Stati Uniti divisi anche sulle celebrazioni dell’11 Settembre

L’America che ha celebrato il ventesimo anniversario dell’attacco terroristico alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, è apparsa sfinita da un ventennio di conflitti e mortificata da una ritirata rocambolesca. Ma appare sempre più divisa al suo interno. Mentre gli ex Presidenti come George Bush, Bill Clinton, Obama, si univano al Presidente Biden nel ricordare quel tragico evento, Trump si divertiva in Florida a commentare un incontro di pugilato: pochi secondi dedicati all’11 settembre e il resto del tempo trascorso ad attaccare il Presidente in carica. Bisogna rassegnarsi all’idea che la ferita di quel tragico evento non si è mai rimarginata, anzi, ha spinto un popolo come quello americano che ha vissuto di immigrazione e relazioni con tutti i Paesi, a chiudersi in se stesso. Non è però scomparsa del tutto quell’America generosa che era corsa a salvare l’Europa, quella del piano Marshall,  ma allora gli americani sembravano fieri di aver fatto qualcosa per quelli che per molti di loro erano i Paesi di origine: un richiamo alle tradizioni, alle culture comuni. E l’Europa non ha mai smesso di ricambiare. Niente di tutto ciò si è rivisto nelle guerre contro l’Iraq e l’Afghanistan: paesi culturalmente lontani e di difficile comprensione. Ma quelli della guerra durata un ventennio, non sono stati gli unici motivi che hanno sfinito il gigante statunitense, che hanno fatto venir meno quel ruolo di guardiano del mondo che si era assunto dopo lo sfaldamento dell’impero sovietico. Molto hanno contribuito le divisioni politiche interne, che hanno fatto venir meno quell’apparente compattezza che sembrava essersi realizzata quel tragico 11 settembre. Le divisioni interne erano già iniziate ai tempi della presidenza Clinton, ma la radicalizzazione si è compiuta con Donald Trump, con le sue surreali uscite, con il suo continuo ammiccare alle frange più estreme e razziste del Paese. Le conseguenze nefaste di una politica dissennata, sono culminate con l’attacco al Campidoglio del gennaio di quest’anno. L’America di oggi, purtroppo è anche questa. Confusa da decenni di conflitti in Asia, che l’hanno indebolita politicamente all’esterno e resa più vulnerabile all’interno, per la spaccatura sociale e politica che sta vivendo. I settemila morti lasciati sui campi di battaglia tra Iraq ed Afghanistan non sono serviti a ricompattarla. E il pericolo del terrorismo islamico non è cessato, forse addirittura ancora più insidioso. Un’ America combattuta da un dilemma amletico: la grande democrazia, terra promessa, società che dà a ciascuno la possibilità di realizzare il sogno di una vita o un’America chiusa in se stessa, a tratti razzista, che volge lo sguardo dall’altra parte quando nel mondo si calpestano i diritti di un popolo e che tollera che i suoi stessi figli vengano lasciati indietro senza dargli la possibilità di un futuro migliore? La risposta non possiamo darla noi italiani o europei, ma lo stesso popolo americano figlio in parte di loro stessi.

Andrea Viscardi

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