam Sharaf, né l’oneroso bilancio delle l’inizio delle vittime (40 morti e 430 feriti), a fermare gli scontri. Le violenze precedono di una settimana il processo elettorale, che si aprirà lunedì con il primo turno delle politiche.

I manifestanti hanno iniziato ad uccidere quando  l’esercito e le forze di sicurezza hanno tentato, con metodi violenti, di disperdere le manifestazioni contro lo Scaf convocate nella capitale egiziana. Un appello alla calma è stato lanciato dal segretario generale della Lega araba, Nabil al-Arabi, il quale ha espresso la propria preoccupazione per l’evolvere della situazione e ha chiesto “la più grande moderazione possibile, nel quadro della libertà di espressione e dei diritti alle manifestazioni pacifiche”. Le proteste tuttavia sono destinate a continuare: per oggi è stata proclamata un’ennesima giornata di mobilitazione alla quale non parteciperanno però i Fratelli Musulmani d’Egitto, la forza politica meglio organizzata del Paese. Il Partito ha annunciato che questa decisione scaturisce dalla “preoccupazione di non trascinare il popolo verso nuovi scontri sanguinosi con le parti che cercano ulteriori tensioni”.
Secondo Amnesty International, in un rapporto dal titolo “Promesse mancate: l’erosione dei diritti umani da parte dei militari al potere”, i militari al potere in Egitto sono venuti completamente meno alla promessa di migliorare i diritti umani e si sono resi invece responsabili di un catalogo di violazioni che in alcuni casi hanno persino superato quelle dell’era di Hosni Mubarak. Così Amnesty descrive i miseri risultati ottenuti in materia di diritti umani dal Consiglio supremo delle forze armate (Scaf), che governa l’Egitto dalla caduta del presidente Mubarak a febbraio.

Il rapporto è stato diffuso all’indomani delle ultime giornate di sangue. “Attraverso l’uso delle corti marziali per processare migliaia di civili, la repressione delle proteste pacifiche e l’estensione dello stato d’emergenza in vigore all’epoca di Mubarak, lo Scaf ha perpetuato la tradizione di governo repressivo da cui i manifestanti del 25 gennaio avevano lottato così duramente per liberarsi” – ha dichiarato Philip Luther, direttore ad interim di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. “La brutale e pesante risposta alle proteste degli ultimi giorni ricorda in pieno l’era di Mubarak”.

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