Nerone, vita di un imperatore tra discredito e realtà

ROMA – Pazzo, incendiario, matricida, fratricida. Di tutto e di più: è così che è stato spesse e volentieri definito Lucio Domizio Enobarbo, meglio conosciuto come Nerone. E’ anche stato detto che mentre Roma bruciava, lui sul Palatino si godeva le fiamme mentre suonava la lira. Ma tutte queste idee ci sono giunte soprattutto grazie a Tacito e Svetonio. Il primo era considerato il portavoce del Senato romano, mentre il secondo perlopiù scriveva quelli che oggi si chiamano gossip. Però bisogna anche aggiungere che Tacito nacque nel 56 d.C., Svetonio nel 70. Nerone invece nacque nel 37 e morì nel 68 d.C.. Non proprio suoi contemporanei. A spiegarci la vita e le vicissitudini di questo imperatore ci ha pensato l’Associazione culturale Calipso, attraverso le spiegazioni di Anna Maria.
Nerone succedette come imperatore a Claudio grazie alla madre, Agrippina minore. Quest’ultima aveva convinto l’imperatore Claudio che sua moglie, Valeria Messalina, stava tramando una congiura contro di lui. Claudio credette ad Agrippina e Messalina trovò la morte. Ma questa è un’altra storia. Basti pensare che Agrippina macchinava per diventare imperatrice, o comunque un’eminenza grigia. Infatti, fece adottare da Claudio suo figlio Lucio che poi prese il nome di Nerone. A soli 16 anni diventa imperatore di Roma, ma con la speranza di Agrippina di poter governare al suo posto. Comunque una volta salito al potere, concede una sorta di reddito di cittadinanza ai cittadini più poveri e una pensione d’oro ai senatori meno agiati. Poi però avvia tutta una serie di leggi che avrebbero indispettito il Senato. Vieta ai giudici e agli avvocati di riunirsi in segreto nei cunicola e obbliga i giudici a motivare le sentenze; proibisce ai governatori di fare i giochi con belve e gladiatori perché molto costosi; fa una revisione del tesoro escludendo il Senato e la più grande riforma monetaria della storia (il cambio di monete d’oro in argento); decreta che in Egitto possano edificare solo i residenti, evitando così una speculazione edilizia che da tempo colpiva il Paese. Quindi si inimica il Senato. Ed è proprio in questo periodo che scoppia il famoso incendio. A quel tempo gli incendi erano molto frequenti e probabilmente anche questo fu di natura non dolosa. Passò alla storia però per la sua forza distruttrice e per la sua durata (6 giorni). L’incendio prese origine dal Circo Massimo, aggredì il Palatino distruggendo anche la Domus transitoria di Nerone e arriva dove ora sorge il Colosseo (in quegli anni non era stato ancora costruito). Delle 14 regiones (il termine rione viene da questa parola) se ne salvarono solo 4. Nerone quando scoppiò l’incendio si trovava ad Anzio. In fretta e furia raggiunge Roma, diventa parte attiva dei soccorsi, imponendo ai senatori di aprire i cancelli delle proprie ville per accogliere i cittadini romani. Siccome a quel tempo l’Imperatore aveva in mente di fare una riforma edilizia, i suoi detrattori dissero che l’incendio fu una sua idea. Riforma che però imponeva un tetto massimo all’altezza delle case. Infatti, più erano alte e più erano pericolose (e più erano basse e più costavano). Verso la metà degli anni 50 successe un evento che avrebbe influenzato la vita dell’imperatore. Nerone si innamorò di Poppea e con uno stratagemma riuscì a divorziare (non nel senso che oggi noi diamo al termine) con la moglie Claudia Ottavia, figlia dell’imperatore Claudio e dunque sua cugina. Si diceva che Poppea fosse la donna più bella di tutta Roma. Ma dalle poche qualità. Probabilmente, per questi motivi andò in odio ad Agrippina, che cercò l’incesto con Nerone pur di estrometterla dal potere. Ma una brutta fine attendeva la madre di Nerone: nel 59 Agrippina cadde vittima di una congiura (Poppea fu sospettata di averne tessuto le trame). Così Nerone riuscì a liberarsi della madre, anche se pare venne colpito dai rimorsi. Comunque, dopo l’incendio l’imperatore promise una Roma magnifica e fece costruire la Domus aurea, una ‘dimora’ di circa 80 ettari. Svetonio la descrive come una meraviglia che “si estendeva dal Palatino all’Esquilino”, così grande da essere definita ‘rus in urbe’, ‘campagna in città’. Una casa tanto vasta, “che la circondava un portico, a tre ordini di colonne, lungo mille passi”. C’era anche un lago artificiale che lo scrittore definisce “simile al mare”, circondato da edifici “grandi come città”. Intorno, racconta, c’era anche tanta campagna, un’estensione dove si vedevano campi coltivati, vigneti, pascoli e foreste, abitati da “ogni genere di animali domestici e selvaggi”. E per finire “tutto era ricoperto d’oro e rivestito di pietre preziose e di conchiglie e di perle; i soffitti delle sale da pranzo erano fatti di tavolette d’avorio mobili e percorsi da tubazioni, per poter lanciare sui commensali fiori oppure profumi”.
Oltre alla sobria casa, Nerone fece costruire, scrive Svetonio, una statua colossale a sua immagine e somiglianza, “alta centoventi piedi”. Il teatro Flavio venne soprannominato Colosseo proprio per la presenza di questo colosso.
Nel 65 venne scoperta la congiura di Pisone e altri personaggi che poi furono processati regolarmente: alcuni vennero messi a morte e i loro beni confiscati. È grazie a queste confische che l’imperatore riuscì a ricostruire l’Urbe. Nel 67 si reca in Grecia, sua grande passione. Qui decide di togliere al Senato l’amministrazione della penisola ellenica e dargli quella della Sardegna. In più concede alla Grecia l’immunità fiscale. L’anno dopo è di nuovo a Roma. Vari governatori si sollevano contro Nerone che cerca di prendere in mano la situazione. Il Senato però esasperato dalla politica neroniana lo dichiara nemico pubblico.
Lucio Domizio Enobarbo, meglio conosciuto come Nerone, si rifugia presso la casa di un libero, dove doveva togliersi la vita per mantenere l’onore. Ma essendo, forse, troppo attaccato a essa, l’ingrato compito lo portò a termine il liberto.
Alla sua morte il popolo la prese malissimo tanto da dar vita a una vera e propria rivolta. Solo questo evento dovrebbe far riflettere sul personaggio che l’imperatore fu. Bistrattato e maltrattato, fu dalla parte del popolo e contro il Senatoe inviso ai patrizi. Si dice che si vestisse da popolano per poter udire di persona i problemi dei romani. E fu anche tollerante verso i cristiani.

Alessandro Moschini

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