Le ‘false’ Brigate Rosse trentine ‘Mara Cagol’ minacciano di morte Giorgia Meloni. Anche il canto del ‘Merlo’ risuonava per la Cagol…

Dopo tanto odio arrivano a Giorgia Meloni  le minacce di morte da parte della Brigate rosse . Questo il testo: «La pasionaria del Duce Benito Mussolini travestita da “moderata” del centrodestra, appoggiata come sempre da massoneria e lobby…si propone al 50% dei votanti italiani, di guidare il Paese a una nuova catastrofe, ricalcando le orme del suo antenato “Duce”. È evidente  che a queste persone la storia non ha insegnato nulla. Piazzale Loreto non ha insegnato nulla. I nuovi G.A.P. (gruppi di azione patriottica ndr) sono pronti a intervenire e silenziare i nuovi fascisti. Accoglieremo la Meloni con la sorpresa che merita»: la missiva delle Brigate brosse si conclude con una minaccia di morte esplicita.

“Il clima di odio e intolleranza che certa sinistra sta costruendo attorno a me e a Fratelli d’Italia adesso sfocia anche in atti intimidatori. Mi auguro che tutte le forze politiche condannino apertamente e senza tentennamenti questa missiva a firma delle Brigate Rosse. Se qualcuno pensa di intimorirci o di fermarci, ha sbagliato di grosso“, è  la risposta di Giorgia Meloni a una lettera di minacce a lei indirizzata e recapitata al quotidiano “L’Adige” e al gruppo consiliare trentino del partito. A firmarla la Colonna trentina brigate rosse “Mara Cagol”.

Margherita Cagol, conosciuta anche con il nome di battaglia ‘Mara’ è stata una brigatista trentina tra i fondatori delle Brigate Rosse.

Moglie di Renato Curcio, fu tra i principali dirigenti del gruppo armato di estrema sinistra,  impegnandosi con determinazione per sviluppare la lotta armata   in Italia. Partecipò al sequestro del magistrato Mario Sossi e guidò con successo l’assalto al carcere di Casale Monferrato  per liberare Curcio che vi era detenuto.

Il 5 giugno 1975 rimase uccisa nel corso di uno scontro a fuoco coi carabinieri, con armi automatiche e bombe a mano, avvenuto nella cascina Spiotta d’Arzello, dov’era stato nascosto l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente da un nucleo brigatista. La morte di Margherita Cagol segnò fortemente le Brigate Rosse e, per le sue circostanze ritenute non del tutto chiare, favorì un’accentuazione della radicalità e della violenza dell’azione del gruppo armato.

Il  ciclostile zeppo di minacce indirizzato a Giorgia Meloni e inviato dalla colonna trentina ‘Mara Cagol’ delle BR è sicuramente e terribilmente falso, e lo è per contenuti, firma e tempismo. Le Brigate Rosse non esistono più e la vergognosa iniziativa apparterrà sicuramente a chi, lavorando di fantasia, si firma come la conosciuta brigatista trentina.

Giambattista Fazzolari, senatore di FdI e responsabile del programma di FdI trova: “Gravissime le minacce da parte di esaltati che si firmano Brigate Rosse rivolte a Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia. Dovrebbe far riflettere il fatto che le farneticanti affermazioni scritte nella lettera di minaccia siano in gran parte sovrapponibili con le parole diffuse ogni giorno dal Partito democratico e dalla stampa di sinistra”. Basta estrapolare alcune affermazioni per rendersene conto: “Fascista travestita da moderata del centrodestra”; “Guidare il Paese a una nuova catastrofe”; “Silenziare i nuovi fascisti”: sono parole – dichiara Fazzolari- che abbiamo sentito molte volte e ripetute da esponenti politici, giornali e trasmissioni schierati a sinistra”. Dichiarazioni incendiarie che richiamano a un clima da guerra civile. Questo episodio deve segnare un punto limite. “Mi auguro che questi personaggi si rendano conto della gravità delle parole di odio che ogni giorno diffondono contro Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia per cieco astio ideologico e calcolo politico”. Le parole pesano  come macigni e in questa campagna elettorale il peso,  e il pericolo,  lo sta portando tutto la leader di FdI.

Ricordiamo che un anno fa Repubblica non perse occasione per dire stupidaggini su Giorgia Meloni o per pubblicare paragoni offensivi come quello odierno: la leader di FdI accostata alla brigatista rossa Mara Cagol, morta in un conflitto a fuoco nel 1975.

Per giungere all’accostamento ricordiamo una lettera, firmata da una certa signora Gina Malfatti di Genova. la quale argomenta rivolgendosi a Francesco Merlo: mi paiono simili, afferma, i casi della libraia di Roma che non vuole vendere il libro di Giorgia Meloni e la protesta di FdI contro il libro della Provincia di Trento ‘Trentatrè trentine’ che inserisce la figura di Mara Cagol tra le donne lì nate da ricordare. “Su Mara Cagol io la penso – prosegue la lettera a Repubblica – per quel che poco che conta il mio pensiero, come lei ha tante volte scritto. E cioè che la sua tormentata avventura umana appartiene alla storia criminale e alla storia della pietà italiane. Ho comprato una copia del libro autopromozionale di Giorgia Meloni. E ho chiesto il favore a un’amica trentina di procurarmi l’altro”.

Francesco Merlo, nel rispondere, avrebbe potuto far notare che i due casi non si assomigliano per niente: da una parte c’è un’oscura libraia fanatica che invita al boicottaggio di un libro edito da Rizzoli e rivolto a un pubblico pagante. Dall’altra c’è una iniziativa istituzionale, con soldi pubblici, che compie una precisa scelta politica che mira a riabilitare una terrorista. Se la politica se ne interessa è normale e doveroso. Non è normale invece boicottare un libro solo perché consideri l’autrice un nemico politico.

Ma figuriamoci se Merlo risponde così a una lettera che forse si è pure scritto da solo. Infatti la lettera spunta proprio dopo che Nicola Porro aveva ironizzato sulla sinistra che promuove con soldi pubblici Mara Cagol e poi pretende di boicottare il libro della Meloni. Una vecchia ruggine quella tra Merlo e la leader di FdI. Infatti un suo articolo pieno di livore fu oggetto due anni fa di querela. In quell’articolo, ricordiamo, definiva la Meloni “reginetta di Coattonia” giusto per far comprendere quanto il giornalista sia scevro da pregiudizi… “È vero – esordisce Merlo – i due casi si somigliano. Ho letto il poverissimo romanzo di formazione di Giorgia Meloni spacciato per la biografia del secolo. Non ho invece letto il capitolo su Mara Cagol e mi limito a notare che, in una raccolta intitolata I siciliani , non mancherebbe il bandito Giuliano”.

Prosegue poi rammaricandosi della “brutta sinistra” che censura libri per tornare all’attacco di FdI. “Di Fratelli d’Italia non mi stupisco. Sono gli eredi di una destra che da sempre dà la caccia ai libri, anche “schedandoli” in piazza“. Cosa se ne ricava? Che Mara Cagol è personaggio quasi mitologico della storia del Trentino e che bene ha fatto la Provincia di Trento a inserirla tra le biografie delle donne eccellenti. Che il libro della Meloni è “poverissimo”. Che Fratelli d’Italia non può permettersi di gridare alla censura ma lo può fare solo la sinistra “buona”, mentre quella “cattiva” è minoritaria. In pratica la lezione è questa: fare finta di difendere la libera vendita di un libro di Giorgia Meloni per mirare alla difesa che più sta a cuore, quella del libro che parla di Mara Cagol.

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