L’ECO DELLA FALENA- Primo Studio_ spettacolo della compagnia Cantiere Artaud_ venerdì 25 ottobre_ Teatro Comunale di Bucine (AR)

L’eco della falena – primo studio

Sembra che in un solo giorno siano passati anni.

Venerdì 25 ottobre ore 21:15

Teatro Comunale di Bucine (AR)

Drammaturgia e regia Ciro Gallorano

Con Sara Bonci e Filippo Mugnai

Disegno luci Federico Calzini

Tecnico del suono Francesco Checcacci

Produzione Cantiere Artaud

Residenze artistiche Teatro Comunale di Bucine/Diesis Teatrango, Teatro Verdi di Monte San Savino/Officine della Cultura

Con il sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”

Va in scena, in una prima forma di studio, venerdì 25 ottobre alle 21:15 al Teatro Comunale di Bucine (via del Teatro, 14), L’eco della falena, spettacolo della compagnia Cantiere Artaud, scritto e diretto da Ciro Gallorano, con Sara Bonci e Filippo Mugnai.

L’eco della falena è la prima tappa di una ricerca sul concetto di tempo, tempo inteso come ricordo, memoria felice dell’infanzia, memoria traumatica, che si fa assenza e mancanza. Un tempo che scorre e porta via le persone care, che invecchia il nostro corpo, che cura tutto, che trasforma le azioni in abitudine, che vorremmo possedere con violenza, gestire, ma che scivola dalle mani e si fa spesso paura del futuro in quanto ignoto. Il secondo capitolo sarà ispirato a Proust e l’ultimo a Ingmar Bergman.

Figure esili, ispirate alla vita e alle opere di Virginia Woolf, si materializzano in scena mostrando la loro ferita più segreta e svelando la loro solitaria e tormentata bellezza. Nei suoi testi la scrittrice britannica entra spesso in conflitto con l’entità “tempo” e si confronta con questo elemento meschino che deteriora i suoi personaggi dal punto di vista emotivo e fisico: in Gita al faro, in Mrs Dalloway, in Orlando, ne Le Onde.

Nonostante i riferimenti letterari, lo spettacolo è un racconto silenzioso, non descrittivo, il cui intento non è trovare risposte o indicare una strada su come relazionarsi al tempo, ma evocare, restituire un clima, far immergere lo spettatore in una musica, un rumore, un gesto o una parola. La ricerca mira a riscoprire gli elementi più profondi e primordiali dell’animo umano.

Una donna ci guida nei meandri della sua stanza, che sta a rappresentare il suo mondo interiore. Ogni movimento è sempre volto a far accadere qualcosa, il gesto nasconde in sé qualcosa di ancestrale.

Sul fondo della stanza ci sono due grandi porte a vetro: le porte chiuse rappresentano ideologicamente il futuro, uno spazio-tempo sospeso che ci invita a immaginare che cosa ci sia oltre. La donna è incapace di aprirle, forse per paura di ciò che ancora non conosce, ma le porte nel corso della rappresentazione inevitabilmente si aprono per portare in luce la memoria, il passato.

Importante è la presenza dell’acqua, elemento che con il tempo corrode e arrugginisce gli oggetti, che rimanda allo scorrere dei fiumi e al flusso delle onde che si infrangono su una battigia (immagine tanto simile al fluire del tempo). L’acqua ha un doppio valore: sorgente di vita, ma anche elemento di morte (la stessa Woolf si è suicidata annegandosi nel fiume Ouse).

La scena è ornata di pietre, strumento di punizione, lapidazione, ma anche simbolo della costruzione, dell’erigere.

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