Corte Strasburgo, Italia riformi la legge sull’ergastolo ostativo

“Oggi la Corte di Strasburgo ci dice che” l’ergastolo ostativo “viola i diritti umani e che dovremmo riformarla. Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie e persone innocenti, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto. Qui piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime, e ora dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici? Il M5S non condivide in alcun modo la decisione presa dalla Corte”. Così su Fb Luigi Di Maio.

 

L’Italia deve riformare la legge sull’ergastolo ostativo, che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia. Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo, rifiutando la richiesta di un nuovo giudizio avanzata dal Governo italiano dopo la condanna – che adesso diventa definitiva – emessa il 13 giugno scorso.

Nella sentenza emessa lo scorso 13 giugno, e ora definitiva, la Corte di Strasburgo ha stabilito che la legge sull’ergastolo ostativo viola il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. Il caso su cui la Corte si è pronunciata è quello di Marcello Viola, in carcere dall’inizio degli anni ’90 anni per associazione mafiosa, omicidio, rapimento e detenzione d’armi. L’uomo si è finora rifiutato di collaborare con la giustizia e gli sono stati quindi rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. Nella sentenza la Corte spiega che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della loro decisione di non collaborare con la giustizia.

I giudici di Strasburgo ritengono che “la non collaborazione” non implica necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, che sia ancora in contatto con le organizzazioni criminali, e che costituisca quindi un pericolo per la società. La Corte afferma che la non collaborazione con la giustizia può dipendere da altri fattori, come per esempio la paura di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Quindi, al contrario di quanto affermato dal governo, la decisione se collaborare o meno, non è totalmente libera. Allo stesso tempo a Strasburgo ritengono che la collaborazione con la giustizia non comporti sempre un pentimento e l’aver messo fine ai contatti con le organizzazioni criminali. Nella sentenza la Corte non dice che Viola deve essere liberato, ma che l’Italia deve cambiare la legge sull’ergastolo ostativo in modo che la collaborazione con la giustizia del condonato non sia l’unico elemento che gli impedisce di non avere sconti di pena.

Il caso in esame, come detto,  riguardava Marcello Viola, condannato all’ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi. Per sei anni Viola era stato sottoposto al regime del cosiddetto carcere duro regolato dall’articolo 41-bis, poi sospeso. Una volta uscito dal 41-bis, Viola aveva chiesto un permesso premio e la possibilità di accedere alla liberazione condizionale. Le sue domande erano sempre state rifiutate, proprio sulla base dell’articolo 4-bis: Viola non aveva mai collaborato (anzi, si è sempre dichiarato innocente) e, dunque, per l’ordinamento penitenziario italiano non poteva accedere ad alcun beneficio o alla liberazione condizionale. Viola si era infine rivolto alla Corte europea dei diritti umani, che si era pronunciata a suo favore e contro l’ergastolo ostativo (ci arriviamo).

Contro quella prima sentenza il governo italiano aveva presentato ricorso alla Grande Chambre della Corte. Nella sua richiesta il governo aveva spiegato come la mafia sia la principale minaccia alla sicurezza nazionale, europea e internazionale, e sottolineato che l’ergastolo ostativo sia stato dichiarato conforme ai principi costituzionali dalla Corte Costituzionale.

A giugno la Corte di Strasburgo ha condannato  l’ergastolo ostativo all’italiana perché viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, che proibisce “trattamenti inumani e degradanti”. La condanna riguardava, in particolare, la parte in cui il 4 bis restringe alla sola ipotesi di collaborazione con la giustizia la possibilità di accedere alla liberazione condizionale. Il principio della dignità umana che discende dall’articolo 3 impedisce di privare le persone della propria libertà senza garantire loro, allo stesso tempo, la possibilità di poter riacquistare, un giorno, tale libertà.

In questi giorni l’ala più dura e giustizialista della magistratura e giustizia italiana – da Nino Di Matteo, pubblico ministero della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e a Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia – si è detta molto preoccupata per la possibile eliminazione dell’ergastolo ostativo per mafiosi e terroristi.

Secondo Di Matteo, con l’eliminazione dell’ergastolo ostativo aumenterebbe  il rischio «che i capimafia ergastolani continuino a comandare» e «sarebbe un segnale di possibile riaffermazione anche simbolica del loro potere». E ancora: «Chi conosce storicamente Cosa Nostra sa bene che l’unica vera preoccupazione per i mafiosi è proprio l’ergastolo, inteso come effettiva reclusione senza alcuna possibilità di accedere ai benefici. Sin dai tempi del maxi-processo, l’abrogazione dell’ergastolo o comunque l’attenuazione attraverso la concessione di benefici è uno degli scopi criminali più alti delle organizzazioni mafiose. Ne abbiamo avuto prova in molti processi».  Per Morra, invece, «l’Europa continua a mostrare indifferenza per le mafie:  la CEDU, cioè una corte europea di giustizia, vuole impedire che l’ergastolo, senza possibilità di alcun alleggerimento, di alcun beneficio, di alcuno sconto di pena, possa indurre mafiosi ad accettare la possibilità di collaborare con lo Stato, diventando fonti informative importanti per sconfiggerei sodalizi mafiosi».

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