Caravaggio, vita di un artista universale tra genialità e irrequietezza

ROMA – Un genio, credente e amante delle locande e della lussuria, sprezzante della legge e assai irrequieto. Questo è Michelangelo Merisi da Caravaggio. Domenica Progetto Italia News ha partecipato a una visita guidata organizzata dall’Associazione culturale Calipso e condotta da Isabella Leone. Una visita affascinante per i vicoletti romani, colmi di storia e aneddoti. Da piazza San Lorenzo in Lucina siamo arrivati alla chiesa di San Luigi, dietro Palazzo Madama. Per le stradine un po’ decadenti di Roma, tra sampietrini e fontanelle, abbiamo visitato la bottega del Cavalier d’Arpino, una delle tante hosterie frequentate da Caravaggio, casa sua , un barbiere dove Michelangelo Merisi fu protagonista di un fattaccio, due chiese che hanno alcuni suoi quadri. Tutto questo per raccontarci chi era.
Il Caravaggio nacque a Milano il 29 settembre del 1571 da Fermo e Lucia (sì, proprio come la prima stesura dei Promessi Sposi). All’età di 8 anni circa si trasferisce a Caravaggio con la madre e la sorella. Qui entra in contatto con la marchesa Costanza Colonna che lo proteggerà per tutta la vita. Tornato a Milano, incomincia un apprendistato come pittore presso Simone Peterzano, dove però riesce a resistere solo 4 anni. Scappa via e vengono perse le sue tracce. Non si sa nulla, o quasi, fino a quando non lo si ritrova a Roma, dove giunge nel 1592 o 95. Si ipotizza che in questo periodo abbia viaggiato per migliorare la sua arte.
Roma in quegli anni era in piena controriforma. Ciò aveva profondamente influenzato l’arte che doveva rispettare determinati canoni. In sostanza, gli artisti dovevano attenersi alle Sacre scritture. Per queste ragioni, molti dei quadri del Merisi vennero rifiutati, facendo cadere il pittore in depressione.
Dunque, Caravaggio giunge a Roma all’incirca quando aveva 25 anni. La Marchesa Colonna lo indirizza da Pandolfo Pucci da Recanati dove si intratterrà pochissimo (si trovava male). Passa presso la bottega di Lorenzo Carli. Qui dura un mese (doveva fare solo ‘capocce’), ma fa la conoscenza di Mario Minniti che sarà suo amico e più per molto tempo. Giunge infine alla bottega del Cavalier d’Arpinio, che all’epoca si trovava in piazza della Torretta. Il Cavaliere era l’artista più in voga a Roma. Durante questo periodo il Merisi viene ricoverato all’ospedale per una presunta caduta da cavallo. Più probabile per una rissa, visto il personaggio. Durante la degenza, dipinge il Bacchino malato. Il Bacco, che in realtà è lo stesso pittore, rappresenta Cristo (l’uva era un simbolo della passione). Questo dipinto non era destinato al Cavalier d’Arpino, ma finì lo stesso nella sua bottega. Ciò fece andare su tutte le furie Caravaggio che abbandonò il laboratorio.

La seconda nostra tappa è la locanda della Lupa in via della Lupa, appunto. Il pittore, assiduo frequentatore, con gli amici di bevute Onorio Longhi e Orazio Gentileschi qui scrisse una filastrocca su Giovanni Baglione. Egli era un artista del tempo che probabilmente aveva ricevuto in dono dal Papa una collana d’oro e per questo divenne oggetto di satira. Ma la realtà dei fatti è che Baglione imitava Caravaggio, cosa che fece alterare, e molto, il pittore. Alla fine Giovanni denunciò i tre che passarono dei guai, soprattutto Orazio e Onorio. Dalla locanda ci spostiamo in vicolo del Divino Amore, dove il Merisi viveva in affitto. Anche qui success un fattaccio e la causa fu una cortigiana, Lena. La donna era stata anche un modello per un quadro commissionato dai Palafrenieri che doveva finire a San Pietro. La tela raffigura la Madonna e il bambinello mentre schiacciano un serpente e Sant’Anna. Il quadro fu rifiutato soprattutto per il viso della Santa che esprime sfiducia sull’uccisione del serpente. Un atto, questo, che allude alla redenzione a cui Caravaggio non credeva.

CaravaggioSerpent

Ma torniamo a Lena. Ella era, abbiamo detto, una cortigiana e un certo Mariano Pasqualone, un notaio, voleva diventarne il protettore. Al rifiuto della donna, innamorata di Merisi, Mariano chiese ‘preferisci stare con uno straccione come lui?’ E cosa fece Caravaggio una volta saputo? Andò nuovamente su tutte le furie e lo sfidò a duello, ferendolo. Dovette fuggire a Genova per non cadere vittima di ritorsioni. Una volta tornato, nel 1606 fu protagonista della sua più grande disavventura: l’uccisione di Ranuccio Tomassoni. Egli era un protetto dei Farnese, famiglia filo-spagnola, mentre Caravaggio lo era dei Borghese, filo-francesi. Come se non bastasse di mezzo c’era anche una donna, Fillide. Per farla breve, in via della Pallacorda il 28 maggio 1606 Ranuccio provocò talmente tanto Caravaggio che alla fine egli estrasse un coltello e ferì il suo avversario mortalmente. Merisi fu condannato alla decapitazione e per questo fuggì da Roma. Morì a Port’Ercole dopo vari viaggi nel Regno di Napoli e a Malta.
Caravaggio fu un personaggio particolare, mischiava grandissime doti artistiche a religione e all’amore per i divertimenti e le donne. Forse incarnò tutti i vizi e i pregi di quel tempo. Alternava periodi in cui si vestiva bene, girava con un servo a periodi in cui sembrava un mendicante. Tutto dipendeva dai soldi e a quanto duravano. Ma era uno spendaccione. Aveva uno stato psicologico molto fragile, predisposto alla depressione. Disturbo, questo, che dopo il 1606 influenzerà moltissimo le sue opere. In seguito alla condanna, nei quadri dell’artista spesso e volentieri comparivano corpi con la testa mozzata, e spesso e volentieri il condannato rappresentava proprio Caravaggio. Ma era indubbiamente un genio, un artista riconosciuto ora universalmente. Era molto veloce nel lavorare, anche se dipingeva su ispirazione. Nei suoi quadri Caravaggio si concentra soprattutto sui difetti, accentuandoli. Con l’arte riesce a fermare il tempo in un momento preciso dell’azione. Questo perché egli era fissato con l’idea che tutto finisce e solo l’arte può rendere eterno ciò che è momentaneo. Fece un meraviglioso e drammatico uso della luce. Ma è solo da un ventennio che il suo nome è tornato alla ribalta. Il suo volto si trovava sulle vecchie centomila lire, ma spesso veniva scambiato per Michelangelo Buonarroti. Da morto, come da vive, alterna l’oblio alla luce. Chissà cosa si dirà di lui fra cento anni.

Alessandro Moschini

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