Covid, parla Bassetti: l’infettivologo su green pass, vaccini e no-vax

Come sarà la vita dopo che l’80% degli italiani sarà vaccinato? E per quanto tempo ancora dovremo convivere con il Covid? Ad oggi, il 74,92% della popolazione over 12 ha ricevuto entrambe le dosi. Siamo quindi vicini all’immunità di gregge così come era stata definita all’inizio della campagna di vaccinazione negli obiettivi del commissario all’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo. Ultimamente però di immunità di gregge non si parla più, proprio alla vigilia dell’obiettivo dell’80%, che era previsto, e sarà probabilmente raggiunto, a settembre. Perché? Se non ora, quando ne usciremo? Lo abbiamo chiesto a Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive all’Ospedale San Martino di Genova e professore universitario.

L’obiettivo, fissato all’inizio della campagna di profilassi, dell’80% di italiani vaccinati entro settembre è a portata di mano. Abbiamo raggiunto l’immunità di gregge?

No, parlavamo di immunità di gregge quando il virus era diverso. Oggi è cambiato. Prima è stata predominante la variante Alfa, quindi è stata soppiantata dalla Delta, che è come una malattia diversa. È infatti più contagiosa e ha una carica virale più ampia. Il principio sul quale si basa l’immunità di gregge è il seguente: anche chi non è vaccinato, rimane coperto da chi è vaccinato, come ad esempio si verifica con la rosolia e con altre malattie infettive. Ma esiste una possibilità che la Delta contagi anche chi è vaccinato. L’asticella si sposta più in alto e quindi abbiamo bisogno del 90% di vaccinati entro l’autunno.

Come sarà la vita di tutti i giorni con l’80 o il 90% di popolazione vaccinata?

Con il 90%, conto che potremo avere un ritorno alla normalità. Fondamentalmente si potrebbe pensare di sollevare i vaccinati dall’obbligo di rispettare alcune restrizioni. Nelle persone vaccinate infatti il Covid si manifesta come un raffreddore. È bene sottolineare, quindi, che il vaccino non offre una protezione totale dalla malattia, ma una protezione molto alta contro l’evento grave. Resta quindi lo strumento per tornare alla vita di prima e questo lo si deve dire anche a chi scende in piazza per la libertà: non è possibile tornare alla libertà di prima senza il vaccino, che derubrica il Covid da una polmonite a un raffreddore.

Come lo immagina questo inverno, dal punto di vista dei contagi, delle ospedalizzazioni e dei decessi e delle misure per la limitazione della circolazione del virus?

L’inverno sarà migliore di quello del 2020. Non avremo un inverno come l’estate appena trascorsa, con molti contagi e pochi morti. È probabile invece che gli ospedali si riempiano di più e che aumentino anche i decessi, verosimilmente infatti una parte consistente di non vaccinati finirà in ospedale. Di restrizioni invece non credo ce ne saranno, grazie al green pass. Chi infatti oggi è contro il green pass è in pratica dalla parte del lockdown. Il Pass serve tornare alla vita di prima e rimanerci.

C’è una parte di italiani che non vuole essere definita no-vax. Si tratta di cittadini indecisi, impauriti, che rimandano il momento della puntura. Devono vaccinarsi anche loro? E come li si convince?

Personalmente credo che di fiato io ne abbia speso fin troppo. Nonostante tutto quello che si è detto, dopo 10 mesi c’è ancora qualcuno che pensa che i vaccini alterino il corredo cromosomico o che, tramite la puntura, venga impiantato sotto la pelle un chip-spia: con questi estremisti non si può più parlare. Agli altri va bene dire che il vaccino è un’assicurazione sulla vita, non garantisce il rischio di contagio zero ma avvicina allo zero la possibilità di ammalarsi in maniera grave. È come camminare su un trapezio a cento metri da terra con una rete di sicurezza sotto: il vaccino è la rete.

Il virologo a tutto campo, anche su seconda dose e CureVac, in un’intervista in esclusiva: Bassetti su mix di vaccini, mascherine, AstraZeneca

Il governo continuerà a far leva sul green pass nella sua azione di contrasto alla pandemia, sembra ad esempio che si profili l’obbligo di certificazione per lavoratori pubblici e privati. Considera quest’ultima una mossa necessaria?

Considero il green pass uno strumento utile a incentivare le persone a vaccinarsi. Quando i convincimenti che fanno leva sulle argomentazioni mediche non servono più, allora un metodo più coercitivo e convincente va bene. Purtroppo diventa difficile stimolare tutti a fare la vaccinazione quando ci sono importanti partiti politici del Paese che trasformano in un mantra le argomentazioni della campagna diffamatoria verso i vaccini. Il vaccino è come la bandiera italiana, è di tutti, farlo passare per un vessillo di una parte politica è pericoloso.

È favorevole all’obbligo di vaccinazione?

Una premessa: l’Italia è forse il Paese in cui esiste il miglior sistema sanitario del mondo e non possiamo correre il rischio di farne a meno. In altre parole, non possiamo chiudere i reparti degli ospedali per fare spazio ai malati Covid, dedicandoci esclusivamente a questi ultimi. La campagna di vaccinazione è durata ormai dieci mesi ed è evidente che, se ancora c’è qualcuno che non intende vaccinarsi, lo Stato deve tutelare il proprio sistema sanitario, anche con strumenti coercitivi.

Una ricerca ha acceso un riflettore sulla variante Mu, inserita tra quelle di interesse nell’elenco dell’Oms. Quanto dobbiamo preoccuparci?

Eviterei di fare del terrorismo sulle varianti. Per tre volte infatti, gli allarmisti sono stati prontamente smentiti dalla capacità dei vaccini di resistere alle varianti. C’è una ricerca che sembrerebbe dire che con la variante Mu i vaccini funzionano meno, ma i vaccini per ora hanno sempre funzionato, magari con quest’ultima variante funzioneranno un po’ meno, ma funzioneranno. La variante Mu, che io pronuncerei “Mi” siccome ho fatto il liceo classico, come tutte, nasce nei luoghi in cui non ci si vaccina: mi pare abbastanza evidente che dove non ci si vaccina nascono tutte le varianti, tanto per rispondere a un politico che ha sostenuto in televisione un’argomentazione esattamente opposta.

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Lei è finito nel mirino dei no vax, forse più di altri virologi. Perché se la sono presa soprattutto con lei?

Forse perché ho avuto dal principio una posizione intransigente sul vaccino. Sono stato uno di quelli che ha disdegnato i toni eccessivi sulle varianti, sul virus e non solo. Credo che su altri temi si potesse anche fare meno rumore, sul vaccino però non sono mai indietreggiato di un passo. Inoltre a essere presi di mira sono anche le personalità che più si espongono a livello mediatico. Forse il meccanismo comunicativo dei contestatori tenta di amplificare le rimostranze attaccando chi va più spesso in tv. C’è anche da dire che è molto mancata una figura istituzionale, Draghi è stato attaccato, Figliuolo è stato attaccato, molto poco è stato attaccato il ministro della Salute: magari perché non si è esposto quanto altre persone.

Il suo libro “Una lezione da non dimenticare” è una cronaca dal fronte della guerra contro il Covid. Quando saremo in grado di scriverne l’ultimo capitolo e proclamarci vincitori?

Le previsioni sono difficili, io per primo sono dovuto tornare sui miei passi più di una volta dopo aver tentato di anticipare il futuro. Generalmente una pandemia dura 2 anni. Se, entro la fine del 2021, riusciremo a vaccinare il 90% della popolazione italiana, può darsi che, entro la prossima primavera, potremo dire di esserne ormai fuori. Ciò significa che il virus sarà depotenziato e che saremo in grado di conviverci. A fronte della maggioranza di contagiati che, grazie al vaccino, avranno sintomi lievi come un raffreddore, ci sarà, per forza di cose, una quota parte di malati ai quali il Covid provocherà una polmonite. Alcuni di questi figureranno tra i decessi, ma purtroppo anche le morti fanno parte della convivenza con il virus. Neanche l’influenza, con la quale conviviamo da tantissimo tempo, fa zero morti. A quella soglia non ci arriveremo mai, come da decorso di tutte le malattie infettive.

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