Congresso della Lega e Matteo Salvini leader sfiduciato

Non si posano ancora le polveri della Sardegna e subito si alzano quelle sul generale Vannacci  e sulla sua candidatura in quota Lega, soprattutto tra i leghisti, a cui non piace la presenza del generale nelle liste per le Europee. Vannacci sarebbe l’esca per quell’elettorato identitario, un po’ razzista, di destra che il vicepremier spera di sfilare a Meloni e alzare un po’ il consenso.

Luca Zaia, da sempre spina nel fianco del segretario che ne soffre la popolarità, ha acceso la miccia: “Mi piaceva di più la Lega Nord, anzi, la Liga. Spero la Lega diventi sempre più un partito labour alla Tony Blair’’.

Matteo Salvini è sotto accusa anche perché è fallito il progetto della “Lega nazionale con Salvini premier” e come diceva  l’ex ministro Roberto Castelli “la sua parabola è finita”. Il 34% delle scorse europee era per Salvini, non per la Lega. Adesso però il segretario si ritrova senza un progetto, ha la stessa identità politica di Meloni, un doppione senza prospettiva. Persino un fedelissimo come il governatore Fontana  ha ammesso: “Se i problemi sono strutturali, occorre fare qualche ragionamento”.

Il congresso della Lega è tecnicamente aperto,  nonostante la blindatura imposta dal vicepremier,   perché lo chiedono i militanti. A Treviso, roccaforte leghista, sabato scorso un’assemblea di 500 militanti ha chiesto “un nuovo segretario federale. Abbiamo il fiato corto”. C’è anche chi ha chiesto una nuova linea politica. L’assessore regionale Federico Caner avrebbe detto in assemblea: “Si deve togliere il nome di Salvini dal simbolo”. Applausi. Risentito sul punto ha precisato: “Ciò che dovevo dire l’ho detto in assemblea”. Quando si dice la disciplina di partito della vecchia Lega. Si attendono le Europee per chiedere ufficialmente il congresso. Che poi Salvini il problema ce l’ha soprattutto con le liste. Sono 18 gli eurodeputati leghisti. Se va bene, ne torneranno 8/9. A parte un paio di donne (Tovaglieri e Sardone), Salvini non sta proteggendo nessuno,  perché non può, al massimo ne riesce a blindare 2/3. Se tra questi ci sono new entry acchiappavoti come Vannacci, si capisce perché gli altri, condannati alla dimenticanza, non la stiano prendendo bene. A chi dice che le indagini su Vannacci sono lo spin migliore per la campagna elettorale del generale e della Lega, non ha capito che il problema stavolta è serio e profondo e viene radici.

Come scrive il Corriere della Sera “ci sono i fondatori del Carroccio, come Roberto Castelli e Giuseppe Leoni, che accusano Salvini di alto tradimento degli ideali; ci sono i lighisti veneti che rivendicano spazi nella leadership e pretendono garanzie per Zaia. E c’è chi gli rimprovera, ma non apertamente, scelte discutibili come difendere il generale Roberto Vannacci o recarsi in visita al padre della sua compagna, Denis Verdini, nel carcere di Firenze”. C’è anche la nostalgia all’ortodossia della Lega Nord, rivendicata recentemente – senza maschere – dai governatori Luca Zaia e Attilio Fontana.

‘Repubblica’  manda a un inviato nel Veneto leghista per raccogliere gli umori della base e degli amministratori locali, quel Veneto che “dà lo sfratto a Salvini. «O va via con le buone – è il titolo – o lo cacciamo noi»”. Ecco alcuni passaggi dell’articolo a firma di Giampaolo Visetti: “«Terzo mandato per Zaia? Di rigore, ma non è più la priorità: la prima cosa adesso è cacciare Matteo Salvini, che sta trascinando la Lega nel baratro». Nei bar, fuori dai capannoni e nei piccoli Comuni del Veneto profondo, si materializza la rivolta contro il leader, ridotto sotto il 4% dal voto in Sardegna.

A dichiarare ufficialmente aperto il processo è il parlamentare europeo Gianantonio Da Re, ex sindaco di Vittorio Veneto e leader dell’ortodossia leghista. «Il 9 giugno – dice – assisteremo a un disastro annunciato. Un sondaggio interno dà la Lega al 5,5%. Il giorno dopo Salvini si deve dimettere. O il cretino se ne va con le buone, o andiamo tutti a Milano in Via Bellerio e lo cacciamo con le cattive. Ormai la pensiamo tutti così, a partire da 80 parlamentari che aspettano solo i numeri del voto per muoversi”.

“Dai capigruppo di Camera e Senato Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo – scrive il Foglio -, fino alla sfilza di deputati e senatori semplici: Andrea Crippa (vicesegretario della Lega), Claudio Borghi, Alberto Bagnai, Stefano Candiani, Andrea Paganella, Gian Marco Centinaio, Giulio Centemero, Luca Toccalini. Per non parlare dei riferimenti sui territori come il segretario della Liga veneta Alberto Stefani (deputato) o il coordinatore della Lega lombarda Fabrizio Cecchetti (deputato anch’egli): tutti strettissimi confidenti del segretario. Che in questi anni di leadership non hanno praticamente mai contestato nulla al loro numero uno. E non pensano di farlo nemmeno in questa fase di consenso periclitante del Capitano”.

Che Salvini sia riuscito a costruire un cordone politico che, di fatto, lo blinda effettivamente è un fatto. Allo stesso tempo si sa, ancora di più in politica, come il vero cemento sia il potere. Per cui il cordone resiste fino a quando ci sono posti da distribuire. Ma se i consensi sono in calo, se gli eletti diminuiscono, se le poltrone scarseggiano allora anche i più granitici salviniani di ferro molto probabilmente inizieranno a scricchiolare.

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