Tra dimissioni e inflazione, dagli Stati Uniti all’Europa, le imprese lamentano carenza di manodopera

Cosa  accade nei mercati del lavoro di mezzo mondo:

In Germania un’impresa su tre dice di avere problemi nella ricerca di personale. Nel Regno Unito, la scorsa settimana i posti di lavoro vacanti hanno raggiunto il record di 2,7 milioni. Negli Stati Uniti i centri commerciali fanno fatica a trovare pure quelli che si travestono da Babbo Natale. E in Italia, il tasso di posti vacanti nel terzo trimestre, in linea con quello del secondo, resta alto (1,8%), anche se al di sotto di quello di altri Paesi europei. A essere introvabili non sono solo professionisti qualificati, ma anche lavoratori con basse qualifiche.

Tra i motivi ci sono la paura del contagio dei lavoratori, la richiesta di maggiore flessibilità, le nuove consapevolezze sul rapporto vita-lavoro emerse dopo il Covid e la crescita dei pensionamenti anticipati volontari. Ma va tenuto in considerazione anche il fattore demografico . In Italia gli over 45 nel 2019 erano il 53,5% e gli effetti sul mercato del lavoro forse cominciano a vedersi già.

Ma torniamo al legame tra inflazione e lavoro. A giugno, quando le aziende americane dicevano di non trovare lavoratori, Joe Biden disse che bisognava pagarli di più. E in effetti è accaduto che le imprese hanno cominciato a offrire stipendi più alti per convincere i lavoratori a tornare all’opera, competendo con i concorrenti nella ricerca di personale a suon di bonus e aumenti.

Amazon negli Stati Uniti ha raddoppiato il minimo salariale a 18 dollari. E per assicurarsi i lavoratori stagionali in vista delle consegne natalizie, sta offrendo bonus mai visti prima. Stessa cosa hanno fatto McDonald’s, Starbucks e Walmart.

E l’effetto si vede anche in Europa . In Germania una delle condizioni per la nuova alleanza di governo tra Socialisti, Liberali e Verdi è l’aumento del salario minimo del 25%; in Francia è già aumentato del 2,2% a ottobre ed è previsto un altro rialzo a gennaio. In Italia, il salario minimo non esiste, se ne parla di tanto in tanto, ma poi la discussione scompare.

Il rischio della spirale Negli Stati Uniti, l’unico Paese per cui sono disponibili dati sul terzo trimestre 2021, si è visto già un aumento dei salari. Ma i lavoratori, con i prezzi in crescita, stanno pure spendendo di più per mobili, cibo e molti altri servizi. Ora, ci sono due modi in cui questa situazione potrebbe evolvere. Uno è positivo, l’altro no.

La crescita dei salari potrebbe rimanere forte, guidata da un mercato del lavoro ristretto, e l’inflazione complessiva potrebbe ridursi man mano che si risolvono i problemi nella catena di approvvigionamento. Questo andrebbe a vantaggio dei lavoratori e del loro potere contrattuale.

I lavoratori potrebbero chiedere una retribuzione più elevata per tenere il passo con un aumento del costo della vita. E le aziende potrebbero trasferire il costo del lavoro più alto sui clienti, alzando i prezzi e dando il via a un circolo vizioso. Questo potrebbe far durare a lungo la crescita dell’inflazione, generando la cosiddetta “spirale salari-prezzi-salari”.

L’aumento dei salari non è sempre infatti una buona notizia, insomma. O meglio, è una buona notizia quando gli stipendi crescono perché aumenta la produttività e il mercato del lavoro è forte. Ma non è una buona notizia se salari e inflazione si spingono a vicenda verso l’alto. Non è un caso che le banche centrali stiano osservando il fenomeno «attentamente», come ha detto il capo della Federal Reserve Jerome Powell.

Tito Boeri e Roberto Perotti su Repubblica affermano che sarà in gran parte il mercato del lavoro a determinare se il forte aumento dei prezzi di questi mesi rimarrà una fiammata temporanea oppure un fenomeno duraturo. Questo perché i posti vacanti e le dimissioni volontarie in aumento rischiano di spingere gli aumenti dei prezzi.

Bill Kasko, presidente della Frontline Source Group, società di collocamento di Dallas, ha raccontato ad esempio che con l’aumento dei prezzi della benzina, i lavoratori chiedono una retribuzione più elevata o la possibilità di lavorare da casa per compensare i maggiori costi legati agli spostamenti. Se i prezzi elevati di oggi guidano le trattative salariali di domani e innescano una spirale al rialzo, il risultato potrebbe essere un periodo più lungo di alta inflazione che spinge le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse per raffreddare i prezzi, rallentando l’economia. Il lieto fine, insomma, non è assicurato.

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